2063

Non ci furono rintocchi d’orologio, erano tutti fermi da tempo, né un calendario che segnava il giorno particolare della ricorrenza, ormai si seguiva soltanto la scansione giorno notte in successione indistinta, né le stagioni avevano date precise d’inizio, se ne sentiva l’arrivo dal calore, dal freddo, dagli odori e dai colori del cielo e della natura. Il padre però seppe che quel giorno era il compleanno di suo figlio, non sappiamo come, ma ne fu certo, svegliandosi quel mattino nella luce tersa di un autunno mite, profumato di malinconie sfumate che coloravano di rossiccio e ocra il bosco davanti al palazzo dove vivevano. Uno dei pochi ancora abitabile, piuttosto deteriorato dalla mancanza di manutenzione per più di cinquant’anni e dal passaggio d’inquilini provvisori che avevano vandalizzato come parassiti ogni spazio, ogni cosa, delle abitazioni in cui erano vissuti temporaneamente senza preoccuparsi di chi sarebbe venuto ad abitare là dopo di loro. Tutto sommato però, l’edificio s’era conservato piuttosto bene e con qualche aggiustamento erano riusciti a ripristinare un appartamento più che confortevole, visti i tempi, e s’erano fermati, nella speranza di poter fondare la loro vita di fuggiaschi in un luogo sicuro.

Quella mattina, svegliandosi, aveva sentito che la luce, invadendo la stanza quasi come fosse un onda di calore benevolo, gli dicesse che quel giorno sarebbe stato speciale e lui avrebbe dovuto renderlo unico per suo figlio. Lo guardò, ancora addormentato, con il corpo rilassato in una posizione contorta che solo i ragazzini possono assumere nel sonno, la testa reclinata sul cuscino sdrucito ma accogliente, sul viso quell’espressione pura dei fanciulli che sognano, sulle labbra un sorriso disarmante, di fiducia e speranza, sereno e sicuro nel suo nido di riposo e fantasie sognate.

Lo guardò e nel petto gli crebbe tutta l’enormità d’esistere per lui, con lui, oltre sé stesso. Trattenne un singhiozzo di commozione, sorrise e accarezzò suo figlio, sui capelli e su una guancia. Il figlio aprì gli occhi e lo guardò, senza dire nulla, sospeso tra il sonno e la veglia, stirò braccia e gambe in un modo buffo e infine disse: «Ciao, papà.»

Il padre ascoltò quel saluto, come fosse un lungo discorso, la dichiarazione di una fiducia illimitata, che risuonò dentro di lui con forza contagiosa. «Ciao, figlio.», gli rispose. E il ragazzo sentì quella forza ritornare a lui, dalla voce, dagli occhi e dal sorriso di suo padre, si drizzò a sedere e lo abbracciò.

Camminavano sulla strada dall’asfalto sbreccato, dal quale spuntavano piante selvatiche, persino cespugli; il ragazzo stringeva la mano di suo padre, con fiducia ma anche un poco di timore, perché non s’erano mai allontanati così tanto, mai s’erano avvicinati tanto al bosco. Ma la stretta forte di suo padre lo rassicurava. Era una giornata tersa e calda, quasi primaverile sebbene fosse già autunno inoltrato.

«Papà, dove stiamo andando?»

«Andiamo a festeggiare!»

«Cosa?»

«Il tuo compleanno, figlio mio, il tuo compleanno!»

«Il mio compleanno?»

«Sì, vedrai. Ho una sorpresa per te.»

«Ma una volta mi hai detto che ero nato in primavera…»

«Infatti, è così, vedi? Guarda che sole, che luce, che calore, non ti sembra che sia primavera?»

«Sembra, ma…»

«Ma, ma, ma! Non essere pignolo, figlio. Il tempo è un’illusione, un trucco degli uomini per misurare il tempo e i loro limiti. La natura ci smentisce sempre, infatti oggi, anche se saremmo in autunno, è primavera. E sai perché?»

«No, perché?»

«Perché qualcuno lassù ha deciso che oggi è il tuo compleanno, e bisogna festeggiarti, figlio, sei grande ormai ed è arrivato il momento che io ti regali qualcosa di molto bello, molto importante, qualcosa che ti stupirà e, se vorrai, potrà cambiare la tua vita.»

«Un po’ mi fa paura, papà… Che cos’è?»

«Non posso dirtelo adesso. Dobbiamo andare, vedrai.»

«Papà, stiamo andando verso il bosco, è pericoloso. Me l’hai sempre detto tu che non dovevamo avvicinarci, ma adesso…»

«Adesso è arrivato il momento di entrarci e attraversarlo. Sei grande e insieme possiamo farlo. Ogni giovane deve attraversare il suo bosco, vincere le sue paure e uscirne più forte, pronto ad affrontare la sua vita da adulto.»

Il figlio rise.

«Ma pa’, io non sono mica adulto ancora!»

