Quelle sere tremanti

Quelle sere tremanti d’incerte visioni,

dalla strada le grida di una lite rabbiosa,

poi un silenzio che inghiotte ogni cosa,

un odore di secoli trasuda dalle tegole,

la strana lingua delle rondini picchia

nell’aria un messaggio segreto, poi

si smorza, le sedie scricchiolano,

per un attimo la lampadina sussulta,

senti piccoli passi incerti per le scale,

e con prudente curiosità t’avvicini,

quel tanto che basta per vedere ancora

quel che sei stato molto tempo fa,

guardarlo negli occhi e dargli la mano,

fermandoti a pensare, senza parlare,

di quel che sei e sai, ma non sai dire,

di tutto il tempo che ti avvolge,

sentire il conforto, nel respiro bianco,

dell’esserci, ricordarsi, rivivere, tu,

proprio tu, e tutte le innumerevoli

vite che hai vissuto senza accorgertene.

©francescorandazzo2020

A volte

A volte apri una porta

e invece è il frigorifero.

A volte apri una finestra

e invece è un armadio.

A volte guidi una Porsche

e invece è il divano.

A volte stai sotto la pioggia

e invece è una doccia calda.

A volte i vicini sparano,

uno ti legge l’oroscopo,

un altro ti fa domande sceme,

un rinoceronte irrompe,

ma è soltanto la tivù accesa.

A volte spii le persone

e gli rubi la vita, gioie e disgrazie,

ma è soltanto un libro che leggi.

A volte parli con qualcuno

ma è solo lo specchio che ti imita.

A volte si sentono grandi tuoni

ma è soltanto uno sciacquone.

A volte c’è un lampo che abbaglia

ma è soltanto che guardi chi ami.

A volte non lo sai chi sei e perché

ma è soltanto che inciampi sul tappeto.

A volte chiudi gli occhi e sogni

ma è soltanto la vita che ti accende.

A volte, sì, a volte lo sai

e ti scappa da ridere o piangere

come quando eri un bambino

e ogni volta sembrava per sempre.

A volte sì, a volte, molte volte,

a volte invece no, devi farci caso.

©francescorandazzo2020

Canto dei gattopardi di plastica

Eccoci qua, dopo la catastrofe,

ehi, ehi, siamo scampati, dai,

forse non era questa cosa, no,

magari tutto un po’ montato,

sì, sì, esagerato, come vediamo,

che mondo di merda, ma siamo

abituati, sì ci abituiamo a tutto,

basta aspettare, a che serve altro?

Ma che cosa vuoi cambiare?

Ci vogliono fottere, sì? Lo sai,

te lo senti, lamentati e abbaia

ma poi, al diavolo, va bene così,

basta che ci facciano uscire

e chi se ne frega, vivaddio,

facciamo il cazzo che ci pare,

perché devo rinunciare, a che?

Prima era già tutto uno schifo,

così va il mondo, si sa, adattati,

e alla fine ci stiamo bene, no?

Aprite che dobbiamo tornare,

siamo gli stessi di prima, noi,

non ci cambia niente, siamo

i gattopardi di plastica, wow,

non vediamo l’ora di tornare,

fate largo, scansatevi, idioti,

che pensate di cambiare?

Noi andiamo, alla faccia vostra,

adesso ci sarà molto di più

da arraffare, faremo finta

di aiutare il prossimo, sì dai,

il prossimo, dopo, più in là,

chi se ne frega, carpe diem,

un po’ di ottimismo please,

gretini che siete, fatevi da parte.

Non cambierà niente, niente,

ve lo promettiamo, sghignazzando,

non cederemo di un millimetro,

non cambierà niente e niente

lasceremo, dietro e davanti a noi.

Il primo che tossisce è fuori dal gioco.

©francescorandazzo2020

Notturno

Amava le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno.

L’orgoglio, la dedizione, la bellezza sotto la luna.

Dal mare spira un vento fresco e la salsedine

corrode pietra e ferro, tutto si sgretola sabbioso.

Ma le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno

continuano a fiorire nel giardino solitario.

E lei passeggia, ancora viva, tra i fiori e il profumo,

con la leggerezza dell’anima liberata e il sorriso

le illumina il viso di ragazza come se ancora

tutta la vita fosse una promessa e le speranze

piccoli sogni letti su romanzi che non deludono.

Poi la luna torna a nascondersi quasi per gioco,

e lei svanisce, seguendola per fuggire il buio.

Restano le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno,

presenti ma invisibili, nell’oscurità profumata,

e da lontano il mare che sospira senza sosta.

Mentre io invecchio, lei ritorna giovane,

negli incroci del tempo ci incontriamo ancora.

