Stancùria

Che stancùria!
Quella spossatezza
languida e avvolgente,
che ti senti il corpo 
in fremente abbandono, 
come una nostalgia
di sensi striscianti,
che ti senti la mente
di Seneca e De Sade,
tra laghi e fiumi,
torrenti di pensieri,
felicemente fissati
in un ghiacciaio
senza tempo.
Com’è tutto inutile
eppure meraviglioso.
Che stancùria!

©francescorandazzo2022

Rosita ch’abbulò de’ scali






Ti scurticasti tutta
abbulannu de' scaluna,
a curpa fu a me ca dissi:
Ti piaci? T’arrialu a luna!
E patapunfiti satasti
e tutta t’allanzasti, o bedda!
Ora ti curu, cu bendi e vasuzzi,
nenti chiù ti prumettu, nenti,
ca l’amuri nun su prumissi,
sunnannu l’impossibbili,
ma chiddu ca facemu
tutti li jorna ‘nzemula,
ju e tu, tu e ju, nui a nui.



Traduzione

Ti scorticasti tutta
volando dalle scale,
fu colpa mia, che dissi:
Ti piace? Ti regalo la luna!
E patapunfiti sei saltata
e ti sei sfracellata, o bella!
Ora ti curo, con bende e bacetti,
niente più ti prometto, niente,
che l’amore non è promesse,
sognando l’impossibile,
ma quel che facciamo
tutti i giorni insieme,
io e tu, tu e io, noi a noi.


©francescorandazzo2022

Ho navigato

Ho navigato tra i tuoi desideri silenziosi,

tra tuoni di speranza e lampi d’illusione,

attento a non cadere, attento a tenerti su,

ho lasciato il timone della ragione e tu

mi hai indicato gli astri delle costellazioni,

le lettere dell’eternità oltre tempo e morte.

Oltre le colonne d’Ercole c’è il rischio,

c’è tutto quel che di te resta mistero,

c’è tutta l’oscurità che resta indietro,

c’è l’orizzonte e l’alba, la curva e il punto

d’ogni azione, d’ogni pensiero, e gli occhi

si perdono, si smarriscono e ritrovano,

sempre, anche quando, stanchi, li chiudiamo.

©francescorandazzo2022

La Tempesta

Non c’era che terra e sabbia,

in fondo un muro sporco,

sbreccato, macchiato, vivo.

Cuscini per terra, sedie

e palchetti in rovina.

Una luce buttata là.

Suoni di strumenti esotici.

Battiti di tamburi e legni.

Una tempesta fatta di corpi

e bastoncini in su e in giù,

subito s’annegava stregati.

Prospero asciutto e potente,

Miranda miracolo d’adolescenza,

Khrisna diventava Trinculo

con capriole d’ingegno e umiltà.

Su tutto un gigante di due metri,

levitava camminando, spirito

d’aria, Ariel senza peso,

senz’ali né marchingegni,

volava, volava in alto

e lo stupore, la meraviglia

erano un brivido senza fine.

#peterbrook

©francescorandazzo2022

Notturno in alba

Questa sera m’invecchio come Titone Antico,

mi sembra di guidare questo carro del sole,

eternamente carico di anni, accanto a me

il giovane Apollo sorride e scuote i ricci

folti a coronargli il capo, guarda avanti,

scoccato come freccia verso il futuro,

mi tiene la mano con una dolce stretta,

e il cielo antico si fa nuovo di luce.

©francescorandazzo2022

Quando il vento

Quando il vento scompiglia e fa volare le cose, non infastidirti, e pensa sia un amico che ti scuote. Sorprendente. Osserva il cappello che vola via saltando come una quaglia e te che saltelli dietro a lui e danzate la buffa giga dei giullari. Osserva gli spartiti disseminati sul pavimento, come si dispongono in ventagli di note diritte, capovolte e di traverso, così puoi leggere e suonare con inatteso sguardo, così senti che ogni cosa va guardata e letta in molti modi. Osserva il libro che si è sfogliato, hai perso il segno della tua lettura, ma con un colpo d’occhio vedi che s’è aperto su quella pagina, su quella frase che t’illumina la giornata. Osserva l’albero che si piega e sembra voglia accarezzarti, sembra dirti che la natura è innocente, che tutti siamo innocenti. Osserva chi ami, guarda quel ciuffo che s’è mosso, scompigliato, tra gli occhi, il naso, le labbra e vibra di bellezza a dispetto di tutto, e tu sorridi, e sorridete insieme, e correte ridendo come bambini, aprendo le braccia come ali. Quando il vento scompiglia, ci regala l’inatteso, niente è irreparabile, più lieve è lo sguardo più leggero il cuore, e in un attimo, anche se non lo capisci, puoi sentire l’abbraccio della vita, il senso dell’esistere, senza parole, in un fiato di vento che ti rivela tutto.

©francescorandazzo2022

Filastrocca

Vivere per esserci
senza apparire
Lavarsi i piedi
Bagnarsi il viso
Poter baciare
Lasciare andare
Camminare
Camminare
Camminare

Sognare per volare
e non precipitare
Aprire le ali
Danzare
Suonare
Cantare
Dire sciocchezze
Ridere
Sorridere
Ridere
Sorridere

E se proprio si deve piangere
sia soltanto per abbracciare





©francescorandazzo2022

A volte il cuore salta

A volte il cuore salta, improvvisamente,

e non sai più dove ti trovi, staccando tutto

con leggerezza sconcertante e un brivido

trapassa tutto il corpo che si esalta e teme

per l’abbandono d’ogni cosa del mondo,

e senti come una risata di vecchio bambino,

senti un sospiro trasparente di libertà assoluta,

a volte il cuore salta, improvvisamente,

come un entusiasta direttore d’orchestra

che lancia in aria la bacchetta e grida.

©francescorandazzo2022

The house of voices

Dal 15 al 30 Aprile, nella casetta dei poeti ideata da Giovanna Iorio a Hertford e Londra, Uk, foto, registrazioni e installazioni artistiche, idealmente abitata da me e dalle mie esperienze, poetiche, umane, teatrali.

Visitabile anche on line alle seguenti pagine:

https://poetshome.weebly.com/exhibitions/francesco-randazzo

https://www.instagram.com/house_ofvoices/

https://www.facebook.com/HouseVoices

Enjoy!

Mi diedero una pistola


Mi diedero una pistola,
la presi e ad occhi chiusi
sparai.
Mi diedero un fucile,
lo presi e ad occhi chiusi
sparai.
Mi diedero una granata,
la presi e ad occhi chiusi
la lanciai.

Attorno a me decine di commilitoni sparavano a ripetizione, esaltandosi ferocemente come bambini al luna park della morte. Decine di bossoli volavano tra noi, uno, bollente, mi bruciò l’avambraccio. Era soltanto un bossolo sputato via dal percussore, il proiettile aveva già colpito la sagoma. Era soltanto un’esercitazione. Ci addestravano a uccidere. Io vedevo le sagome diventare persone, le vedevo cadere, urlare, sanguinare, morire. Pensavo: “Anche ad occhi chiusi, quanti ne avrò colpiti?”
Così aprii gli occhi e vidi la strage, vidi la morte, l’insensata brutalità della guerra.
Per molte notti non ho dormito, per troppi giorni ho ricordato, per troppi giorni ho dimenticato.



©francescorandazzo2022

Ánghelos


Conosceva tutte le parole del mondo
e persino tutti i nomi possibili di Dio,
tutti i numeri e le loro infinite combinazioni,
i movimenti degli astri visibili e invisibili,
le note d’ogni suono e tutti gli armonici
risuonavano in lui in perfetti intrecci,
d’ogni volto leggeva l’anima nascosta,
d’ogni amore e d’ogni dolore era arpa,
osservava tutto con grande stupore,
e non capiva, non capiva, da millenni
perché tutto veniva annientato sempre
dall’infinita ferocia dell’uomo contro l’uomo.

Camminava tra corpi straziati, nelle città
e nelle campagne bruciate, accarezzava
i bambini tranciati e i vecchi sconvolti,
le donne lacerate e gli uomini crivellati,
gli animali ignari squarciati e divorati,
sollevava lo sguardo verso il cielo scuro
e non capiva, no, non capiva ancora,
mentre l’aria si tingeva di rosso e mille
esplosioni d’intorno gridavano il suo:
“Perché?” Nessuno rispose e dopo fu
soltanto un silenzio che bruciava,
e l’angelo restava là, nonostante tutto.

©francescorandazzo2022

Echi

Si sentono sospiri lontani,

soffi leggeri, fruscii di carte

invisibili, piccoli rantoli,

scrocchiare di foglie secche,

crepitii di formiche bruciate,

echi di schianti lontanissimi,

fratture di lampadine schiacciate,

e in sottofondo lo sfrigolio cupo

di sabbia sotto al legno duro,

tutto dentro, nascosto, chiuso

dentro, sigillato dalla volontà

di non vedere e tradurre

tutta la realtà in suoni minimi,

che non devono turbare mai

le opache coscienze intorpidite.

Meglio così, meglio così,

semmai con un click fare

la carità pelosa poi uscire

per un apericena costoso

e un po’ d’insulsa compagnia,

forse anche un po’ di sesso,

forse no, che importa, fa lo stesso.

Ma poi, tornando a casa,

nella notte buia tornano

quei mille piccoli rumori

lontanissimi, echi inquietanti,

che disturberanno il sonno,

e che curiamo con il bicarbonato.

©francescorandazzo2022

Athenaion

Come questa pietra chiara

è l’ombra mia, fluttua

in un’aria lievissima,

che si respira dolcemente,

così il peso del vivere allevia

e lo sgomento può dissolversi

anche solo per un attimo svelto

a sparire nel nulla bianco,

nella profondissima quiete

del sempre, qui e ora,

infinite volte, senza più

tempo, luogo, misura, occhio.

©francescorandazzo2022

Vorrei misurare il tempo

Vorrei misurare il tempo
in vivi fogli di un libro ,
non in minuti, ore, giorni,
anni, scanditi verso il nulla.
Preferisco sentire il fruscio
delle pagine d’ogni vita,
incipit quasi sempre felice,
i primi capitoli a colori
disegnati dall’innocenza,
poi i confusi e impetuosi
capitoli della giovinezza,
rosso fuoco, indaco triste,
parole incendiarie, lampi,
amori farfalla, testardaggine,
poi verso il respiro ampio
della maturità, lo sguardo
e le parole distese in campi
ondulati di pensieri aperti,
l’amore avvolgente, unico,
capitoli che si aprono a tutti,
e diventano preziosi oltre noi.
Fino alle pagine finali,
brusche o serene, sempre
sorprendenti, e l’ultima
parola, l’ultimo respiro,
è l’ultima pagina girata,
è il nuovo libro che altri
continueranno a scrivere
anche con te, così mi piace,
così vorrei sentirmi parte
di una biblioteca che non chiude mai.

©francescorandazzo

Tante volte vorrei


Tante volte vorrei rivedervi
e all’improvviso provo
a telefonarvi. Resto sospeso
tra la mano e l’occhio,
non so più il numero,
non c’è più voce,
i volti sono nebbia,
qualcosa che spinge
da dentro con disperazione
avvolge, sospende il respiro. 

Soltanto di notte riesco
sognandovi
a rivedervi vivi
perfettamente vivi.
Vi vedo, vi annuso,
vi abbraccio, vi tocco,
e le vostre voci risorgono
con timbri, colori, accenti
familiari, mai morti,
mai veramente cancellati.

Mi sveglio come se tornassi
da una festa, stanco, contento,
un po’ ubriaco per troppo sentire.

E poi per giorni mi accompagnate
vivi com’eravate, nella vita e nel sogno,
siete tanti ormai, mi affollate il cuore.
Così capisco che da sveglio sento
il passato che siete stati, nostalgia,
ma solo nel sonno tutto è presente,
e sonno e veglia mi portano avanti,
non so dove, né come o perché,
consola un poco non esser soli mai.

L’anima è ricamata di vuoti,
bisogna staccarsi un poco
per vedere oltre questa vita
l’arabesco misterioso 
che ci avvolge.

©francescorandazzo2021

Image: Nicolas Dipre, The dream of Jacob, 1500 ca.

Non ho ucciso Babbo Natale

Arriva sempre il momento in cui bisogna uccidere Babbo Natale. Non esiste, si dice, e zac – morto!

I bambini crescono e si deve farlo, sennò non crescono bene, insomma non è che si può rischiare di avere un figlio che a trent’anni crede ancora che un panciuto signore vestito di rosso voli fino a casa sua per portargli un regalo di Natale! Quindi sbrigativamente o con molto tatto si deve ammazzarlo.

Io non ce l’ho fatta. Mio figlio poco prima di Natale scriveva la sua letterina e alla vigilia stava in trepidante attesa, un po’ preoccupato perché non avevamo il camino dal quale Babbo Natale sarebbe dovuto scendere. Vedrai che li lascerà dietro la porta di casa, gli dissi la prima volta. E come facciamo a sapere che li ha lasciati? Mi chiese lui. Bussa e scappa via. Risposi. L’importante è non sbirciare, bisogna aver pazienza e aspettare. A che ora arriva? Intorno a mezzanotte.