«Che ridi, scemotto, sei più grande di quanto pensi!»

«Sono solo a tre mani da cinque dita, mi avevi detto che per essere grande ce ne vogliono quattro!»

«Quello è il punto d’arrivo, ma stai già andando verso quello che poi sarai, c’è già un adulto dentro di te, che deve capire come venir fuori ed essere quel che è davvero.»

«Oggi sei strano, papà!»

«E non sei contento?»

«Che sei strano?»

«Eh.»

«Sei forte quando sei strano, mi piace.»

«Se ti piace, forse forse sei un po’ strano anche tu!»

Risero insieme, si fecero un po’ di smorfie scherzose e proseguirono verso il bosco che li aspettava, oscuro e luminoso come una cattedrale gotica.

Camminavano con cautela, tastando spesso il terreno o evitando alberi caduti o frammenti di rovine, perché i sentieri d’una volta erano stati cancellati dalla vegetazione che era avanzata rigogliosa e aveva invaso tutto. Scimmie e pappagalli spiavano quei due esseri mai visti con curiosità e circospezione. Ogni tanto tra le cime di qualche albero intravedevano il collo e la testa di qualche giraffa che mangiava le foglie, senza far caso a loro due. Il laghetto pullulava di vita: piccoli ippopotami nani sguazzavano placidamente, antilopi, bufali e cervi s’abbeveravano, tre elefanti bevevano e si spruzzavano acqua con le proboscidi, alcune iene e qualche ghepardo si aggiravano circospetti, in cielo volteggiavano falchi, aironi e aquile che ogni tanto si tuffavano in picchiata per ghermire un pesce o qualche piccolo roditore che nuotava ignaro del pericolo.

Il ragazzo sgranava gli occhi, affascinato da tutta la vita brulicante di quegli esseri fantastici che non aveva mai visto davvero.

«Papà, è come in quel libro che ho visto quando ero più piccolo, l’Atlante degli Animali, esistono, esistono davvero!»

«Certo che esistono. Anche se non tutti dovrebbero stare qui.»

«Sono bellissimi. Perché non dovrebbero?»

«Vengono da posti molto lontani, erano stati catturati e portati qui. In un posto che si chiamava zoo, o meglio bioparco come lo chiamavano per pulirsi la coscienza.»

«Ma chi?»

«Gli esseri umani, come me e te.»

«Perché li portavano qui?»

«Per poterli vedere. Si pagava un biglietto e si potevano vedere animali di tutti i continenti.»

«Che bello!»

«Per loro mica tanto, li tenevano chiusi dentro gabbie, recinti, fossati invalicabili, erano prigionieri insomma. S’intristivano, a volte così tanto da morirne.»

«Ma adesso sono liberi!»

«Sì. Dobbiamo stare attenti però. Sono animali selvatici, alcuni predatori che cacciano per mangiare.»

«Potrebbero mangiarci?»

«Potrebbero. Speriamo di no. Stammi vicino, camminiamo con cautela e ricordati, in caso di pericolo non correre mai, per loro è il segnale che la caccia è iniziata.»

«Va bene, pa’, ma dove stiamo andando?»

«In un posto bellissimo.»

«Come quello?»

Il ragazzo indicò una palazzina diroccata, semi nascosta dalla vegetazione. Molte mura erano semi cadute, in molte finestre gli alberi avevano insinuato i rami che entravano e seguendo cirvonvoluzioni contorte rispuntavano da brecce della pietra o da altre finestre o addirittura da squarci sul tetto di tegole in rovina. Si avvicinarono e seguendo il perimetro delle mura si ritrovarono da un lato esteso, interamente crollato, aperto e visibile. Tra pietre e calcinacci, travi spezzate e frammenti di vetro, spiccavano figure bianchissime che sembravano apparizioni di un sogno antichissimo.

«Guarda papà, ci sono delle persone immobili, tutte bianche! Quella signora là, tutta sdraiata, sembra che ci stia guardando! Chi è?»

Il padre rise e arruffò con la mano i capelli del figlio.

«Non sono persone, sono statue di marmo, le scolpivano gli artisti per ricordare le persone importanti o per rappresentare leggende antiche. Quella signora, come la chiami tu, è Paolina Borghese, la sorella di Napoleone Bonaparte, un grande imperatore. Lei aveva sposato un principe ed era venuta a vivere qua, era ricca e potente, così uno scultore famoso, Antonio Canova, scolpì quella statua bellissima.»

«Però è tutto in rovina, tanto ricca forse non era.»

«Ricchissima, cioè lo era suo marito, il principe Camillo Borghese, era tutto suo questo bosco.»

«Ma che se ne faceva di un bosco?»

«Secoli fa non era un bosco, era una villa della famiglia Borghese infatti, così si chiamava, poi era diventata un parco aperto a tutti, la galleria delle statue e lo zoo, gli altri edifici, potevano essere visitati da tutti.»