©francescorandazzo2020

Senza parlare

Stanno seduti, senza parlare,

a un metro di distanza, quieti,

guardano oltre ogni cosa,

in apparenza un po’ svagati,

come due che si pensano

ma non sanno più parlare,

perché ascoltano il suono

d’innumerevoli parole dette,

ormai perdute, come soffi

di vento caldo smarriti d’inverno.

Ma quando si alzano, sempre

in silenzio, si danno la mano

e si sorridono, sorpresi, come

se s’incontrassero per la prima volta.

Solo allora si dicono

l’unica cosa

che nasce sulle loro labbra.

Un bacio lieve e poi, vanno via.

©francescorandazzo2020

Ogni notte

Che cosa sognano i criceti nelle gabbie,

i neonati nelle culle, i pesci rossi invetrati,

i vecchi che evaporano nell’Alzheimer,

le viti arrugginite assopite nel legno,

le bambole ormai rotte e dimenticate,

le giovani annegate, i giovani schiantati,

le libellule ubriache di movimento,

i peluche nel loro letto di polvere?

Ogni notte di veglia, io mi domando.

Ogni notte un piccolo assiolo mi risponde.

Consola un poco, come un amico che sa,

ma non può dirti tutto, per non farti piangere.

Lo ascolto, fino all’alba che ci libera.

©francesco randazzo2020

image by Jessica Hendrickx

Clessidra

clessidra

Un tempo giocavo con la clessidra,

giravo e aspettavo che fluisse il tempo.

Un granello alla volta o poco più.

Fino alla fine, fino al pieno e al vuoto.

Poi, di nuovo, la capovolgevo.

Tante volte, con pazienza, osservando

bene, quel meccanismo semplice

che mi rapiva. Ed ero anch’io grano

di sabbia, fluire elementare, sabbia

di me stesso, stasi sconcertante.

E poi? Mi chiedevo. E perché?

Non sapevo rispondere, spaurito,

tornavo a capovolgere la clessidra.

Quando scoprii una meridiana

incisa nella pietra dei ruderi

di un tempio greco, sospirai

di sollievo, ma la linea d’ombra

cominciò a strisciarmi sulla pelle,

così fuggii verso la notte senza sole,

dove il vetro della clessidra resiste,

dove la sabbia annuisce e cade,

dove il tempo precipita e si rialza.

È semplice in fondo, incommensurabile.

©francescorandazzo2020

Fringe

Self Portrait, c.1956 (oil on canvas)

 

 

Siamo pietre vive davanti agli occhi di Medusa.

Siamo specchi sopra il buco nell’asfalto.

Siamo il rumore stridente del tarlo affamato.

Siamo i vetri rotti del bicchiere infranto.

Siamo il sudore del marmo dimenticato.

Siamo la nota più acuta della lucertola.

Siamo il fastidioso grattare del gatto.

Siamo diversi da tutto anche da noi stessi.

Siamo il caos che s’interroga sul caso.

Siamo tutte le mani della dea Khalì.

Siamo tutte le zampe della scolopendra.

Siamo la saliva infinita del desiderio.

Siamo zattere senza nessun salvagente,

Siamo quelli che non, perché sì, forse.

Siamo ma non sappiamo, tentiamo,

a costo di perderci, un’illusione di salvezza.

©francescorandazzo2020

Tu, che attraversi straniera

reclining-woman-picasso

Un susseguirsi di notti senza fine,

i giorni soltanto un’attesa vana,

il tempo un’illusione che stanca.

 

Solo tu, che attraversi straniera,

questa mia vita dispersa in voli

privi di senso, tutti della mente,

soltanto tu sei come un’orologio

prezioso, battito contagioso,

scandisci il senso e la misura,

il respiro e il soffio che mi esiste.

©francescorandazzo2020

Domani

hopper

Di tutta la bellezza che ci ha escluso,

ricorderemo gli sguardi rubati alla finestra,

l’odore confortante della pioggia fuori,

l’esplosione di profumi schiaffeggianti.

 

 

D’ogni silenzio custodiremo il fiato sospeso,

d’ogni parola l’eco di una domanda irrisolta,

di ogni passo per la strada, la paura e la speranza.

 

 

Sarà forse, un dolcissimo discendere ancora

in questo mondo tutto da riscoprire, antico

e nuovo insieme, per noi vecchi bambini,

sarà forse più lieve, per questa grazia di vita

ritrovata, lo sconcertante pensiero della morte.

 

 

Domani sì, domani e ancora dopo, ancora,

senza gli errori e la noncuranza del passato,

sì, mi dico, c’è speranza, e mi convinco.

 

 

Ma dalla porta aperta, esco in strada,

e già sento rimbombare passi e strida

di cinghiali, penso, furiosi, violenti,

privi di senno, spietatamente in corsa,

invece è soltanto che tutto si dimentica,

e nel frastuono le coscienze tornano a dormire.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020