Mia moglie preparava il pacchetto (io sono negato e faccio pacchetti che sembrano devastati dagli elefanti) e lo nascondeva. La sera di Natale mettevo il regalo fuori dalla porta e a mezzanotte, di nascosto, davo dei gran colpi e facevo il vocione da cartone animato. Poi riprendevo la mia voce e chiamavo mio figlio: – È venuto! Ha bussato! Vieni, apriamo la porta, vediamo. Lui era elettrizzato ma esitava ancora qualche istante perché voleva dargli il tempo di andarsene senza essere visto, per non offenderlo. Apriva la porta, prima col mio aiuto, poi da solo e la magia era là, concreta e straordinaria, avvolta nella carta regalo luccicante! Il vero regalo però era quell’attesa, il mistero, la speranza e l’illusione che si sarebbero compiute. Io vedevo quel bambino completamente e innocentemente ammaliato da questa creatura immaginaria che per lui era fantastica e reale insieme, e trepidavo con lui, pur sapendo che ero io a imbastire tutta quella commediola natalizia, alla fine mi sentivo elettrizzato come se fossi tornato bambino anche io.

Ma gli anni volano e mio figlio era ormai quasi un ragazzino che credeva ancora a Babbo Natale. Qualcuno dei suoi compagni di scuola aveva detto: – Non esiste! Ancora ci credi?

Ma lui gli aveva risposto per le rime, dicendogli che esisteva, che viveva vicino al Polo Nord e aveva un indirizzo al quale si poteva scrivere e su Internet c’erano anche le foto. Il che era vero. Vinse il round però gli restò il dubbio e tornò a casa col broncio. Cos’hai? Gli abbiamo chiesto.

Cosa è successo? Lui, serissimo, arrabbiato ma sull’orlo del pianto: – Dicono che Babbo Natale non esiste. È vero, papà? È vero, mamma?

Quello sarebbe stato il momento giusto, bastava dire: – Sì.

Però, non ce l’ho fatta. Avrei tradito quel bambino, avrei ucciso tutta la meraviglia e la magia, tutta la fiducia incondizionata che nutriva per me e per sua madre, e avrei ammazzato quel povero pancione immaginario che per tanti anni c’aveva fatto visita, rendendolo, rendendoci felici. Anche se immaginario, non volevo quel cadavere enorme stramazzato dietro la porta, schiantato sul piccolo cuore di mio figlio.

Quindi ho risposto: – No, non è vero, esiste. Se tu ci credi esiste, come tutte le magie, il tuo compagno non ci crede e per lui non esiste, tu ci credi e per te esiste.

Stavo per citare la famosa battuta di Amleto a Orazio: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” ma mi sono fermato in tempo, perché ho realizzato che mi ero cacciato in un bel pasticcio. Adesso come avrei fatto a risolverlo?

Il bambino di fronte a me aveva ritrovato il suo sorriso e per adesso andava bene, ero felice di averlo reso felice.

Sono passati, credo, ancora due anni ed è arrivato il momento, ineludibile. Babbo Natale andava eliminato. Ma come?

Ci odierà – dicevamo tra noi, io e mia moglie. Bisogna farlo, è troppo grande. Sì, però.

A trent’anni andrà dall’analista. Perché gli abbiamo ammazzato Babbo Natale. O perché ancora ci crederà se adesso non gli diciamo che non esiste.

Lui, intanto, aveva già scritto quella che sarebbe stata la sua ultima letterina di Natale.

È sempre stato un bravo bambino, quindi il regalo già comprato e impacchettato stava nascosto in un angolo recondito dell’armadio. E Babbo Natale sarebbe arrivato. Però poi doveva sparire per sempre…

Allora ho avuto l’illuminazione. Non avrei ucciso Babbo Natale, non ce n’era bisogno. Dovevo solo ordire un rito di passaggio, altrettanto magico, verso la realtà, senza uccidere l’illusione ma trasformandola.

Di nascosto ho tirato fuori la letterina che aveva scritto e che da qualche anno imbustava lui stesso e scriveva l’indirizzo di non so più quale luogo artico o scandinavo e che fingevo d’imbucare nella cassetta della posta.

Sono andato a cercare il sito di Babbo Natale, ho scaricato loghi, bolli e timbri vari. E su carta intestata della casa nordica del più grande amico di tutti i bambini nel mondo, ho scritto una lettera di risposta a mio figlio.

Era un affettuoso commiato, il grande vecchio gli diceva che era stato felice di rallegrare ogni Natale, portandogli un regalo che meritava, si complimentava con lui perché era stato un bravo bambino che aveva reso orgogliosi i suoi genitori e anche lui ne era compiaciuto. Ma gli diceva anche che adesso era cresciuto e che quello era l’ultimo Natale in cui sarebbe venuto a trovarlo. Negli anni a venire avrebbe festeggiato il Natale e scambiato i regali con mamma e papà, come fanno i ragazzi grandi. Era necessario, anche perché se avesse dovuto continuare a far visita ai grandi non ce l’avrebbe fatta, troppi regali, troppi viaggi, e sarebbe andata a scapito dei nuovi bambini che sempre arrivano al mondo. Diceva tante altre cose, non le ricordo tutte, ci misi un bel po’ a scriverla, ma alla fine era proprio una bella lettera affettuosa, un commiato deciso, ma con tenerezza, un invito a crescere e continuare a far bene.

La lettera arrivò per magia, mio figlio la aprì e la lesse. Un’ombra di tristezza gli passò sul volto. Controllò la busta, il francobollo, l’affrancatura. Babbo Natale gli aveva scritto. Ci guardò, aveva gli occhi lucidi, un’espressione seria, sospirò, sospirammo e finalmente sorrise. Fu un Natale bellissimo.

Non ne abbiamo più parlato. Sono passati molti anni, tra un anno e mezzo sarà maggiorenne, ed è un giovane uomo con i piedi posati per terra e la testa un po’ tra le nuvole. A volte è molto serio, a volte è di una leggerezza straordinaria, a volte ha dei momenti di leggerezza quasi magica o momenti di tenerezza improvvisi. Come quando mi guarda come se fossi Babbo Natale o gioca e scherza con sua madre come se fossero due elfi. Non solo a Natale.

©francescorandazzo2019

Nittalope

Mi guarderai così 
con occhi di nittalope 
come uccello notturno 
come felino attento 
nel buio della mia notte. 
Sentirò quello sguardo 
come un'invasione, 
una carezza che 
devasta i sensi,
niente e nessuno 
potrà salvarmi. 
Sentirò quest’oscurità illuminarmi.

©francescorandazzo2021

Attraverserai il mare

Attraverserai il mare camminando
sul fondo soffice d’alghe e anemoni,
le tue dita fioriranno di coralli vivi,
la tua pelle brillerà di sale e sudore,
gli occhi saranno acuti di murene,
la bocca schiusa ricordo di una rosa,
un passo dopo l’altro, guizzando
gambe e piedi sorprendenti, svelti,
fino a risalire le montagne di roccia,
sugli altopiani di sabbia smemorata,
e tutto riemergendo si scioglierà,
mille frammenti d’ogni tua parte,
d’ogni pensiero, pena, sentimento,
esploderanno, ma silenziosamente,
si udrà soltanto un crepitio di luci,
sarà l’attimo perfetto, il giusto inizio.


©francescorandazzo2021

Li sentite?

Li sentite i passi?
Tutti i piedi che calpestano
terre sconosciute, le gambe
ostinate che scavalcano,
e le braccia, a migliaia,
che stringono figli e poi
per disperazione li spingono
da soli verso l’ultima speranza?

Lo sentite il suono dell’acqua?
Lo schiaffeggiare dei corpi
sulle onde, il tonfo e il risucchio
del mare che ingoia giovani
e vecchi, un istante dopo
l’ultimo illuso messaggio
prima che l’oscurità inghiotta
tutta quella vita che pulsava?

Lo sentite il respiro che s’affanna,
si tronca, s’interrompe per sempre?

Lo sentite nella pelle sbucciata
dal sole, nelle orecchie chiuse,
negli occhi distratti, nelle mani
indifferenti, nelle vostre risate
oscene, quanto di questa umanità,
quanto di questo nostro occidente
ottuso e spietato, abbiamo reso
un’enorme macchina di ferocia,
una orribile cattedrale d’ipocrisia
salda su fondamenta nerissime
profondissime, acuminate, livide, 
fino all’inferno delle nostre anime? 




                                                                                     ©francescorandazzo2021

Sulla riva del lago

Cammino sulla riva del lago,
due gatti saltano giocando,
lei mi da la mano, silenziosa,
il vento si riposa per un attimo,
e camminiamo sull’acqua scura,
non è un miracolo, soltanto noi.

Poi il vento ci riporta a casa,
e sono passati infiniti attimi,
il bambino ha corso e cantato,
il ragazzo ride e s’innamora,
gli specchi muti osservano curiosi,
passano arcangeli come arcobaleni.

Vorrei parlare in greco antico,
vorrei scrivere in mandarino,
vorrei di tutte le parole perdute
saper soffiare la forma e la vita.

Cammino sulla riva del lago,
due gatti saltano giocando,
lei mi da la mano, silenziosa,
il vento si riposa per un attimo,
e camminiamo sull’acqua scura,
non è un miracolo, soltanto noi.

©francescorandazzo2021

Intermezzo

Migliaia di notti passate a sognare,
resero il bambino così tanto esperto
di voli, cadute verticali e circolari
precipizi, albe di stupori e meraviglie,
tramonti tempestosi come oceani,
che la vita fu quasi un’intermezzo,
a volte insostenibile, a volte dolce, 
un diurno tributo da restituire al corpo.
Così, vecchio, nell’ultimo addormentarsi,
fu felice di non essere più interrotto,
attraversò leggerissimo uno specchio,
sparì il riflesso del corpo, e fu tutto.

A volte, nel silenzio, sembra di sentire,
piccole serie di note gioiose, chimere
che invitano chi ascolta a sorridere.

©francescorandazzo2021

Non c’è che il tempo

Non c’è che il tempo a dimostrare
d’ogni sogno la fine, d’ogni vita 
il rimpianto. Figure sconosciute
attraversano gli specchi opachi,
un raggio di sole brucia la pelle,
un bambino impaurito piange.
Non sai, né hai saputo, né saprai
consolarlo, guarirlo, liberarlo,
per tutta la vita, per tutta la vita,
un’attesa e la foga ribelle, vane,
non c’è salvezza fuori dal tempo,
persino la musica è illusione
scandita dai silenzi, murmure
presagio, di quelle case vuote
che diventiamo, urlanti echi
di fragili destini, evanescenti.

Danziamo tutti così, in dissolvenza.

©francescorandazzo2021

Ve li immaginate


Ve li immaginate quelli che da lontane galassie
osservano quel puntino trapuntato d’azzurro,
che a noi sembra ed è tutto il nostro mondo,
e si chiedono le stesse cose che ci chiediamo noi,
e restano là a sentirsi piccoli e distanti da tutto,
soli nel brivido dell’insignificanza, impauriti
dal peso della solitudine o la paura dell’infinito?

Intanto precipitano stelle e mondi estinti come fossero vivi.


©francescorandazzo2021

Oltre l’invisibile


Quei volti ormai perduti
che tornano in miraggi,
le voci ormai dissolte
che rompono il silenzio,
e quei profumi, di talco,
di creme, di colonie, aerei,
sublimi e lievi di fremiti
che spingono all’abbraccio,
così mi volto, cerco, ammiro
quanto è straordinaria
la vita oltre l’invisibile.

Tutto è corallo d’oceani della mente.


©francescorandazzo2021

La parte più pura

Si scrivevano lettere d’amore,
resoconti del desiderio, promesse
e cento modi per dire “mi manchi”,
pagine su pagine frusciavano
sotto le dita e un tremito saliva,
dalla carta alla gola, ingenua
la bocca baciava il francobollo,
e sulla busta il nome e la distanza.
La buca delle lettere era un’amica
traboccante di comprensione
ma con un tocco di cinismo
per noi che nell’attesa di risposta
bruciavamo per giorni disillusi.

Fu straordinario amarsi anche così.
Ho sepolto tutte le lettere nel petto.
Di ogni amore resta il profumo
delle parole scritte, delle attese,
che poi il tempo ci portò a tradire
con innocenza e crudeltà e noi
nella parte più pura del cuore
conserviamo le vite che sognammo.

©francescorandazzo2021

Appunti viennesi

Kunst Historiches Museum

Osservare tutti questi volti, sopra vestimenti lussuosi e ricchissimi. Ma i volti nudi svelano tormenti, ansie, ferite della vita, gioie, sorprese, speranze, disincanto, disprezzo, alterigia o umiltà. Sono gli stessi volti che posso incontrare per la strada o in metropolitana.

Mi parlano da tempi lontani, epoche di glorie dissolte, con nient’altro che la loro umanità, celata dal costume, svelata dagli occhi, dalle rughe, dai sorrisi o dalla stanca fissità della loro secolare noia.

Sono seduto davanti all’uomo barbuto di Tintoretto, accanto a me l’ombra di Thomas Bernhard.

Lo sguardo dell’uomo nel ritratto è un po’ malinconico ma pieno di comprensione del mondo fuori di lui, una distaccata condiscendenza verso chi lo osserva. La mano che s’appoggia al bavero di pelliccia sembra pronta ad un movimento repentino del braccio, fuori dal quadro. Intorno a lui il buio. La luce che gli illumina il volto viene dal nostro tempo, fu nel suo, sarà nel prossimo, inquieta, ma anche un poco consola.