«Che figata pa’! Questa passeggiata è il più bel regalo della mia vita!»

«Eh, vedrai, la cosa più bella deve ancora venire, stiamo andando là, vedrai…»

Il ragazzo agitò la mano in aria per salutare la signora della statua e seguitarono a camminare.

Sembrava che li stesse aspettando. Quando lo videro si fermarono. Li guardava fisso, col capo ben eretto, il corpo fiero, la criniera folta.

«Stai fermo, non ti muovere, non scappare, non correre.», disse sottovoce il padre.

«È pericoloso, vero pa’?»

«Sì, è un leone, è un predatore, ma forse ha già mangiato, forse è vecchio e stanco.»

«Speriamo che abbia mangiato, tanto vecchio non mi pare, pa’.»

Quasi li avesse sentiti dubitare della sua forza, il leone scosse il capo ed emise un ruggito. Il padre strinse forte la mano al ragazzo. Non si mossero. Ci fu un silenzio che sembrò loro lunghissimo. Anche gli uccelli e le scimmie sugli alberi si erano zittiti. Poi il leone si voltò e prese camminare. Padre e figlio rimasero fermi. Il leone si fermò e voltò la testa verso di loro, la scrollò muovendo la criniera e riprese ad andare.

«Sembra voglia che lo seguiamo…», disse il ragazzo, che nonostante la paura era affascinato da quell’animale maestoso.

«Chissà, forse…», rispose il padre «Sta andando nella direzione in cui dovremmo andare noi. Come se c’avesse aspettato.»

«Che facciamo papà, andiamo anche noi?»

E gli andarono dietro.

Dopo un po’ che camminavano, videro l’edificio. Il leone si volse ancora una volta a guardarli, poi si mise a correre e in poche zampate raggiunse la costruzione e attraversando lo spazio aperto di un muro crollato, entrò e scomparve alla loro vista.

«Sembra una torta tutta rotta. Che cos’è, papà?»

«Era un teatro.»

«Un teatro… che vuol dire teatro, pa’?»

«Entriamo, ti faccio vedere.»

«No, no, ho paura, c’è il leone là dentro!»

«Non avere paura, se avesse voluto mangiarci, l’avrebbe già fatto. Entriamo, su.»

«Sei sicuro, pa’?»

«Sì, sono sicuro. Andiamo.», mentì il padre, ed entrarono.

«Puoi toglierti la mascherina, figlio. Guarda!»

Se le tolsero e respirarono a pieni polmoni, con un sollievo liberatorio.

Le panche di legno erano ormai semidistrutte dalle intemperie o avvolte da cespugli ed ebacce, le gallerie sembravano balconi carichi di rampicanti, qualcuno secco, molti rigogliosi, alcuni persino fioriti di bouganville, magenta, rosa, arancione, rosso. Il palcoscenico sembrava un trionfo barocco, la scenografia di un dramma pastorale, con le colonne ricoperte di foglie e rami intrecciati, il pavimento era ricoperto di muschio e il balcone interno ancora coperto da un drappo dorato brillava spiccando agli occhi del padre e del figlio che osservavano quella meraviglia, quasi come un sogno, antico e perduto per l’uomo, nuovissimo ed entusiasmante per il ragazzo.

«Caspita, pa’, è pazzesco ‘sto posto!»

«Ti piace?»

«È bellissimo, sembra di stare dentro una storia, come una di quelle che mi racconti tu.»

«Per questo ho voluto portarti qui, questo è il posto dove nascevano e si rappresentavano tutte le storie del mondo.»

«Tutte?»

«Tutte. Beh, non tutte insieme, una alla volta… moltissime.»

«Come quelle che mi hai raccontato tu? La storia del principe indeciso Amleto, quella di Antigone testarda, le avventure del Dottor Faust che non voleva invecchiare e la mia preferita, quella di Peter Pan!»

«Tutte le storie che ti ho raccontato e molte altre, tantissime.»

«Accipicchia! E come facevano?»

«Qualcuno scriveva le storie, gli attori le imparavano a memoria, si vestivano come i personaggi e recitavano davanti al pubblico che veniva qua e si sedeva su queste panche o su quelle nelle gallerie. Si stava tutti in silenzio, mentre la rappresentazione prendeva vita sul palco come una magia che accomunava tutti, si piangeva e si rideva insieme, ci si meravigliava insieme, ci si indignava insieme, e il tempo si sospendeva, diventava un altro, ci credevi, volevi crederci ed era un’esperienza straordinaria.»

«Pa’ ma tu l’hai visto o stai immaginando tutto come al solito, con tutte quelle cose che t’inventi per me? Sono grande ora, sai? Lo hai detto anche tu.»

«No, non l’ho visto veramente. Sono venuto qua con mio padre quando avevo la tua età e lui mi ha mostrato questo posto, mi ha raccontato le stesse cose che sto dicendo a te.»

«E se anche il nonno si fosse inventato tutto?»

«Non credo, lui l’aveva visto davvero il teatro, quando era aperto, quando era pieno di vita, di persone, di emozioni pulsanti!»

«Era vecchio il nonno…»

«Adesso sarebbe vecchissimo, ma allora non lo era e prima che nascessi io era stato giovane, sai? Era un attore! Aveva recitato la parte di tanti personaggi e conosceva una quantità enorme di storie, tutte quelle che ti ho raccontato me le ha insegnate lui, ma ne sapeva molte di più, era straordinario starlo ad ascoltare.»

«Anche tu non sei male, papà. Mi piacciono le tue storie e come me le racconti. Sei buffo quando mi vuoi fare ridere, quando fai il cattivo mi fai davvero paura e quando sei qualcuno che soffre mi fai piangere. Secondo me sei bravo come il nonno.»

«Ma non ho mai vissuto tutto questo con gli altri, con il pubblico, tante persone che respirano, ridono o piangono insieme a te.»

«E io? Sono io il tuo pubblico.»

«È vero, hai ragione, ma non è la stessa cosa.»

«Tutte le panche qui e nelle gallerie, piene di persone?»

«Eh, sì. Tutto pieno di gente.»

«Ma non avevano paura?»

«No figlio, non avevano paura. Poi c’è stata la pandemia, il virus, i contagi… solo allora hanno comiciato ad avere paura. Ma qui, stranamente, le persone si sentivano al sicuro.»

«Dev’essere stato bellissimo.»

«Lo era. Ma poi chiusero tutti i teatri. Le persone rimasero senza sogni, senza fantasia, sole con le loro paure, diffidenti, isolate.»

«Come adesso?»

«Come adesso.»

«Grazie papà.»

«Di cosa?»

«D’avermi portato qui, mi sento dentro una magia.»

«Lo avevo promesso a tuo nonno e tu dovrai promettermi che farai lo stesso con tuo figlio quando sarai grande e una donna ti sceglierà per essere padre.»

«Te lo prometto, papà!», esclamò il figlio, abbracciando il padre con trasporto. Rimasero fermi, stretti l’uno all’altro, in silenzio. Quando si sciolsero dall’abbraccio, il ragazzo, con gli occhi lucidi ma un gran sorriso sul volto, disse:

«Non potrò farlo se non vedo come si fa, papà! Sali là sopra e recita per me. Io mi siedo qui e sarò il tuo pubblico, uno solo, ma tu immaginati di vedermi seduto su tutte le panche, qui sotto, là sopra, tutto intorno! Dai, papà!»

Il padre rise, gli prese la testa tra le mani e lo baciò.

«Va bene, figlio, cosa vuoi che reciti, quale storia, quale personaggio preferisci?»

Disse, mentre saliva sul palcoscenico e si piazzava nel mezzo della scena, sentendosi invadere da un entusiamo e una forza che lo sopraffacevano.

«Non lo so, pa’! È troppo difficile scegliere, quello che vuoi tu, ricorda, inventa, come hai sempre fatto a casa, ma qui di più, di più!»

«Qui è tutto di più.», pensò il padre ed emise un gran sospiro di gratitudine, per suo figlio, per suo padre, per tutto quello che s’era perduto ma ancora viveva in lui e avrebbe continuato a vivere nel suo ragazzo.

Dal balcone interno al palcoscenico, richiamato dalle voci dei due umani, s’affacciò il leone, ma non era solo, dopo di lui spuntarono una leonessa e tre cuccioli curiosi. Restarono là, silenziosi, come se attendessero anche loro qualche straordinario avvenimento.

E l’uomo cominciò a recitare.

©francescorandazzo2021

Il vero amore è una quiete accesa

Francesco Randazzo

IL VERO AMORE È UNA QUIETE ACCESA 

Romanzo

Graphofeel Editore

Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?”


Iride e le sue sorelle, divinità dell’Olimpo ellenico, sorvolano il cielo della Città eterna e sono testimoni e narratrici delle vicende di questo singolare romanzo. Un bambino del sud di nome Tommi riaffiora nella vita e nella mente di Tommaso, quarantenne medico e bioingegnere di successo. Una bambina di nome Leyla, figlia di due grandi medici, lotta contro la cecità; viene salvata, ma fugge dalla sua storia difficile, viaggia e dimentica sé stessa. Diventerà la giovane sconosciuta che Tommaso incontrerà casualmente per strada; la porterà con sé, la laverà, l’amerà, le darà un nuovo nome, Moira. Il suo destino. Sarà un rapporto potente, lacerante, perverso anche, ma ineluttabile per entrambi. 

In uscita il 28 Gennaio 2021, su tutti i bookstore on line e nelle librerie, libro e ebook.