§

Schloss Belvedere

Cosa si può pensare di fronte alla bellezza di capolavori immortali?

Cosa provo davanti alla signora col ventaglio di Klimt?

Commozione, certo, commozione.

E uno stupore particolarissimo che emoziona per una segreta forza di riconoscimento e allo stesso tempo di nostalgia.

§

Prater

La Vienna del divertimento popolare al Prater è come ogni fiera di paese, più in grande, ma anche più rarefatta, con una allure di distacco quasi decadente e qualche tocco di nostalgia asburgica molto kitsch.

Le piccole donne arabe velate di nero, coi chador stretti al collo, basse, paffute, sorridenti, sembrano contente come se fossero in gita alla Fabbrica del Cioccolato e da un momento all’altro s’aspettassero di vedere Gene Wilder o Johnny Deep.

Un vecchio austriaco che somiglia moltissimo a Von Karajan, seduto al Caffè, leva spesso gli occhi al cielo, sembra quasi preoccupato che arrivi un’incursione aerea, in realtà spia il movimento della Grande Ruota che gira proprio sopra di lui.

I bambini affollano i giochi, gridano, stralunano, mi sembrano fuggiti da un film di Bergman per scoprire la banalità del divertimento.

Vedo da lontano un minareto che solleva a cinquanta mentri una giostra che gira follemente, una gru che fa ruotare un canestro pieno di gente che sballottola, una gigantesca fionda che sbatacchia i volontari paganti ed altri strumenti di tortura masochistica. La gente si diverte facendosi trattare male, nell’illusione di sfidare un limite. Tutti sicuri delle loro cinture di salvataggio, urlanti per la vicinanza ad una possibile morte, che li eccita. Pagano per farla franca. Si divertono così.

Io bevo un tazzone di caffè che, tutto sommato, non è male.

§

Albertina Museum

Il segno della pennellate di Modigliani ha una forza violenta ma allo stesso tempo dominata. È come se dall’eccesso d’emozione dell’artista scaturisse una forza pura che viene plasmata, quasi placata, per aggrapparsi alla tela, in un’armonia instabile eppure perfetta, una stasi illusoria che assalta lo sguardo dello spettatore.

§

Burgtheater

Il cartellone della stagione del Burgtheater è strepitoso. Mi allontano velocemente, per non piangere di commozione e invidia.

©francescorandazzo2021

Tra il sonno e la veglia


Tra il sonno e la veglia,
in un solo istante,
sospesi tra due mondi,
scorgiamo un oblio
sterminato.
Le mani s’aggrappano,
la mente oscilla
tra precipizio e volo,
tutto sarebbe possibile
ma non sappiamo come.
In un solo istante
capiamo e dimentichiamo
tutto, ed è impossibile.

Dentro l’armadio chiuso,
Tiresia, che lo sa, sorride.
Fuori dalla finestra,
Apollo frusta la luce,
la vita riprende, schiaffo,
depistaggio, sollievo e pena.

In un solo istante
inafferrabile.

©francescorandazzo2021

Immagine: Standing Man, Michelangelo Pistoletto

Un sorriso da lungo atteso

Nelle gallerie abbandonate
della metropolitana di Roma,
ho incontrato un vecchio,
elegantissimo di stracci,
balenava in aria le braccia,
mormorando versi antichi,
l’ho ascoltato incantato,
finché le Erinni sbucando
fuori dal buio, con ali nere
e becchi di metallo, in volo,
l’hanno ghermito e s’è dissolto.

Nell’ultimo barlume,
m’è sembrato di vedere,
gli occhi chiari del vecchio
e un sorriso da lungo atteso.

Da lontano il fruscio e il vento
d’un treno che strisciava svelto
sotto la città eterna in disincanto.

Nel silenzio che è seguito
ho sussurrato parole leggere,
che nessuno ha ascoltato,
ma domani, qualcuno, ignaro,
all’iride dell’alba, svegliandosi,
ripeterà come un regalo inatteso.


©francescorandazzo2021

Null’altro ormai m’è tolto

Su questa foglia d’alloro

scivolano ricordi antichi,

ebbrezze lievi, capogiri

profumati di fiati assenti.

L’accarezzo leggermente,

come con le dita scorrevo

sulla guancia di mia madre.

Ritornerò all’albero vivo,

ritornerò al respiro dolce,

restituirò questa foglia,

null’altro ormai m’è tolto.

Nasco, muoio, risorgo,

su questa foglia d’alloro,

così piccola e forte, sognata.

©francescorandazzo2021

Senza meta

Cantavano le sorelle antiche,

dipana, tessi, recidi, ancora

e ancora, senza sosta. E poi

ridevano, come se ogni cosa,

non valesse granché, un gioco,

soltanto un gioco, senza regole,

e tutta l’umanità annegava,

senza ragione, meritatamente.

Un angelo in fuga recitò

versi di cristallo muto, ed io

spalancai la bocca, immobile,

per la sorpresa, per l’ovvietà,

tutto era come doveva essere.

Un ondata di vento invase

la galleria della metropolitana,

e mille fantasmi grigi correvano

sui binari rugginosi, senza meta.

Un profumo di terra e vaniglia

aleggiava sospeso nell’anima,

voltandomi ho incontrato

la certezza del tuo sorriso.

©francescorandazzo2021

Sale e ambra

Profumano le mani, d’ogni cosa toccata,

ma tutto si dimentica, tutto svanisce.

E ogni cosa attende di nuovo le mani

che sprigionino ancora un sentore di vita,

l’eterno scambio di volatile essenza.

Cantava l’insetto, le sette avemaria,

sopra un fiore viola che moriva,

la terra s’apriva in croci senza nome,

scavate con le mani, i neri uncini

dei nostri disperati afflati, obliqui.

Sale e ambra, scivolano dagli occhi,

di perle frantumate s’intorbida il cuore.

©francescorandazzo2021

La rosa

La rosa crebbe nel deserto silenzioso,

tra le mani di una madonna ingenua,

tra il figlio e la madre, si schiuse, fiorì

di sussurri e parole profumate, baci

promessi, presagi di gioia senza morte.

Il vecchio altero, normanno d’altri tempi,

osserva il quadro, come si specchiasse

e madre e figlio e rosa si aprono in lui,

respiro amplissimo, anelito immortale,

compreso nell’incarnato, eternamente.

D’istinto alza il braccio e la mano tenta

d’accarezzare il fiore sfiorando l’aria

e si sorprende e ride, come sognando

il ragazzo che fu, la vita un miracolo.

©francescorandazzo2021

immagine:

Madonna con bambino,

detta ‘Madonna della Rosa’

Cerchia di Scipione Pulzone ‘il Gaetano’

(1540 ca.– 1598)

Ma l’anima cos’è?

Ma l’anima cos’è?

Questo groviglio di contraddizioni

che bloccano il respiro ansioso

o il distendersi d’un fiato incorporeo?

La nostalgia di ogni corpo stanco,

lo scioglimento d’ogni memoria in acqua,

il desiderio di non più desiderare?

Sapremo qualcosa di noi, in più,

quando saremo solo anima,

saremo più liberi o più dispersi?

Soltanto un’innocenza, forse noi

potremo ritrovare o riscoprire,

soltanto chissà cosa noi, anima,

non più, non meno, leggeramente,

senza più dubbi, sicuri, evanescenti.

Azoto, azalea, azimuth.

Nitrato, ninfea, naiadi.

Iride, iota, infinita.

Macula, mistica, mela.

Antimonio, afflato, assenza.

©francescorandazzo2021

Addio

Addio.

Quante volte ci segna.

Gli arabeschi intarsiati,

il grande circolo è un mondo,

le fiamme spente del lampadario

a piombo, fisso al centro. A Dio.

Eppure si sente brulicare

in ogni segno, in ogni colore,

la scansione infinita dei respiri,

fino a questo silenzio che è pace,

è salute, abbandono, riposo

d’ogni vita che presume un corpo,

d’ogni anima pronta all’addio.

©francescorandazzo2021

Assenza

Blateravano le porte chiuse,

dai chiavistelli fiorivano spine,

le stanze chiuse imbalsamavano

pensieri, corpi, merletti, agonie,

e la polvere s’attagliava avida,

ogni respiro pungeva di rosmarino,

ogni fantasma era ombra sui muri,

finché le mura fragili scricchiolarono

di mille insetti d’antichissima stirpe,

tutto s’aprì, in gelido silenzio crollando,

per un battito di palpebre stupite,

per un sospiro senz’assoluzione,

per un singulto sporco di sangue,

e nella grande piazza volarono

fiocchi di neve e ignavia, assenza

e quell’oblio perfetto, inizio e fine.

©francescorandazzo2021

Vastasu

Mi mittissi a nura

e niscissi ‘n chianu

a jttari schigghi,

currennu e satannu,

cu li vrazza aperti

furiannu tumpulati

all’aria, pi babbiari,

accussì, pi liscìa,

pi troppu amuri,

pi troppu patìri

di ‘stu munnu

squatratu, jarrusu,

vulissi nesciri pazzu

comu ‘mpicciriddu

vastasu e cuntentu!

©francescorandazzo2021

Ho visto cose che voi umani potete immaginare

Ho visto cose che voi umani potete immaginare.

Ho visto i sogni della giovinezza trasformarsi nei mostri della realtà, ho visto le paure trasformarsi in forza involontaria e ho visto strade estendersi all’infinito, mura altissime ergersi su pianure.

Ho visto i Moloch morire e rinascere peggiori.

Ho visto gli amici farsi lupi o volpi, ho visto persone lontane farsi amici e restare veri, ma pochi, molto pochi.

Ho visto paesi bellissimi, parlato con persone di cui non capivo la lingua, abbracciato il loro dolore, la loro gioia e abbiamo cantato vite immaginarie, disegnato quadri bellissimi e colorati, mandala di sabbia finissima che è volata via quando vi abbiamo soffiato.

Ho visto amori che sembravano eterni dissolversi come Atlantide, sommersi dallo scorrere del tempo, dall’incertezza della memoria ormai lontana.

Ho visto e amato corpi, anime, profumi, odori, capelli, labbra, occhi, fiati, che racchiudevano tutto il mistero di infiniti universi, e mi sono perso nell’assenza di gravità.

Ho visto i grandi e famosi, da vicino, molto da vicino, quasi tutti nani dall’ego elefantiaco, meschini e affannati a schiacciare tutti quelli intorno a loro, per apparire di splendida inconsistenza.

Ho visto uomini e donne, umili, generosi, schivi, ergersi giganteschi mentre si abbassavano ad abbracciare il prossimo, mentre creavano straordinarie cose che spostavano il mondo verso l’inatteso, arricchendolo: erano i veri grandi, ma non ci tenevano a dirlo, né a sentirselo dire.

Ho visto giovani incerti e spauriti, strafottenti e altrettanto spauriti, crescere e volare.

Ho visto morti insopportabili e nascite meravigliose.

Ho visto il corpo cedere e risorgere.

Ho visto l’anima fare gorgo e sprofondare, ho visto l’anima erompere e inondare.

Ho visto Dio nella zampa di un cane e in una pietra e in un bicchiere d’acqua.

Ho visto il diavolo, era un critico, ora è morto.

Ho visto e vedo angeli ogni giorno.

Ho visto ridere i bambini e ridendo con loro sono rinato.

Ho visto la vita nascere dalla mia vita e crescere potentemente, Genesi, Esodo e Qoelet di me stesso.

Ho visto negli occhi della mia donna l’orgoglio di me stesso, la gioia e la disperazione, l’ostinata verità dell’amarsi, l’ininterrotto scintillio di ogni attimo, nella veglia e nel sonno, nell’ordinario e nello straordinario di ogni passo insieme.

Ho visto tutto questo e tante, tante, tante, troppe altre cose. Il tempo che mi resta non sarà altrettanto, ma vedrò ancora e ancora e ancora. E tutto questo sarà vivere come una montagna che la pioggia non riesce a dissolvere, le nuvole e la tempesta non cancellano. E quando il sole ritorna a splendere ricorda a chi la vede, l’immensità, l’azzardo, il cristallo dell’esistere, dal basso, verso l’alto, oltre la fine.

30/05/2013  ©Francesco Randazzo

image: Enki Bilal

Tutto questo sorridere

Tutto questo sorridere

agli idioti,

agli squali mediocri,

ai tronfi e gonfi,

alla saponina del trend,

ai succhia lavoro altrui,

a chi non capisce un cazzo,

agli invidiosi sempre violacei,

ai ruffiani parassiti rosacei,

a chi chiede e mai non da,

ai “si vabbe’, però non conviene”,

ai plaudenti accoltellanti,

ai politicamente correttivi,

al ricino profumato menta,

ai laureati in niente

e ai laureati in tutto,

ai correttori scorretti,

ai melliflui vischiosi,

ai potentoni e ai potenticchi,

agli sfigati autotrofi,

ai simpaticoni insopportabili,

ai poltronisti rococò coque cocu,

alla pâtisserie de la merde,

mi fa semplicemente schifo.

©francescorandazzo

Aβ-42

Sembrava strano dirlo,

fu quasi impossibile pensarlo,

una pioggia d’immagini

sovrapposte,

migliaia di parole

proibite, segrete,

tutto estremamente confuso.