Alcuni link all’acquisto:

IBS

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Mondadori Store

Libreria Universitaria

Goodbook

La Feltrinelli

Libraccio

Esercizio

Ripetersi come un mantra: “Non sono un poeta”, così come i matti ripetono continuamente: “non sono matto. Vedere sfilare davanti agli occhi la galleria dei volti di tutti i poeti che persero la ragione per eccesso di vita, di visioni e pensieri acuminati e taglienti come bisturi in mano a un bambino.

Ripetersi come un mantra: “Voglio vivere”, per vincere l’attrazione mortale alla dissolvenza, allo sparire come atto estremo di presenza, antidoto alla insostenibile mediocrità che cavalca il mondo, per esorcizzare quella tentazione amica di molti poeti amati, che si lanciarono dall’altra parte, con gesti soavi o cruenti.

Restare in silenzio, infine. Immergersi nella straordinaria sensazione dell’essere e del non essere insieme, qui, adesso, altrove, sempre. Senz’accorgersene, lacrimare, sorridere.

Sentire il respiro come un abbraccio interminabile, tremare, accogliersi, essere pianta, essere nuvola. Essere poesia.

©francescorandazzo2021

S’incatenano i giorni e le nostre speranze

S’incatenano i giorni e le nostre speranze,

s’aggrovigliano i sogni come sabbie e sterpaglie.

A volte soffia un vento che non sai dove nasce,

un vento che smuove le ossa e dà freddo e sudore.

Nei condomini le finestre rimandano voci e grida

che non sai mai se reali oppure è solo una partita.

Nelle notti bizzarre e lunghissime i pensieri soltanto

inventano nuove illusioni, impeti nati dal silenzio

ed infine il sonno quasi infastidisce perché ruba

quell’alito nuovo dell’anima magicamente rinnovata.

Ma il corpo è stanco e l’anima bambina deve riposare.

Domani il corpo rinfrancato sorreggerà l’anima stanca,

sconvolta dagli eventi incontrollabili che solo la notte

illude di sconfiggere. Dulcinea sogna di notte mentre

Chisciotte galoppa e stancamente combatte sulla strada,

alle fermate dei tram trancia binari e cavi elettrici,

ogni giorno, e Sancho se ne frega, apre il suo negozietto

ogni mattina e d’estate va ad Ostia a fare il bagno.

Canzoni tante alla tivù, chanson de geste nessuna

in questo mondo che deriva indietro, come fosse inclinato

privo di leggi naturali, privo di cielo e un firmamento nero

senza stelle, avvolge tutto con paura e indifferenza.

Un uomo, ogni tanto, sul fare del giorno, sale in terrazza

a salutare gli astri dimenticati, le fiammelle si stingono

e all’aurora quell’uomo ha nostalgia della sua vita.

Quando il sole spietatamente appare, allora con rabbia

invoca il fulmine, lo chiama con grida che lacerano

le risacche lontane e gli echi perdutamente ansiosi,

lo esige disperatamente. Solo giunge un gabbiano

con la carogna d’un topo stretta dal suo becco, volteggia

poi scompare fra le antenne. Bellezza e orrore ancora

affermano il dominio sconcertante. C’è odore di caffè che sale

dal basso della vita. L’uomo rimane là. Ma dopo, scende.

Eppure è bello vivere, si dice, lo si sente, è bello

ed è struggente, non basta mai la vita anche così

spietata, meravigliosa cuccia di stupore continuo,

ostinata faccenda da portare a compimento sempre

con lacrime e sorrisi regalati, inflitti, desiderati, come

un romanzo che si scrive su di noi, come un quadro

dentro la rete d’un pittore sconosciuto, ci appare

insensato il romanzo, informe il quadro eppure

noi ci siamo come modelli eterni e inconsapevoli.

Con un presagio forse, un estremo barlume quando

un bambino prova ad alzarsi e noi con una mano

con forza e con timore l’aiutiamo a reggersi

e ridiamo mentre con passi incerti il piccolo

comincia a camminare verso non sa che cosa.

Forse per questo i vecchi rimbambiscono,

o s’abbandonano al nulla ed al silenzio,

per mantenersi sani, ritrovare innocenza,

dimenticare i giorni ed inventarsi uno spiraglio

grande, un’iride del cuore che s’irraggia

e con un soffio poi volano al fulmine lontano,

mentre sulla terra continua a cadere la polvere,

mentre nel cielo continuano a splendere stelle dimenticate.

Non siamo sogni, ma vorremmo esserlo

e sgomenti, con geometrica crudeltà, li distruggiamo.

Eppure sono qui con noi, siamo noi i sogni di noi stessi,

non desiderare dovremmo, non esaudire ma esistere soltanto

seguendo il respiro dell’angelo che ci sogna, lui sì ci sogna,

essere soffio leggero, latte di noi stessi, caldi diamanti,

semplici e sublimi come nasciamo, come muoriamo,

nella gloria senza gloria del fulmine purificatore,

che è, da sempre e per sempre, nascosto ai nostri occhi.

©francescorandazzo

da “Come un pesce azzurro”, Ed. Il Filo, 2003.

Ricordi?

Ricordi? – Quando non sapevi perché

e t’assaliva la paura d’esistere così,

tu piccola cosa timida stentavi sempre

persino a dire “io” o “sì”, tremante,

con un groppo in gola, desideravi

dirlo, dire: “io”, “sì” ci sono, voglio,

e qualcosa t’agguantava il petto,

stringeva e ti toglieva il fiato.

Ricordi? – Il silenzio della notte,

lontano il brusio del televisore,

la luce lamellare tra le imposte,

le ombre delle cose, il respiro

affannato in cerca di conforto,

lo scricchiolio dell’armadio,

la sagoma di gnomo dei vestiti

posati sulla sedia, in agguato.

Ricordi? – Il sonno affollato

di grigioscuri pupazzi animati,

di soldati che sparavano,

di astronauti lenti sulla luna,

di cantanti brutti come insetti,

di te che c’eri sempre, invisibile.

Ricordi quando hai cominciato

a vederti e sapere che c’eri

ed era giusto così, eri tu, eri

qualcosa che voleva esistere,

qualcuno che dovevi amare,

una piccola cosa vivente,

un universo di pensieri,

una galassia d’emozioni,

una luce assetata d’altra luce?

©francescorandazzo2020

image by Peter Seminck

E adesso lo spirito del Natale

E adesso lo spirito del Natale

s’impossesserà di noi i feroci,

ci muterà i cuori pietrosi e aridi

in panettoni caldi pulsanti d’uvetta,.

Regaleremo sorrisi e paccottiglie

comprate a caro prezzo ma in saldi,

divoreremo in una settimana tutto il cibo

che si sognano in mille anni gli affamati,

saremo gravidi di buone intenzioni e rutti.

Sarà bellissimo innalzare alberi sintetici

carichi di tutta la presunzione brillante

di mille palle dorate, di festoni pelosi,

di nani al cacao e angioletti zuccherosi.

Col cuore umile appronteremo presepi

di ceramica made in Taiwan capodimonte style,

zeppi di muschio plastico, pecore, buoi, ciuchi,

buzzurri stupefatti col naso al cielo, stalle b&b,

giuseppi, marie e culle vuote tra la paglia.

Milioni di babbo natale impiccati

penzoleranno dalle nostre finestre.

La tredicesima sarà un sollazzo fritto,

la povertà un mezzo per fingersi buoni,

i parenti la garanzia che è tutto cosa nostra,

covando nella pancia peti di fiele antico,

tra abbracci e baci annaffiati dal vino,

mentre ci dimentichiamo di gesùbambino.

Ci sarà un freddo cane e tra le mani giunte

le ostie geleranno, poi le ginocchia flesse,

ite missa est, andate al cotechino, amèn

andiamo al capodanno, arrivano quei tre

che seguono la stella cazzuta, sfottiamo la befana,

e piano piano torniamo quei bastardi che già siamo.

©francescorandazzo2016

Canto di Natale

Francesco Randazzo

Canto di Natale

Faceva un tempo da schifo, un freddo che spaccava le ossa, vento tagliente, pioggia a gocce chiodate e un cielo scuro come l’ansia. I mobili Ikea comprati vent’anni prima si sgretolavano sotto la morsa del gelo che entrava dagli spifferi grandi come canali degli infissi scalcagnati delle finestre, due delle quali al posto del vetro c’avevano due tavole di compensato attaccate col silicone, ormai semi scollato. Il televisore trasmetteva ininterrottamente un effetto neve frusciante, il decoder non ce l’aveva, un apparecchio nuovo manco a parlarne, tanto valeva spegnerlo. Ma sua suocera si ostinava ad accenderlo e a passarci le giornate davanti, con lo sguardo fisso e un sorriso ebete, da rincoglionita qual’era. Per rispetto a sua moglie la lasciava fare. Tanto tra un po’ avrebbero tagliato la corrente elettrica e sua suocera avrebbe fissato lo schermo spento. I bambini, per così dire visto che erano adolescenti animaleschi, s’accapigliavano, come sempre, dandosele selvaggiamente, ma non litigavano, erano esuberanti, così diceva sua moglie, sfogavano e basta, era il loro modo di giocare. Almeno così s’accaldano e non sentono troppo ‘sto freddo pazzesco, pensò. Sua moglie rimestava il pentolone grande, nel quale bollivano da ore due carcasse di pollo. Comprate al supermercato. Il marketing s’era adattato alla crisi. Incellofanate, su vassoietti di polistirolo bianco fulgido, sotto la luce del bancone macelleria, erano apparse queste meraviglie, a sessanta centesimi al chilo, ti portavi a casa un pollo, senza petto e senza cosce. Ma almeno ti sembrava di potertelo permettere, un pollo. Visto che erano in cinque a mangiare, per le feste sua moglie ne aveva comprati due. Avevano il pregio che a forza di rosicchiarli e succhiare le ossa, ti stancavi e ti passava la fame. In più c’era il brodo, che era sempre meglio di quello dei dadi, che tra l’altro erano più costosi. L’odore era buono, faceva venire l’acquolina in bocca, ma questo era uno svantaggio, perché quando tutto arrivava in tavola, il niente che era straziava l’anima e il corpo. Ciò nonostante sua moglie canticchiava. Che cazzo c’hai da cantare, pensava Natale, siamo nella merda, mangeremo quattro ossa e una tazza di brodo; tua madre è rimbecillita davanti al televisore scassato e ogni tanto chiama tuo padre, che è morto da vent’anni, e lo rimprovera per qualche minchiata che avrà fatto quarantanni prima e che è una delle poche cose che ormai si ricorda; i tuoi figli, i nostri figli, sono due idioti violenti che a scuola vanno malissimo fin dall’asilo nido e il buongiorno si vede dal mattino; tu sei patetica con quella camicia rosa coi volant, attillata sopra la ciccia da quarantenne esausta, quella pantacollant ti fa un culo a mappamondo che a te ti fa sentire la cugina di Jennifer Lopez ma tanto io lo so che quando te la togli la forza di gravità te lo schianta, e io sono un fallito disoccupato, a cinquantanni passati come una schiacciasassi che m’ha ridotto a un vecchio inacidito dentro e fuori, c’è la crisi, che ci vuoi fare, passerà, sta già passando: si come no, sopra di me sta passando, come un tritacarne e che cazzo c’avrai da cantare, eh? Boh.