Sembrava strano che tutto

fosse così, indicibile.

Eppure era

tutto il mondo

ed io fuori.

Scivolando,

scivolando,

scivolando,

ma forse in alto,

forse al contrario,

oppure no.

Nemmeno una lontra

in metropolitana

che sapesse dirmi

qualcosa di vero.

Sono le 4:21 a.m.

0,19047619047619

un attimo, anche meno.

Non so che fare.

©francescorandazzo

Saman

Saman,

avrei voluto,

fossi mia figlia,

per vederti fiorire,

lasciarti crescere,

accompagnarti

verso la tua felicità.

Saman,

ti stringo tra le braccia,

in quest’aria tersa,

in questo sole timido,

e spero tu possa correre,

volare verso un amore

puro

libero

dall’umana meschinità.

©francescorandazzo2021

C’è vita su Marte?

Ho vissuto su Marte per molti anni, potete credermi, ci sono stato. Non è affatto invivibile. Certo, non è che ci siano gli ometti verdi o gialli come nei fumetti. Certo, non è adatto alla vita umana. Ma questa presunzione tutta terrestre che la vita sia soltanto come la intendete voi è proprio stupida.

Non è che se una cosa sembra vuota lo è veramente, questo dovreste capirlo anche se non avete studiato fisica e metafisica e filosofia e persino gastronomia. Comunque, per farla breve e renderla chiara per tutti, su Marte la vita c’è, solo che è un’altra vita. Io c’ho vissuto e quindi lo so. Si vive là in un altro modo, del tutto differente. Su Marte si vive tutti come Idee, pure forme di pensiero, arzigogoli onirici, vapori felicissimi di pura astrazione. La densità abitativa è elevatissima, nei punti più affollati s’arriva anche a dieci miliardi di Idee per metro quadrato. Ma questo è un calcolo da terrestri, perché in realtà, non occupando spazio si sta sempre larghi senza impicciarsi l’un l’altro. Il bello è anche che le Idee si… come dire?… si mischiano, si fondono, s’accoppiano, s’ammucchiano e figliano continuamente, una goduria infinita.

La vita delle Idee, però, non è eterna. Arriva un momento in cui, per ragioni che non sto qui a spiegarvi visto che non capite niente di fisica quantistica, figuriamoci di fisica quantistica delle Idee marziane, arriva un momento nel quale, per un atto di cosmica generosità, un’Idea, da Marte, viene risucchiata in un tunnel spazio temporale, tipo un buco nero però blu, e s’impianta sulla Terra in un futuro umano che nasce marziano senza saperlo. Io sono nato così. E anche voi. Nessuno sa perché. Nemmeno io me lo ricordo.

©francescorandazzo

Il lettore di Schrödinger

– Dove lo trovo il libro?

– In libreria e su internet.

– Internet? Tipo?

– Tipo Amazon.

– Ah, no! Amazon no!

– Ok, era un esempio, ci sono tanti altri bookstore.

– Io non compro niente su internet. Ti fregano i dati della carta di credito e ti prosciugano il conto.

– Allora vai in libreria.

– Non c’è.

– Ci sei stato?

– No, ma lo so, figurati se qui a Quattrocase sul Brenta e sul Simeto, c’hanno i libri che cerchi.

– Anche se non ce l’hanno, possono ordinarlo, è distribuito da Messaggerie, in tre giorni arriva.

– Seeeee…

– Sì, prova.

– No, poi il libraio mi sta antipatico.

– Infatti Amazon lo sta uccidendo.

– Ma non è che tu ce l’hai una copia per me?

– No.

– Ma allora ‘sto libro dove si trova?

– È introvabile.

– Ah.

©francescorandazzo

Prima i lombrichi

Quando il lombrico uscì dalla terra, non seppe che fare e non si rese nemmeno conto d’essere spuntato in superficie. Ebbe soltanto una sorta di fremito sgomento, quando non sentì più la terra sopra di lui. Si sentì perduto e si dimenò, inarcandosi in aria, ripetutamente, senza ragione. Intorno a lui c’era il vuoto, il nulla, niente da masticare, niente da defecare. Pensò che qualcuno gli avesse rubato tutto. Si dimenò ancora. In una lingua incomprensibile urlò tutta la sua rabbia e infine, frustrato, si fermò. Rimase immobile, esausto, e dopo un po’ riuscì a pensare che sarebbe stato meglio rificcarsi nel terreno e scavare verso il basso, mangiando e cagando terra. Purtroppo in tutto quel suo agitarsi s’era spostato a piccoli salti su una larga pietra piatta, così quando tentò la ritirata si ritrovò bloccato e sbattè inutilmente il muso. Cosa poteva fare? Sotto di sé c’era un ostacolo duro e impenetrabile, sopra di sé un vuoto sconcertante e inaccessibile. Inoltre, come tutti i lombrichi, era cieco, quindi l’unica cosa che poteva fare era pensare. Ma essendo privo di cervello, gli riusciva molto difficile, non del tutto impossibile, ma decisamente arduo. Secondo la teoria di Lamartine-Chassé il moltiplicarsi delle sinapsi neuroniche cerebrali è inversamente proporzionale alla confusione entropica del pensiero, dunque un livellamento al minimo delle sinapsi produce chiarezza di pensiero, limpidezza cerebrale. Dunque, il lombrico, nella sua vacuità cerebrale, era la perfetta dimostrazione della suddetta teoria. Dal pulpito della sua lastra di pietra edificò l’opera assoluta che avrebbe rivoluzionato il mondo. Smettendo di agitarsi, si rilassò e distendendo ogni sua fibra cominciò ad organizzare un sistema teorico che rendesse merito e ragione a quel suo stato di costrizione, strutturando ed elevando tutta l’insipienza che l’aveva causato in una straordinaria opera di salvezza ed esaltazione. Dall’alto del suo piedistallo di pietra che il caso gli aveva messo sotto il blando corpo, vibrò e compiendo un miracolo finora impensabile, parlò a tutti i lombrichi ancora beatamente sopiti nella terra.

“Da questo pulpito che gli Dei della Madre Terra hanno voluto benignamente che io vi parlassi, amici, fratelli e sorelle, popolo mio di lombrichi, io sarò il vostro capitano, la vostra guida, per voi sacrificherò tutta la mia esistenza, per la vostra felicità, il vostro benessere, la vostra protezione! Mai più saremo invasi e uccisi da animali stranieri, barbari rapaci che attentano alla nostra sicurezza, tentando di distruggerci con subdoli raggiri e violenza senza pudore. Dalla terra che mastichiamo risorgeremo nuovi, dalla terra, la nostra terra, ergeremo il nostro baluardo di difesa. Popolo lombrichiano, ti esorto a masticare e defecare indefessamente, per innalzare il Grande Muro Escrementizio che ci separerà dai selvaggi invasori e proteggerà la nostra stirpe! Mai più soffriremo le prevaricazioni di chi è diverso da noi e pretende di occupare il nostro posto nella nostra patria benedetta. Alto risuonerà nei secoli a venire l’urlo di gioia e il monito nostro: – Prima i Lombrichi! Il resto che si fotta!

Mentre il lombrico proferiva questo breve ma incisivo discorso, cento e mille suoi simili sbucarono dal suolo, mangiando e defecando terra; si esaltarono, inneggiarono al loro nuovo capo dimenandosi con elettrica foga e ben presto, grazie all’alacre e indefesso lavoro dei loro orifizi, ersero una grande muraglia di terra argillosa che risplese al sole con orgoglio. Strisciarono orgogliosamente, esultando per la loro grande opera che circondava la pietra del grande capitano lombrico.

Ammassati nel loro spazio ristretto, cominciarono a scavare, mangiare e defecare all’unisono, esaltati e solerti, produssero un’enorme quantità di escrementi; ma la terra, esausta da tanto vermoso lavorio, si seccò e tutte quelle insulse creature, subirono la più grande carestia che la storia dei lombrichi ricordi. Fu a quel punto che il capitano lombrico, chiese ed ottenne per sé i pieni poteri, instaurando la prima dittatura democratica vermosa. Dal suo podio di pietra accusò la terra di congiurare contro la nobile stirpe dei lombrichi e di voler sabotare la millenaria tradizione di mangiarla e defecarla continuamente, come dalle origini del tempo era sempre avvenuto. Gridò la sua rabbia e dichiarò guerra. Nessuno aveva idea di cosa fosse. Il lombrico comandante disse loro che avrebbero fatto qualcosa che nessun lombrico aveva mai fatto. Si sarebbero emancipati dalla schiavitù della terra, avrebbero smesso di nutrirsene, si sarebbero nutriti da soli. Così ogni lombrico prese a divorare sé stesso cominciando a masticarsi dall’estremità della bocca all’orifizio dell’ano. Morirono tutti, ridotti in palline che si putrefecero al sole e rifertilizzarono la terra. Il Grande Lombrico, esultò, dichiarando vinta la guerra, poiché la terra si era arresa, grazie al sacrificio del suo popolo ed era tornata ubertosa e nutriente. Ma a parte lui, non c’era più nessuno da nutrire. Piovve e il grande cerchio di protezione si dissolse. Quando tornò il sole, una gallina di passaggio vide il lombrico sulla pietra e con uno scatto rapido del collo, lo infilzò col becco e lo ingoiò.

I lombrichi dei campi confinanti, non seppero mai cosa fosse successo, ma scavando, mangiando e defecando, arrivarono fino al terreno concimato dagli scomparsi lombrichi isolazionisti, era ottimo e se ne nutrirono a lungo, ingrassando oltre misura e nutrendo a loro volta le fortunate galline del pollaio vicino.

Nessuno ricorda più questa storia, nessuna memoria resta di tanta insensatezza, ma da allora, istintivamente i lombrichi rifuggono le pietre e chi vi sale sopra. Preferiscono stare in gruppo, scambiandosi nutrimento in ogni terra che attraversano, e la loro placida ma solerte stirpe non avrà mai fine.

©francescorandazzo

da “Le lettere di Woland” su Maredolce webzine

E se

E se fossimo soltanto sogni e ricordi?

Se soltanto la vita fosse un intervallo,

una folle sarabanda sconclusionata ,

dove ognuno danza passi sballati

e tutto ciò che veramente di noi esiste

fosse l’anelito a staccarsi, il sognare,

e nel sogno ricordare l’essenza pura

di chi siamo e nel risveglio ottuso

smemoriamo ogni giorno la verità,

nascosta in questo apparire vano,

e in questo sciocco affanno ci danniamo?

©francescorandazzo2021

Ogni notte

Ogni notte ha un nome segreto,

un ansioso cercare nell’oltre,

che si scioglie disperatamente

tra le lenzuola, in ombre viola

ricamate sulle pareti, lievi tracce

dell’invisibile che agita i corpi.

Ogni notte è casa dei desideri

irrealizzabili, pilastri di sabbia

reggono il tetto d’ogni stella

che morì mille anni or sono

e adesso c’illude di splendore.

Ogni notte chiudiamo gli occhi

e scommettiamo d’essere vivi,

oltre ogni notte, nonostante i giorni.

Beati gli insonni, gli irrequieti,

gli insoddisfatti, gli impazziti,

gli ingenui, gli idioti perdenti,

perché di essi è l’eterno respiro

di ogni notte, oscura, abbagliante.

Ogni notte non vorrei svegliarti

mentre mi perdo e m’allontano

dal mondo, ma ho bisogno, sì,

del tuo respiro per non illudermi

di volare, precipitando oltre,

verso un nulla irresistibile, sì,

io mi afferro al tuo fiato, sì,

io di te faccio la mia notte,

e le do il tuo nome, così il mio

lo regalo stremato al silenzio.

©francescorandazzo2021

Piazza delle erbe

I leoni di pietra colano secoli

d’acque battesimali ed estreme unzioni,

sogghignano sprezzanti d’ogni vita

umana che superarono, scuri e pietrosi.

Intorno ronzano vecchie ciarliere

che di loro altrettanto s’infischiano,

passano veloci, affaccendati in minuzie,

si salutano affabili e con qualche malizia,

mentre invisibili le Parche ridono da sempre.

©francescorandazzo2021

E tu

Ritornerai? Ritorneremo?

E dove poi, a chi, a cosa?

Ci s’affeziona a tutto, sai,

anche agli errori, e tu, tu

sei lo sbaglio perfetto, irreparabile

e nessuno così potrò amare di più.

Questo amore è un cristallo che esplode,

ogni scheggia c’insanguina e accende.

©francescorandazzo2021

Controvento

a Fausto

La vita, prendila controvento,

tieni la rotta, scegli la tua stella

polare e inseguila, ma sii pronto

a virare quando ti sembrerà

di perderla, guarda altrove,

guarda meglio, e naviga ancora.

Sii pronto a fermarti per accogliere,

incontrare, amare, accudire, tutti.

Molti ti tradiranno, ma qualcosa

di buono ti lasceranno senza saperlo.

Molti resteranno con te, sarai più forte,

anche quando sarai solo, ci saranno.

Ricordati però d’ogni tua debolezza,

rendila materia viva, sincera umanità.

Ama, senza riserve, per attimi lunghissimi,

per sussulti e silenzi, nel riso, nel pianto,

ama, che nulla d’ogni amore va perduto.

Sarai il nocchiero, il capitano, che tiene

la sua rotta verso l’orizzonte, e il sole

alla fine accoglierà tutto lo splendore

della tua vita, seguirai la tua stella

perché l’avrai creata con le mani

e col cuore, e avrai vissuto tutto,

tutto te stesso, tutto degli altri,

del mondo, del viaggio straordinario

che molti sognano, ma non hanno

il coraggio e l’incoscienza pura,

la generosità e l’orgoglio umile

d’attraversare per timore di perdersi.

E se sarai fortunato, queste parole

potrai dirle ad altri, come io, adesso,

le dico a te, figlio mio, e così, così

tutto sarà stato perché sia per sempre.

1 Aprile 2021

©francescorandazzo

Scherzo

Vorrei morire con uno pseudonimo,

illudermi d’ingannare la morte mia

affibbiandola ad un altro inesistente.

Tu dici: “Che sciocchezza! Il nome

non importa, nemmeno te lo chiede!”

E tu come lo sai? Ne sei sicura?

Nel dubbio, ‘sto scherzo glielo faccio.

Mal che vada me ne andrò sorridendo

e pensando: “Chissà se se n’accorge!”

Poi per chiudere in bellezza, niente

compianti, fate una bella festa chiassosa,

di quelle dove io non andavo mai.

Voi però ricordatevelo il mio nome vero,

ma a quella là non ditele un bel niente!

©francescorandazzo2021

Questa primavera arriva

Questa primavera arriva

tra pioggia e squarci di sole,

come un pianto e un riso,

senza pace e accordo.

Niente è mai come atteso,

tutto è sorpresa e sconcerto,

è così facile perdersi, così…

Siamo marionette ribelli

che tagliano i fili e cadono,

tentando l’illusione della libertà.

Nessuno può alzarsi da solo,

le braccia cerchino altre braccia,

le gambe trovino appoggio,

gli occhi leghino sguardi,

le bocche uniscano respiri,

i sessi plachino le ansie,

e poi, così, così soltanto

così, ritrovarsi, rialzarsi,

piangere, ridere, camminare,

sarà davvero primavera,

non solo attesa, incontro,

per il lungo istante della vita,

che l’albero antico rinverdito

conosce da secoli, naturalmente.

©francescorandazzo2021

18 Marzo

Il ferro attraversa il buio.

Il ferro lungo spezzato romba.

Il ferro che contiene i corpi.

Il ferro ricolmo di dolore.

Il ferro guidato da giovani tristi.

Il ferro che non permette compianto.

Il ferro che forgia un nuovo patto.

Il ferro che ci ricorda le morti.

Il ferro che non ammette negazione.

Il ferro che morde ogni cuore.

Il ferro che trafigge gli occhi.

Il ferro che urla agli stupidi.

Il ferro che urla alle negligenze.

Il ferro che urla a chi nega.

Il ferro che sussurra agli uomini

alle donne ai bambini, ai vecchi,

ai giovani, ai poveri, ai ricchi,

agli sfiduciati e a chi ancora spera.

Il ferro che crea memoria.

Il ferro che piange e rinforza.

Il ferro delle nostre volontà

del bene, di quest’umanità

che muore e rinasce

anche dal ferro.

©francescorandazzo2021

Un bacio rubato

È tutto un soffio, un fiato breve,

un tremare di gioia o di paura,

un breve battito di ripetuti sbagli,

qualche nota che suona serena

ma s’allontana sempre nel silenzio.

Ci si dimentica di tutto, nel bianco

annega ogni colore. E poi? E dopo?

Le mani dei bambini intrecciano

fili colorati, tessono tappeti accesi

di speranze annodate dal tempo.

Quante parole straordinarie

sappiamo dire per creare.

Quante parole devastanti

sappiamo dire per colpire.

Quanto silenzio ci circonda

sempre. Che infine c’accoglie.

Dove andiamo, perché?

Dammi la mano,

perdonami,

così come

io ho perdonato te.

Siamo stanchi, lo sai,

siamo stanchi, lo so,

siamo stanchi forse per sempre,

quel che resta è un soffio,

respiriamo insieme,

più lieve e dolce

con te sarà svanire.

©francescorandazzo2021

image: Ron Hicks, “A Stolen Kiss”.

2063

Non ci furono rintocchi d’orologio, erano tutti fermi da tempo, né un calendario che segnava il giorno particolare della ricorrenza, ormai si seguiva soltanto la scansione giorno notte in successione indistinta, né le stagioni avevano date precise d’inizio, se ne sentiva l’arrivo dal calore, dal freddo, dagli odori e dai colori del cielo e della natura. Il padre però seppe che quel giorno era il compleanno di suo figlio, non sappiamo come, ma ne fu certo, svegliandosi quel mattino nella luce tersa di un autunno mite, profumato di malinconie sfumate che coloravano di rossiccio e ocra il bosco davanti al palazzo dove vivevano. Uno dei pochi ancora abitabile, piuttosto deteriorato dalla mancanza di manutenzione per più di cinquant’anni e dal passaggio d’inquilini provvisori che avevano vandalizzato come parassiti ogni spazio, ogni cosa, delle abitazioni in cui erano vissuti temporaneamente senza preoccuparsi di chi sarebbe venuto ad abitare là dopo di loro. Tutto sommato però, l’edificio s’era conservato piuttosto bene e con qualche aggiustamento erano riusciti a ripristinare un appartamento più che confortevole, visti i tempi, e s’erano fermati, nella speranza di poter fondare la loro vita di fuggiaschi in un luogo sicuro.

Quella mattina, svegliandosi, aveva sentito che la luce, invadendo la stanza quasi come fosse un onda di calore benevolo, gli dicesse che quel giorno sarebbe stato speciale e lui avrebbe dovuto renderlo unico per suo figlio. Lo guardò, ancora addormentato, con il corpo rilassato in una posizione contorta che solo i ragazzini possono assumere nel sonno, la testa reclinata sul cuscino sdrucito ma accogliente, sul viso quell’espressione pura dei fanciulli che sognano, sulle labbra un sorriso disarmante, di fiducia e speranza, sereno e sicuro nel suo nido di riposo e fantasie sognate.

Lo guardò e nel petto gli crebbe tutta l’enormità d’esistere per lui, con lui, oltre sé stesso. Trattenne un singhiozzo di commozione, sorrise e accarezzò suo figlio, sui capelli e su una guancia. Il figlio aprì gli occhi e lo guardò, senza dire nulla, sospeso tra il sonno e la veglia, stirò braccia e gambe in un modo buffo e infine disse: «Ciao, papà.»

Il padre ascoltò quel saluto, come fosse un lungo discorso, la dichiarazione di una fiducia illimitata, che risuonò dentro di lui con forza contagiosa. «Ciao, figlio.», gli rispose. E il ragazzo sentì quella forza ritornare a lui, dalla voce, dagli occhi e dal sorriso di suo padre, si drizzò a sedere e lo abbracciò.

Camminavano sulla strada dall’asfalto sbreccato, dal quale spuntavano piante selvatiche, persino cespugli; il ragazzo stringeva la mano di suo padre, con fiducia ma anche un poco di timore, perché non s’erano mai allontanati così tanto, mai s’erano avvicinati tanto al bosco. Ma la stretta forte di suo padre lo rassicurava. Era una giornata tersa e calda, quasi primaverile sebbene fosse già autunno inoltrato.

«Papà, dove stiamo andando?»

«Andiamo a festeggiare!»

«Cosa?»

«Il tuo compleanno, figlio mio, il tuo compleanno!»

«Il mio compleanno?»

«Sì, vedrai. Ho una sorpresa per te.»

«Ma una volta mi hai detto che ero nato in primavera…»

«Infatti, è così, vedi? Guarda che sole, che luce, che calore, non ti sembra che sia primavera?»

«Sembra, ma…»

«Ma, ma, ma! Non essere pignolo, figlio. Il tempo è un’illusione, un trucco degli uomini per misurare il tempo e i loro limiti. La natura ci smentisce sempre, infatti oggi, anche se saremmo in autunno, è primavera. E sai perché?»

«No, perché?»

«Perché qualcuno lassù ha deciso che oggi è il tuo compleanno, e bisogna festeggiarti, figlio, sei grande ormai ed è arrivato il momento che io ti regali qualcosa di molto bello, molto importante, qualcosa che ti stupirà e, se vorrai, potrà cambiare la tua vita.»

«Un po’ mi fa paura, papà… Che cos’è?»

«Non posso dirtelo adesso. Dobbiamo andare, vedrai.»

«Papà, stiamo andando verso il bosco, è pericoloso. Me l’hai sempre detto tu che non dovevamo avvicinarci, ma adesso…»

«Adesso è arrivato il momento di entrarci e attraversarlo. Sei grande e insieme possiamo farlo. Ogni giovane deve attraversare il suo bosco, vincere le sue paure e uscirne più forte, pronto ad affrontare la sua vita da adulto.»

Il figlio rise.

«Ma pa’, io non sono mica adulto ancora!»

«Che ridi, scemotto, sei più grande di quanto pensi!»

«Sono solo a tre mani da cinque dita, mi avevi detto che per essere grande ce ne vogliono quattro!»

«Quello è il punto d’arrivo, ma stai già andando verso quello che poi sarai, c’è già un adulto dentro di te, che deve capire come venir fuori ed essere quel che è davvero.»

«Oggi sei strano, papà!»

«E non sei contento?»

«Che sei strano?»

«Eh.»

«Sei forte quando sei strano, mi piace.»

«Se ti piace, forse forse sei un po’ strano anche tu!»

Risero insieme, si fecero un po’ di smorfie scherzose e proseguirono verso il bosco che li aspettava, oscuro e luminoso come una cattedrale gotica.

Camminavano con cautela, tastando spesso il terreno o evitando alberi caduti o frammenti di rovine, perché i sentieri d’una volta erano stati cancellati dalla vegetazione che era avanzata rigogliosa e aveva invaso tutto. Scimmie e pappagalli spiavano quei due esseri mai visti con curiosità e circospezione. Ogni tanto tra le cime di qualche albero intravedevano il collo e la testa di qualche giraffa che mangiava le foglie, senza far caso a loro due. Il laghetto pullulava di vita: piccoli ippopotami nani sguazzavano placidamente, antilopi, bufali e cervi s’abbeveravano, tre elefanti bevevano e si spruzzavano acqua con le proboscidi, alcune iene e qualche ghepardo si aggiravano circospetti, in cielo volteggiavano falchi, aironi e aquile che ogni tanto si tuffavano in picchiata per ghermire un pesce o qualche piccolo roditore che nuotava ignaro del pericolo.

Il ragazzo sgranava gli occhi, affascinato da tutta la vita brulicante di quegli esseri fantastici che non aveva mai visto davvero.

«Papà, è come in quel libro che ho visto quando ero più piccolo, l’Atlante degli Animali, esistono, esistono davvero!»

«Certo che esistono. Anche se non tutti dovrebbero stare qui.»

«Sono bellissimi. Perché non dovrebbero?»

«Vengono da posti molto lontani, erano stati catturati e portati qui. In un posto che si chiamava zoo, o meglio bioparco come lo chiamavano per pulirsi la coscienza.»

«Ma chi?»

«Gli esseri umani, come me e te.»

«Perché li portavano qui?»

«Per poterli vedere. Si pagava un biglietto e si potevano vedere animali di tutti i continenti.»

«Che bello!»

«Per loro mica tanto, li tenevano chiusi dentro gabbie, recinti, fossati invalicabili, erano prigionieri insomma. S’intristivano, a volte così tanto da morirne.»

«Ma adesso sono liberi!»

«Sì. Dobbiamo stare attenti però. Sono animali selvatici, alcuni predatori che cacciano per mangiare.»

«Potrebbero mangiarci?»

«Potrebbero. Speriamo di no. Stammi vicino, camminiamo con cautela e ricordati, in caso di pericolo non correre mai, per loro è il segnale che la caccia è iniziata.»

«Va bene, pa’, ma dove stiamo andando?»

«In un posto bellissimo.»

«Come quello?»

Il ragazzo indicò una palazzina diroccata, semi nascosta dalla vegetazione. Molte mura erano semi cadute, in molte finestre gli alberi avevano insinuato i rami che entravano e seguendo cirvonvoluzioni contorte rispuntavano da brecce della pietra o da altre finestre o addirittura da squarci sul tetto di tegole in rovina. Si avvicinarono e seguendo il perimetro delle mura si ritrovarono da un lato esteso, interamente crollato, aperto e visibile. Tra pietre e calcinacci, travi spezzate e frammenti di vetro, spiccavano figure bianchissime che sembravano apparizioni di un sogno antichissimo.

«Guarda papà, ci sono delle persone immobili, tutte bianche! Quella signora là, tutta sdraiata, sembra che ci stia guardando! Chi è?»

Il padre rise e arruffò con la mano i capelli del figlio.

«Non sono persone, sono statue di marmo, le scolpivano gli artisti per ricordare le persone importanti o per rappresentare leggende antiche. Quella signora, come la chiami tu, è Paolina Borghese, la sorella di Napoleone Bonaparte, un grande imperatore. Lei aveva sposato un principe ed era venuta a vivere qua, era ricca e potente, così uno scultore famoso, Antonio Canova, scolpì quella statua bellissima.»

«Però è tutto in rovina, tanto ricca forse non era.»