Gli girano i coglioni a Natale e per non litigare con sua moglie, per non ammazzare sua suocera e buttarla nella pentola a tocchi insieme alle carcasse di pollo, per non legare col filo spinato quei figli che a tredici e quattordici anni hanno testosterone e idiozia pompati dappertutto, acchiappa la giacca a vento ed esce. Torno più tardi. Copriti bene che fa freddo, gli fa la moglie. Sì.

Il freddo, così di colpo, come una tavolata sulla faccia, appena fuori, lo fa barcollare. Ma è troppo incazzato e cammina a passi lunghi e saltellanti, una specie di corsa da struzzo nella galleria del vento, un due tre, un due tre, un due tre… Sbuffa anche, sbuffa e smadonna, sbuffa e smadonna. Birubìp. Birubìp. E si ferma. Un cazzone col suv. Ha messo l’antifurto, col telecomando, ma avrà schiacciato due volte oppure con ‘sto freddo l’impianto elettrico dell’auto è andato in pappa, fatto sta che il tipo si sta allontanando, ma l’auto l’ha chiusa e riaperta, senza accorgersene. Natale lo vede sparire dentro a un portone, carico di pacchi infiocchettati e buste griffate. Stronzo, pensa. Gli fa rabbia, gli fa invidia. Però se lo ricorda che anche lui fino a qualche anno prima, tornava a casa con i pacchetti regalo, senza Suv e i regalini erano modesti, ma tutto aveva una sua dignità, Natale aveva dignità, la sua vita, piccola ma dignitosa.

S’avvicina all’auto. Sbircia intorno. Non c’è nessuno. Apre la portiera ed entra. Si siede al posto di guida e poggia le mani sul volante. Quant’è alta ‘sta macchina, paiono camioncini ‘sti Suv. Esagerati. Però è figo starci sopra. Ti senti forte. Potente. ‘Na stronzata, ma fa bene. A uno come a me fa bene davvero, pensa. Un po’. Un po’ poco, ma adesso mi pare tanto. Che fregatura, pure ‘sto Suv. Nel calore dell’abitacolo, sospira, guarda avanti a sé il parabrezza appannato. Si addormenta. Senza sogni, come se scivolasse dentro un tubo nero e caldo. Di botto una musichetta esasperata invade il vano dell’auto, Natale sobbalza, si sveglia, si rende conto che il tipo ha dimenticato il cellulare, apre la portiera e schizza fuori. Corre via. Ma fa in tempo a incrociare l’uomo che sta andando a recuperare il telefonino. Giusto in tempo, pensa, mi mettevo nei guai ancora di più, e tanto non la rubavo, non so nemmeno come si fa a farla partire senza chiavi, e poi adesso con ‘sti gps, pure se fai cento chilometri ti rintracciano. Soprattutto non sono un ladro, ancora no. Sono onesto. Un coglione fottuto, ma onesto, io. Fino alla fine. Non serve a niente, se sto come sto, ma sono così, colpa di mia madre, di mio padre, di tutti quei buoni principi che mi stanno dentro e addosso e non si scollano nemmeno se sono disperato, come adesso.

Le campane elettriche di una chiesa vicina suonano perdendo colpi.