«Ricchissima, cioè lo era suo marito, il principe Camillo Borghese, era tutto suo questo bosco.»

«Ma che se ne faceva di un bosco?»

«Secoli fa non era un bosco, era una villa della famiglia Borghese infatti, così si chiamava, poi era diventata un parco aperto a tutti, la galleria delle statue e lo zoo, gli altri edifici, potevano essere visitati da tutti.»

«Che figata pa’! Questa passeggiata è il più bel regalo della mia vita!»

«Eh, vedrai, la cosa più bella deve ancora venire, stiamo andando là, vedrai…»

Il ragazzo agitò la mano in aria per salutare la signora della statua e seguitarono a camminare.

Sembrava che li stesse aspettando. Quando lo videro si fermarono. Li guardava fisso, col capo ben eretto, il corpo fiero, la criniera folta.

«Stai fermo, non ti muovere, non scappare, non correre.», disse sottovoce il padre.

«È pericoloso, vero pa’?»

«Sì, è un leone, è un predatore, ma forse ha già mangiato, forse è vecchio e stanco.»

«Speriamo che abbia mangiato, tanto vecchio non mi pare, pa’.»

Quasi li avesse sentiti dubitare della sua forza, il leone scosse il capo ed emise un ruggito. Il padre strinse forte la mano al ragazzo. Non si mossero. Ci fu un silenzio che sembrò loro lunghissimo. Anche gli uccelli e le scimmie sugli alberi si erano zittiti. Poi il leone si voltò e prese camminare. Padre e figlio rimasero fermi. Il leone si fermò e voltò la testa verso di loro, la scrollò muovendo la criniera e riprese ad andare.

«Sembra voglia che lo seguiamo…», disse il ragazzo, che nonostante la paura era affascinato da quell’animale maestoso.

«Chissà, forse…», rispose il padre «Sta andando nella direzione in cui dovremmo andare noi. Come se c’avesse aspettato.»

«Che facciamo papà, andiamo anche noi?»

E gli andarono dietro.

Dopo un po’ che camminavano, videro l’edificio. Il leone si volse ancora una volta a guardarli, poi si mise a correre e in poche zampate raggiunse la costruzione e attraversando lo spazio aperto di un muro crollato, entrò e scomparve alla loro vista.

«Sembra una torta tutta rotta. Che cos’è, papà?»

«Era un teatro.»

«Un teatro… che vuol dire teatro, pa’?»

«Entriamo, ti faccio vedere.»

«No, no, ho paura, c’è il leone là dentro!»

«Non avere paura, se avesse voluto mangiarci, l’avrebbe già fatto. Entriamo, su.»

«Sei sicuro, pa’?»

«Sì, sono sicuro. Andiamo.», mentì il padre, ed entrarono.

«Puoi toglierti la mascherina, figlio. Guarda!»

Se le tolsero e respirarono a pieni polmoni, con un sollievo liberatorio.

Le panche di legno erano ormai semidistrutte dalle intemperie o avvolte da cespugli ed ebacce, le gallerie sembravano balconi carichi di rampicanti, qualcuno secco, molti rigogliosi, alcuni persino fioriti di bouganville, magenta, rosa, arancione, rosso. Il palcoscenico sembrava un trionfo barocco, la scenografia di un dramma pastorale, con le colonne ricoperte di foglie e rami intrecciati, il pavimento era ricoperto di muschio e il balcone interno ancora coperto da un drappo dorato brillava spiccando agli occhi del padre e del figlio che osservavano quella meraviglia, quasi come un sogno, antico e perduto per l’uomo, nuovissimo ed entusiasmante per il ragazzo.

«Caspita, pa’, è pazzesco ‘sto posto!»

«Ti piace?»

«È bellissimo, sembra di stare dentro una storia, come una di quelle che mi racconti tu.»

«Per questo ho voluto portarti qui, questo è il posto dove nascevano e si rappresentavano tutte le storie del mondo.»

«Tutte?»

«Tutte. Beh, non tutte insieme, una alla volta… moltissime.»

«Come quelle che mi hai raccontato tu? La storia del principe indeciso Amleto, quella di Antigone testarda, le avventure del Dottor Faust che non voleva invecchiare e la mia preferita, quella di Peter Pan!»

«Tutte le storie che ti ho raccontato e molte altre, tantissime.»

«Accipicchia! E come facevano?»

«Qualcuno scriveva le storie, gli attori le imparavano a memoria, si vestivano come i personaggi e recitavano davanti al pubblico che veniva qua e si sedeva su queste panche o su quelle nelle gallerie. Si stava tutti in silenzio, mentre la rappresentazione prendeva vita sul palco come una magia che accomunava tutti, si piangeva e si rideva insieme, ci si meravigliava insieme, ci si indignava insieme, e il tempo si sospendeva, diventava un altro, ci credevi, volevi crederci ed era un’esperienza straordinaria.»

«Pa’ ma tu l’hai visto o stai immaginando tutto come al solito, con tutte quelle cose che t’inventi per me? Sono grande ora, sai? Lo hai detto anche tu.»

«No, non l’ho visto veramente. Sono venuto qua con mio padre quando avevo la tua età e lui mi ha mostrato questo posto, mi ha raccontato le stesse cose che sto dicendo a te.»

«E se anche il nonno si fosse inventato tutto?»

«Non credo, lui l’aveva visto davvero il teatro, quando era aperto, quando era pieno di vita, di persone, di emozioni pulsanti!»

«Era vecchio il nonno…»

«Adesso sarebbe vecchissimo, ma allora non lo era e prima che nascessi io era stato giovane, sai? Era un attore! Aveva recitato la parte di tanti personaggi e conosceva una quantità enorme di storie, tutte quelle che ti ho raccontato me le ha insegnate lui, ma ne sapeva molte di più, era straordinario starlo ad ascoltare.»

«Anche tu non sei male, papà. Mi piacciono le tue storie e come me le racconti. Sei buffo quando mi vuoi fare ridere, quando fai il cattivo mi fai davvero paura e quando sei qualcuno che soffre mi fai piangere. Secondo me sei bravo come il nonno.»

«Ma non ho mai vissuto tutto questo con gli altri, con il pubblico, tante persone che respirano, ridono o piangono insieme a te.»

«E io? Sono io il tuo pubblico.»

«È vero, hai ragione, ma non è la stessa cosa.»

«Tutte le panche qui e nelle gallerie, piene di persone?»

«Eh, sì. Tutto pieno di gente.»

«Ma non avevano paura?»

«No figlio, non avevano paura. Poi c’è stata la pandemia, il virus, i contagi… solo allora hanno comiciato ad avere paura. Ma qui, stranamente, le persone si sentivano al sicuro.»

«Dev’essere stato bellissimo.»

«Lo era. Ma poi chiusero tutti i teatri. Le persone rimasero senza sogni, senza fantasia, sole con le loro paure, diffidenti, isolate.»

«Come adesso?»

«Come adesso.»

«Grazie papà.»

«Di cosa?»

«D’avermi portato qui, mi sento dentro una magia.»

«Lo avevo promesso a tuo nonno e tu dovrai promettermi che farai lo stesso con tuo figlio quando sarai grande e una donna ti sceglierà per essere padre.»

«Te lo prometto, papà!», esclamò il figlio, abbracciando il padre con trasporto. Rimasero fermi, stretti l’uno all’altro, in silenzio. Quando si sciolsero dall’abbraccio, il ragazzo, con gli occhi lucidi ma un gran sorriso sul volto, disse:

«Non potrò farlo se non vedo come si fa, papà! Sali là sopra e recita per me. Io mi siedo qui e sarò il tuo pubblico, uno solo, ma tu immaginati di vedermi seduto su tutte le panche, qui sotto, là sopra, tutto intorno! Dai, papà!»

Il padre rise, gli prese la testa tra le mani e lo baciò.

«Va bene, figlio, cosa vuoi che reciti, quale storia, quale personaggio preferisci?»

Disse, mentre saliva sul palcoscenico e si piazzava nel mezzo della scena, sentendosi invadere da un entusiamo e una forza che lo sopraffacevano.

«Non lo so, pa’! È troppo difficile scegliere, quello che vuoi tu, ricorda, inventa, come hai sempre fatto a casa, ma qui di più, di più!»

«Qui è tutto di più.», pensò il padre ed emise un gran sospiro di gratitudine, per suo figlio, per suo padre, per tutto quello che s’era perduto ma ancora viveva in lui e avrebbe continuato a vivere nel suo ragazzo.

Dal balcone interno al palcoscenico, richiamato dalle voci dei due umani, s’affacciò il leone, ma non era solo, dopo di lui spuntarono una leonessa e tre cuccioli curiosi. Restarono là, silenziosi, come se attendessero anche loro qualche straordinario avvenimento.

E l’uomo cominciò a recitare.

©francescorandazzo2021

Il vero amore è una quiete accesa

Francesco Randazzo

IL VERO AMORE È UNA QUIETE ACCESA 

Romanzo

Graphofeel Editore

Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?”


Iride e le sue sorelle, divinità dell’Olimpo ellenico, sorvolano il cielo della Città eterna e sono testimoni e narratrici delle vicende di questo singolare romanzo. Un bambino del sud di nome Tommi riaffiora nella vita e nella mente di Tommaso, quarantenne medico e bioingegnere di successo. Una bambina di nome Leyla, figlia di due grandi medici, lotta contro la cecità; viene salvata, ma fugge dalla sua storia difficile, viaggia e dimentica sé stessa. Diventerà la giovane sconosciuta che Tommaso incontrerà casualmente per strada; la porterà con sé, la laverà, l’amerà, le darà un nuovo nome, Moira. Il suo destino. Sarà un rapporto potente, lacerante, perverso anche, ma ineluttabile per entrambi. 

In uscita il 28 Gennaio 2021, su tutti i bookstore on line e nelle librerie, libro e ebook.

Alcuni link all’acquisto:

IBS

Amazon

Unilibro

Mondadori Store

Libreria Universitaria

Goodbook

La Feltrinelli

Libraccio

Esercizio

Ripetersi come un mantra: “Non sono un poeta”, così come i matti ripetono continuamente: “Non sono matto.” Vedere sfilare davanti agli occhi la galleria dei volti di tutti i poeti che persero la ragione per eccesso di vita, di visioni e pensieri acuminati e taglienti come bisturi in mano a un bambino.

Ripetersi come un mantra: “Voglio vivere”, per vincere l’attrazione mortale alla dissolvenza, allo sparire come atto estremo di presenza, antidoto alla insostenibile mediocrità che cavalca il mondo, per esorcizzare quella tentazione amica di molti poeti amati, che si lanciarono dall’altra parte, con gesti soavi o cruenti.

Restare in silenzio, infine. Immergersi nella straordinaria sensazione dell’essere e del non essere insieme, qui, adesso, altrove, sempre. Senz’accorgersene, lacrimare, sorridere.

Sentire il respiro come un abbraccio interminabile, tremare, accogliersi, essere pianta, essere nuvola. Essere poesia.

©francescorandazzo2021

S’incatenano i giorni e le nostre speranze

S’incatenano i giorni e le nostre speranze,

s’aggrovigliano i sogni come sabbie e sterpaglie.

A volte soffia un vento che non sai dove nasce,

un vento che smuove le ossa e dà freddo e sudore.

Nei condomini le finestre rimandano voci e grida

che non sai mai se reali oppure è solo una partita.

Nelle notti bizzarre e lunghissime i pensieri soltanto

inventano nuove illusioni, impeti nati dal silenzio

ed infine il sonno quasi infastidisce perché ruba

quell’alito nuovo dell’anima magicamente rinnovata.

Ma il corpo è stanco e l’anima bambina deve riposare.

Domani il corpo rinfrancato sorreggerà l’anima stanca,

sconvolta dagli eventi incontrollabili che solo la notte

illude di sconfiggere. Dulcinea sogna di notte mentre

Chisciotte galoppa e stancamente combatte sulla strada,

alle fermate dei tram trancia binari e cavi elettrici,

ogni giorno, e Sancho se ne frega, apre il suo negozietto

ogni mattina e d’estate va ad Ostia a fare il bagno.

Canzoni tante alla tivù, chanson de geste nessuna

in questo mondo che deriva indietro, come fosse inclinato

privo di leggi naturali, privo di cielo e un firmamento nero

senza stelle, avvolge tutto con paura e indifferenza.

Un uomo, ogni tanto, sul fare del giorno, sale in terrazza

a salutare gli astri dimenticati, le fiammelle si stingono

e all’aurora quell’uomo ha nostalgia della sua vita.

Quando il sole spietatamente appare, allora con rabbia

invoca il fulmine, lo chiama con grida che lacerano

le risacche lontane e gli echi perdutamente ansiosi,

lo esige disperatamente. Solo giunge un gabbiano

con la carogna d’un topo stretta dal suo becco, volteggia

poi scompare fra le antenne. Bellezza e orrore ancora

affermano il dominio sconcertante. C’è odore di caffè che sale

dal basso della vita. L’uomo rimane là. Ma dopo, scende.

Eppure è bello vivere, si dice, lo si sente, è bello

ed è struggente, non basta mai la vita anche così

spietata, meravigliosa cuccia di stupore continuo,

ostinata faccenda da portare a compimento sempre

con lacrime e sorrisi regalati, inflitti, desiderati, come

un romanzo che si scrive su di noi, come un quadro

dentro la rete d’un pittore sconosciuto, ci appare

insensato il romanzo, informe il quadro eppure

noi ci siamo come modelli eterni e inconsapevoli.

Con un presagio forse, un estremo barlume quando

un bambino prova ad alzarsi e noi con una mano

con forza e con timore l’aiutiamo a reggersi

e ridiamo mentre con passi incerti il piccolo

comincia a camminare verso non sa che cosa.

Forse per questo i vecchi rimbambiscono,

o s’abbandonano al nulla ed al silenzio,

per mantenersi sani, ritrovare innocenza,

dimenticare i giorni ed inventarsi uno spiraglio

grande, un’iride del cuore che s’irraggia

e con un soffio poi volano al fulmine lontano,

mentre sulla terra continua a cadere la polvere,

mentre nel cielo continuano a splendere stelle dimenticate.

Non siamo sogni, ma vorremmo esserlo

e sgomenti, con geometrica crudeltà, li distruggiamo.

Eppure sono qui con noi, siamo noi i sogni di noi stessi,

non desiderare dovremmo, non esaudire ma esistere soltanto

seguendo il respiro dell’angelo che ci sogna, lui sì ci sogna,

essere soffio leggero, latte di noi stessi, caldi diamanti,

semplici e sublimi come nasciamo, come muoriamo,

nella gloria senza gloria del fulmine purificatore,

che è, da sempre e per sempre, nascosto ai nostri occhi.

©francescorandazzo

da “Come un pesce azzurro”, Ed. Il Filo, 2003.

Ricordi?

Ricordi? – Quando non sapevi perché

e t’assaliva la paura d’esistere così,

tu piccola cosa timida stentavi sempre

persino a dire “io” o “sì”, tremante,

con un groppo in gola, desideravi

dirlo, dire: “io”, “sì” ci sono, voglio,

e qualcosa t’agguantava il petto,

stringeva e ti toglieva il fiato.

Ricordi? – Il silenzio della notte,

lontano il brusio del televisore,

la luce lamellare tra le imposte,

le ombre delle cose, il respiro

affannato in cerca di conforto,

lo scricchiolio dell’armadio,

la sagoma di gnomo dei vestiti

posati sulla sedia, in agguato.

Ricordi? – Il sonno affollato

di grigioscuri pupazzi animati,

di soldati che sparavano,

di astronauti lenti sulla luna,

di cantanti brutti come insetti,

di te che c’eri sempre, invisibile.

Ricordi quando hai cominciato

a vederti e sapere che c’eri

ed era giusto così, eri tu, eri

qualcosa che voleva esistere,

qualcuno che dovevi amare,

una piccola cosa vivente,

un universo di pensieri,

una galassia d’emozioni,

una luce assetata d’altra luce?

©francescorandazzo2020

image by Peter Seminck

E adesso lo spirito del Natale

E adesso lo spirito del Natale

s’impossesserà di noi i feroci,

ci muterà i cuori pietrosi e aridi

in panettoni caldi pulsanti d’uvetta,.

Regaleremo sorrisi e paccottiglie

comprate a caro prezzo ma in saldi,

divoreremo in una settimana tutto il cibo

che si sognano in mille anni gli affamati,

saremo gravidi di buone intenzioni e rutti.

Sarà bellissimo innalzare alberi sintetici

carichi di tutta la presunzione brillante

di mille palle dorate, di festoni pelosi,

di nani al cacao e angioletti zuccherosi.

Col cuore umile appronteremo presepi

di ceramica made in Taiwan capodimonte style,

zeppi di muschio plastico, pecore, buoi, ciuchi,

buzzurri stupefatti col naso al cielo, stalle b&b,

giuseppi, marie e culle vuote tra la paglia.

Milioni di babbo natale impiccati

penzoleranno dalle nostre finestre.

La tredicesima sarà un sollazzo fritto,

la povertà un mezzo per fingersi buoni,

i parenti la garanzia che è tutto cosa nostra,

covando nella pancia peti di fiele antico,

tra abbracci e baci annaffiati dal vino,

mentre ci dimentichiamo di gesùbambino.

Ci sarà un freddo cane e tra le mani giunte

le ostie geleranno, poi le ginocchia flesse,

ite missa est, andate al cotechino, amèn

andiamo al capodanno, arrivano quei tre

che seguono la stella cazzuta, sfottiamo la befana,

e piano piano torniamo quei bastardi che già siamo.

©francescorandazzo2016

Canto di Natale

Francesco Randazzo

Canto di Natale

Faceva un tempo da schifo, un freddo che spaccava le ossa, vento tagliente, pioggia a gocce chiodate e un cielo scuro come l’ansia. I mobili Ikea comprati vent’anni prima si sgretolavano sotto la morsa del gelo che entrava dagli spifferi grandi come canali degli infissi scalcagnati delle finestre, due delle quali al posto del vetro c’avevano due tavole di compensato attaccate col silicone, ormai semi scollato. Il televisore trasmetteva ininterrottamente un effetto neve frusciante, il decoder non ce l’aveva, un apparecchio nuovo manco a parlarne, tanto valeva spegnerlo. Ma sua suocera si ostinava ad accenderlo e a passarci le giornate davanti, con lo sguardo fisso e un sorriso ebete, da rincoglionita qual’era. Per rispetto a sua moglie la lasciava fare. Tanto tra un po’ avrebbero tagliato la corrente elettrica e sua suocera avrebbe fissato lo schermo spento. I bambini, per così dire visto che erano adolescenti animaleschi, s’accapigliavano, come sempre, dandosele selvaggiamente, ma non litigavano, erano esuberanti, così diceva sua moglie, sfogavano e basta, era il loro modo di giocare. Almeno così s’accaldano e non sentono troppo ‘sto freddo pazzesco, pensò. Sua moglie rimestava il pentolone grande, nel quale bollivano da ore due carcasse di pollo. Comprate al supermercato. Il marketing s’era adattato alla crisi. Incellofanate, su vassoietti di polistirolo bianco fulgido, sotto la luce del bancone macelleria, erano apparse queste meraviglie, a sessanta centesimi al chilo, ti portavi a casa un pollo, senza petto e senza cosce. Ma almeno ti sembrava di potertelo permettere, un pollo. Visto che erano in cinque a mangiare, per le feste sua moglie ne aveva comprati due. Avevano il pregio che a forza di rosicchiarli e succhiare le ossa, ti stancavi e ti passava la fame. In più c’era il brodo, che era sempre meglio di quello dei dadi, che tra l’altro erano più costosi. L’odore era buono, faceva venire l’acquolina in bocca, ma questo era uno svantaggio, perché quando tutto arrivava in tavola, il niente che era straziava l’anima e il corpo. Ciò nonostante sua moglie canticchiava. Che cazzo c’hai da cantare, pensava Natale, siamo nella merda, mangeremo quattro ossa e una tazza di brodo; tua madre è rimbecillita davanti al televisore scassato e ogni tanto chiama tuo padre, che è morto da vent’anni, e lo rimprovera per qualche minchiata che avrà fatto quarantanni prima e che è una delle poche cose che ormai si ricorda; i tuoi figli, i nostri figli, sono due idioti violenti che a scuola vanno malissimo fin dall’asilo nido e il buongiorno si vede dal mattino; tu sei patetica con quella camicia rosa coi volant, attillata sopra la ciccia da quarantenne esausta, quella pantacollant ti fa un culo a mappamondo che a te ti fa sentire la cugina di Jennifer Lopez ma tanto io lo so che quando te la togli la forza di gravità te lo schianta, e io sono un fallito disoccupato, a cinquantanni passati come una schiacciasassi che m’ha ridotto a un vecchio inacidito dentro e fuori, c’è la crisi, che ci vuoi fare, passerà, sta già passando: si come no, sopra di me sta passando, come un tritacarne e che cazzo c’avrai da cantare, eh? Boh.

Gli girano i coglioni a Natale e per non litigare con sua moglie, per non ammazzare sua suocera e buttarla nella pentola a tocchi insieme alle carcasse di pollo, per non legare col filo spinato quei figli che a tredici e quattordici anni hanno testosterone e idiozia pompati dappertutto, acchiappa la giacca a vento ed esce. Torno più tardi. Copriti bene che fa freddo, gli fa la moglie. Sì.

Il freddo, così di colpo, come una tavolata sulla faccia, appena fuori, lo fa barcollare. Ma è troppo incazzato e cammina a passi lunghi e saltellanti, una specie di corsa da struzzo nella galleria del vento, un due tre, un due tre, un due tre… Sbuffa anche, sbuffa e smadonna, sbuffa e smadonna. Birubìp. Birubìp. E si ferma. Un cazzone col suv. Ha messo l’antifurto, col telecomando, ma avrà schiacciato due volte oppure con ‘sto freddo l’impianto elettrico dell’auto è andato in pappa, fatto sta che il tipo si sta allontanando, ma l’auto l’ha chiusa e riaperta, senza accorgersene. Natale lo vede sparire dentro a un portone, carico di pacchi infiocchettati e buste griffate. Stronzo, pensa. Gli fa rabbia, gli fa invidia. Però se lo ricorda che anche lui fino a qualche anno prima, tornava a casa con i pacchetti regalo, senza Suv e i regalini erano modesti, ma tutto aveva una sua dignità, Natale aveva dignità, la sua vita, piccola ma dignitosa.

S’avvicina all’auto. Sbircia intorno. Non c’è nessuno. Apre la portiera ed entra. Si siede al posto di guida e poggia le mani sul volante. Quant’è alta ‘sta macchina, paiono camioncini ‘sti Suv. Esagerati. Però è figo starci sopra. Ti senti forte. Potente. ‘Na stronzata, ma fa bene. A uno come a me fa bene davvero, pensa. Un po’. Un po’ poco, ma adesso mi pare tanto. Che fregatura, pure ‘sto Suv. Nel calore dell’abitacolo, sospira, guarda avanti a sé il parabrezza appannato. Si addormenta. Senza sogni, come se scivolasse dentro un tubo nero e caldo. Di botto una musichetta esasperata invade il vano dell’auto, Natale sobbalza, si sveglia, si rende conto che il tipo ha dimenticato il cellulare, apre la portiera e schizza fuori. Corre via. Ma fa in tempo a incrociare l’uomo che sta andando a recuperare il telefonino. Giusto in tempo, pensa, mi mettevo nei guai ancora di più, e tanto non la rubavo, non so nemmeno come si fa a farla partire senza chiavi, e poi adesso con ‘sti gps, pure se fai cento chilometri ti rintracciano. Soprattutto non sono un ladro, ancora no. Sono onesto. Un coglione fottuto, ma onesto, io. Fino alla fine. Non serve a niente, se sto come sto, ma sono così, colpa di mia madre, di mio padre, di tutti quei buoni principi che mi stanno dentro e addosso e non si scollano nemmeno se sono disperato, come adesso.

Le campane elettriche di una chiesa vicina suonano perdendo colpi.

Natale ricomincia a correre stile struzzo, aggiungendo dei movimenti di braccia e colpi di mani sulle cosce per non farle gelare. E corre e salta. Non se ne accorge subito del cane che lo insegue. Una specie di cane bastardo con un ricordo antico di cane lupo nella testa e nella coda, con un corpo a botte, di colore smerdato, che testimonia generazioni di meticciato trombante. Poi il cane lo supera, in un guizzo di esaltazione canina, corre un poco avanti, si ferma, salta, gli va incontro, salta ancora, riparte avanti. Per un attimo Natale si spaventa, pensa che il cane voglia aggredirlo, ma subito dopo capisce che quel cazzone vuole giocare. Perciò continua a correre, a saltare, a battere le mani, agitare le braccia, col cane che lo imita, corre, salta e invece di muovere le braccia, scuote la testa e agita le orecchie. Ogni tanto incrociano un Babbo Natale di plastica gonfiabile e Natale, senza smettere di correre gli molla un calcio o uno schiaffone in faccia.

Si fermano davanti a un cassonetto che sembra non puzzare, tanto è il freddo. Natale si piega e respira affannato. Gli duole il fianco. Suda persino. Il cane si ferma, gironzola, sbuffa, sniffa il cassonetto, alza la zampa e gli schizza su una pisciatina. Natale continua il gioco d’imitazione tra lui e il bastardone, piscia anche lui sul cassonetto. Ahhh. Ci voleva. Sente di nuovo il freddo. Una specie di manina gelida sul collo. E si volta di scatto. Nessuno. La strada è deserta. La luce giallastra dei lampioni è ovattata da un’infinità di macchioline bianche. Nevica. A Natale nevica. Quando cazzo mai ha nevicato qui? Ma nevica. Fa un freddo bestiale e nevica. Bello. Guarda il cane che s’è seduto e con la zampa si da colpetti sulle orecchie, a scacciare i fiocchi che lo colpiscono lievi e freddi. È neve, dice Natale al cane. È solo neve. Non avere paura. È bella da vedere, no? Ti piace?

E il cane gli risponde. Alza il muso e mugola, mugola forte, mugola tanto fino a ululare. Ulula a lungo. E anche Natale ulula. Ulula, ulula. Uuuuuuhhhhhh. Uuuuuuuuuuuhhhhh. Da soli, nella notte, come un canto lungo e modulato, soli e insieme, ululano, cantano come bestie, cantano nella neve, bianca come lo sconcerto che li attraversa, cantano, mentre Gesù sta nascendo.