Natale ricomincia a correre stile struzzo, aggiungendo dei movimenti di braccia e colpi di mani sulle cosce per non farle gelare. E corre e salta. Non se ne accorge subito del cane che lo insegue. Una specie di cane bastardo con un ricordo antico di cane lupo nella testa e nella coda, con un corpo a botte, di colore smerdato, che testimonia generazioni di meticciato trombante. Poi il cane lo supera, in un guizzo di esaltazione canina, corre un poco avanti, si ferma, salta, gli va incontro, salta ancora, riparte avanti. Per un attimo Natale si spaventa, pensa che il cane voglia aggredirlo, ma subito dopo capisce che quel cazzone vuole giocare. Perciò continua a correre, a saltare, a battere le mani, agitare le braccia, col cane che lo imita, corre, salta e invece di muovere le braccia, scuote la testa e agita le orecchie. Ogni tanto incrociano un Babbo Natale di plastica gonfiabile e Natale, senza smettere di correre gli molla un calcio o uno schiaffone in faccia.

Si fermano davanti a un cassonetto che sembra non puzzare, tanto è il freddo. Natale si piega e respira affannato. Gli duole il fianco. Suda persino. Il cane si ferma, gironzola, sbuffa, sniffa il cassonetto, alza la zampa e gli schizza su una pisciatina. Natale continua il gioco d’imitazione tra lui e il bastardone, piscia anche lui sul cassonetto. Ahhh. Ci voleva. Sente di nuovo il freddo. Una specie di manina gelida sul collo. E si volta di scatto. Nessuno. La strada è deserta. La luce giallastra dei lampioni è ovattata da un’infinità di macchioline bianche. Nevica. A Natale nevica. Quando cazzo mai ha nevicato qui? Ma nevica. Fa un freddo bestiale e nevica. Bello. Guarda il cane che s’è seduto e con la zampa si da colpetti sulle orecchie, a scacciare i fiocchi che lo colpiscono lievi e freddi. È neve, dice Natale al cane. È solo neve. Non avere paura. È bella da vedere, no? Ti piace?

E il cane gli risponde. Alza il muso e mugola, mugola forte, mugola tanto fino a ululare. Ulula a lungo. E anche Natale ulula. Ulula, ulula. Uuuuuuhhhhhh. Uuuuuuuuuuuhhhhh. Da soli, nella notte, come un canto lungo e modulato, soli e insieme, ululano, cantano come bestie, cantano nella neve, bianca come lo sconcerto che li attraversa, cantano, mentre Gesù sta nascendo.

©francescorandazzo2009

image by Bill Jacklin’s – Man with dog, NYC

Tutte le lettere

Tutte le lettere furono bruciate,

ogni parola aveva viaggiato,

era stata letta molte volte,

aveva composto alberi

di frasi desideranti, aperte.

Adesso è un altro tempo,

adesso tutto brucia e dissolve

come un rito antico, rinnovato,

questo rogo cancella le tracce,

consegna al vento tutti i suoni,

tutti i battiti, tutti i passi perduti.

Osservo la fiamma avida,

le ceneri fluttuano, svaniscono.

Il crepitio m’assale furioso.

Ma l’ansia si spegne nel silenzio

e ogni attimo riprende a scorrere

in perenne fuga dalla linea del tempo.

Sul bus notturno resto in piedi,

ad ogni fermata le porte stridono

come gabbiani feriti, e una vecchia

mi sorride con cattiveria giallastra.

Volto la testa per non vederla.

Rompo il vetro d’emergenza

per lasciare entrare un rimpianto

smarrito che non sapeva trovarmi.

Quando scendo, nel piazzale vuoto

attraverso le ombre cantando

ma a bassa voce, senza parole,

cammino soltanto per sentire

che sto ancora attraversando

una terra straniera, una patria

perduta, un cielo precipitato,

e non ho paura, no, non ho paura,

non più, adesso e sempre, mi perdo.

©francescorandazzo2020

Il lento sfogliarsi

Il lento sfogliarsi della pelle

nella memoria dei sensi,

le rughe profumate di talco,

le lentiggini del primo amore,

il bruciore della prima paura,

l’assurdità del primo sesso,

il toboga di una schiena,

la sorpresa dei piedi graziosi,

lo stupore delle guance accese,

e questo toccare ed esser toccati,

fa cattedrale di gotica ascesa

dal nostro essere stati ed essere

all’indicibile mistero dell’addio.

©francescorandazzo2020

Quella signora elegante

Com’è facile dimenticare tutte le vite

che non sono la nostra e questa stessa

esser dimenticata da tutti gli altri. Così

tutto si cancella e sempre un giovane

sorriso nasce da occhi che deridono

quella signora elegante che recitò

tutte le parti in commedia e tragedia

d’ognuno, con ostinato successo,

poi quegli stessi occhi e quel sorriso

lei fa svanire. La signora si muove

lentamente, sussurra versi iridati

e sempre tutto, tutti, cancella, lei,

la svanita che dissolve ognuno,

con la mano graziosa allontana

dal mondo le tracce polverose

e resta, in attesa, fingendosi assente.

©francescorandazzo2020