©francescorandazzo2009

image by Bill Jacklin’s – Man with dog, NYC

Tutte le lettere

Tutte le lettere furono bruciate,

ogni parola aveva viaggiato,

era stata letta molte volte,

aveva composto alberi

di frasi desideranti, aperte.

Adesso è un altro tempo,

adesso tutto brucia e dissolve

come un rito antico, rinnovato,

questo rogo cancella le tracce,

consegna al vento tutti i suoni,

tutti i battiti, tutti i passi perduti.

Osservo la fiamma avida,

le ceneri fluttuano, svaniscono.

Il crepitio m’assale furioso.

Ma l’ansia si spegne nel silenzio

e ogni attimo riprende a scorrere

in perenne fuga dalla linea del tempo.

Sul bus notturno resto in piedi,

ad ogni fermata le porte stridono

come gabbiani feriti, e una vecchia

mi sorride con cattiveria giallastra.

Volto la testa per non vederla.

Rompo il vetro d’emergenza

per lasciare entrare un rimpianto

smarrito che non sapeva trovarmi.

Quando scendo, nel piazzale vuoto

attraverso le ombre cantando

ma a bassa voce, senza parole,

cammino soltanto per sentire

che sto ancora attraversando

una terra straniera, una patria

perduta, un cielo precipitato,

e non ho paura, no, non ho paura,

non più, adesso e sempre, mi perdo.

©francescorandazzo2020

Il lento sfogliarsi

Il lento sfogliarsi della pelle

nella memoria dei sensi,

le rughe profumate di talco,

le lentiggini del primo amore,

il bruciore della prima paura,

l’assurdità del primo sesso,

il toboga di una schiena,

la sorpresa dei piedi graziosi,

lo stupore delle guance accese,

e questo toccare ed esser toccati,

fa cattedrale di gotica ascesa

dal nostro essere stati ed essere

all’indicibile mistero dell’addio.

©francescorandazzo2020

Quella signora elegante

Com’è facile dimenticare tutte le vite

che non sono la nostra e questa stessa

esser dimenticata da tutti gli altri. Così

tutto si cancella e sempre un giovane

sorriso nasce da occhi che deridono

quella signora elegante che recitò

tutte le parti in commedia e tragedia

d’ognuno, con ostinato successo,

poi quegli stessi occhi e quel sorriso

lei fa svanire. La signora si muove

lentamente, sussurra versi iridati

e sempre tutto, tutti, cancella, lei,

la svanita che dissolve ognuno,

con la mano graziosa allontana

dal mondo le tracce polverose

e resta, in attesa, fingendosi assente.

©francescorandazzo2020

Biddizza di tanti culuri

Biddizza di tanti culuri

di Gerald Manley Hopkins

Traduzione in siciliano di Francesco Randazzo ©


Gloria a Diu pir li cosi ammiscàti,
pir li celi pizzàti comu li vacchi macchiati;
pir li puntiddi rosa spruzzati su li pisci di ciumi;
pir li castagni abbuccati di la rama addumati di russu
e l’ali cangianti di la caccarazza;
li campagni aqquadrittati e spartùti,
frummentu, avina e terra arrascàta
e tutti li travàgghi, ccu machinari, ferru e cunsistenza.
Tutti li cosi opposti, dispari, leggî, maravigghiusi;
tuttu chiddu ca cància, chinu di macchi (cu sapi comu?)
di lu lestu a lu lentu; lu duci e l’àvuru,
chiddu ch’allùcia o scura.
Iddu ci duna biddizza e iddu nun cància;
grazìi dicitici, Lodi all’eternu.

***

Testo originale:

Pied Beauty
Glory be to God for dappled things –
for skies as couple-coloured as a brindled cow;
for rose-moles all in stipple upon trout that swim;
fresh-firecoal chestnut-falls; finches’ wings;
landscapes plated and pieced – fold, fallow and plough;
and all trades, their gear and tackle and trim.
All things counter, original, spare, strange;
whatever is fickle, freckled (who knows how?)
with swift, slow; sweet, sour; adazzle, dim;
He fathers-forth whose beauty is past change:
praise Him.

C’è un cane

C’è un cane che abbaia con la voce

di un vecchio che chiami sua madre,

è solo un cane, senza padroni, smarrito,

d’improvviso nella notte tiepida

viene la pioggia, scroscia leggera,

persistente come un messaggio

sussurrato, allora il cane si tace,

e danza folle sull’asfalto lucido,

come un bambino sfuggito a sua madre.

Il tempo è un rompicapo irredimibile,

ogni notte si frantuma nello sguardo

di una mosca che trova rifugio

sotto un’auto arrugginita sempre ferma,

tutto moltiplicato, incomprensibile,

dentro ogni silenzio, ogni rumore

s’apre e si chiude ogni tenue paura,

questo sentire e vedere, senza, di più.

©francescorandazzo2020

Quando tutto è finito

Le porte, dischiuse a sussurrare inviti.

Le lenzuola sgualcite come drappi di marmo.

Un libro caduto a terra, aperto e dimenticato.

L’abat-jour sempre accesa, come una preghiera.

Il suono di passi ripetuti, quasi danzanti.

Una cornice vuota più crudele d’uno specchio.

Il rubinetto che ferisce di ruggine la ceramica.

Un calzino piccolo, troppo piccolo e triste.

Il soffio del vento che bussa sui vetri rotti.

Una lavatrice dall’occhio cieco, spietato.

I piatti sporchi, disegnati dalla corruzione.

L’armadio amputato, statua del vuoto.

Quell’abito verde scuro nella vasca da bagno.

E un profumo quasi impalpabile, ancora vivo

di sensi e speranze, nella dura incostanza

del tempo, quando tutto è finito, ma persiste.

©francescorandazzo2020

Con le mani affondate nel fango

Con le mani affondate nel fango,

la terra pulsante, oscura madre,

trasudano domande semplici,

tutte le risposte non hanno parole,

cresce un battito sconcertante,

c’è un odore di fresco che invade,

eppure tutto si scalda nel mistero,

ed è un attimo lunghissimo, uno

solo, con quel pianto di gioia

irrefrenabile che dolce si smorza,

tutto è nel presente, tutto per sempre.

©francescorandazzo2020

image by Richard Long

Chi resta

Chi resta, su strade di fumo,

tra pietre accatastate con cura,

alle finestre infrante e soleggiate.

Chi resta e fluttua, mosca bianca

sbattuta dal vento assurdo di Patmos

che soffia sulle tangenziali crivellate.

Chi resta e canta, come se volesse

andarsene ma resta ancora adesso

e nell’ora dell’assenza, carbonio,

sale, orchidea, cemento e pomice.

Chi resta e nessuno se n’accorge,

finché manca, rimpianto rasposo,

dentro qualcun altro che resta

e tutto si trascina senza coscienza,

come un sasso che rotola pigro

dalla roccia al mare, senza scampo.

©francescorandazzo2020

image by Simon Berger

Quel che più puro

Quando pregavi l’Angelo da bambino

e ti sembrava più vero anche di Dio,

sentivi la sua mano stringere la tua,

il colpo d’ala era un caldo abbraccio,

credevi che mai t’avrebbe abbandonato.

§

Davvero non ti ha abbandonato, lui,

ma così, come per distrazione, tu,

hai dimenticato quella invisibile

verità, hai staccato la mano e l’ala

è svanita, null’altro intorno a te,

solo il visibile mondo che delude,

solo il corpo che duramente s’ostina,

ogni sudata traccia cancella il vento.

§

Adesso hai nostalgia di lui e speri

che almeno nel sonno torni da te,

ma ormai, ogni risveglio cancella

ogni sogno, ogni sperato conforto

e tu

ogni giorno dimentichi di te stesso

quel che più puro è stato, e volava.

©francescorandazzo2020

Perdonatemi

Perdonatemi se non sono felice,

so soltanto sorridere, sciocco,

per tenerezze piccole azzurrine,

mi muovo lento, sfioro pietruzze,

accarezzo ogni dolore, m’assento

da tutto il male che ho d’intorno,

annego nella nostalgia della bellezza.

§

Perdonatemi se non sono felice,

so soltanto mordere luminosi istanti,

sospirare fiati di gioia contagiosa

ed effimera, e mi commuovo di sguardi,

attraverso questa confusa esistenza,

camminando in un silenzio salato,

senza chiedere niente, se non il cielo.

§

Perdonatemi se non sono felice,

non m’affanno né sfuggo, sto così,

ché già vivo, è già tanto. Ma vola via

questo tutto di niente, meraviglioso

e struggente. Sto nel mondo, mi basta.

©francescorandazzo2020

Pandepoema

Ho scritto un lungo poema sulla pandemia,

mi è costato molto e adesso sono esausto.

Si compone di moltissime pagine bianche,

in versi sciolti, vaporizzati da starnuti in rima,

endecasillabi febbricitanti in terzine doppie,

lunghe stanze piene di gente in quarantena

e qualche sarabanda negazionista in mezzo,

per non essere monotono. Non è facile, no,

va letto con pazienza e un po’ d’indulgenza:

ci sono pagine di paura, pagine nervosissime,

pagine di deprimente scoramento, pagine

strappate per intero o a metà, pagine sporche,

pagine spruzzate di disinfettante e cloro,

pagine gonfie di pianto o crepate di risa.

Sono tutte pagine bianche, fitte fitte,

e mi sembra di non aver detto tutto,

e purtroppo non so dire altro, mi fermo,

finita l’opera, torno alla vita, anch’essa

bianca, come quando Kubrick bruciava

un fotogramma e tutto precipitava in ansia.

Ho già un editore, abbiamo deciso

che non lo pubblicheremo insieme,

tiratura un milione di assenze, zero prezzo,

ma su Instagram sarà un successone.

Nessun firma copie in nessuna libreria.

È l’opera della mia vita, perfettamente

senza nessun senso, un nulla immenso.

©francescorandazzo2020

Se arrivano bene

Sono sicuro
ma sicuro sicuro
che sicuramente
gli extraterrestri esistano.
Non ho prove nemmeno una.
Soltanto un vago presentimento
d’essere spiato quando sono solo.

Non li ho mai visti
né mai li vedrò
e onestamente non ci tengo molto.
Non me li immagino nemmeno un po’.
Non credo siano verdi o blu o blatte giganti.
Non me ne frega niente a dir la verità.
Non è nemmeno un pensiero ricorrente.

È che i terrestri lasciano molto a desiderare
e ho deciso di dedicarmi a qualcos’altro.

Tanto per non impazzire.
O forse proprio per impazzire
ma a cuor leggero.

Di una cosa infatti sono sicuro
gli extraterrestri non sono simili a noi
e questo mi rincuora grandemente.

Mentre aspetto che arrivi un’astronave
costruisco una pista d’atterraggio
che m’attraversa la testa in diagonale.

Sono sicuro
ma sicuro sicuro
che sicuramente
gli extraterrestri esistano.

Se arrivano bene
e se no
no.

© Francesco Randazzo – 2010

Ite villichi toti a la referendaria clamata

Ite villichi toti a la referendaria clamata

et ne le urne et ne li sacelli de le conscienzie

vostre intentate de exprimer voluntate, imperò

sieno cassati li voti de li ighnoranti crassi,

quilli de li deficitari sine cerebro, li fasci

impenitenti et li lioni de tastiera, nulli ex lege.

Rimembratevi en ognun de li casi de voto,

que sia que se tagli, sia que nun se tagli

lo numero dei commendevoli eleggibili,

poscia serà imperituro far trincea di contro

a li imbecilli, al li prepotenti, a li parassiti.

Quista è la ratio de la natione da buscare,

honestate, parsimonia, amor de lo bene altrui.

De lo contrario, tote le istanze e le contese,

son querimonie e straccioli e cacatelle,

et toti isti que se fano guerra instradati

sieno al fare in culo: sine pace nulla lex.

©francescorandazzo2020

Come se fosse

Il muro ammuffito mi parla

mentre tento di guarirlo.

Si scioglie, esale e sbianca

la tumescenza silenziosa,

tutto questo nero che si posò

sul cuore, l’omertà di comodo,

i tradimenti d’anime e corpi,

l’affanno, la sopraffazione,

e la servile acquiescenza

del muro, che tace, sopporta.

Ma io mi ostino, mi ostino,

m’intossico, tossisco, ansimo,

per ripulire tutto, per salvare

il bianco nascosto, la vita,

come se fosse per me un destino.

©francescorandazzo2020

Exercitio de libertate

Oh le genti qui inneggiano alla libertate

de facere il cazzulum cui li pare et plaze,

sieno jettati nello mare nero più profundo,

et cum maxima libertate sieno favoriti

ad natare o preferendolo annegarisi,

conciòsiacosacche quilli que le varche

guidino, alli lai e strepiti d’illi d’aita

contestino cum libertate anco essi loro:

“Non mi ti puoi costrignere a salvareti,

imperocché son libero de astenermi,

como tu duro fosti in libertate di facere

quillo qui cazzulum te parve, et hora,

nata in quisto mare de libertate e schiatta!”

Li pochi qui si salvino, sieno perdonati.

Si insisteno però alla lagnanza, rigettateli.

Usque ad tantum abutere patientiae nostrae,

non ragioniam di lor ma guarda e passa,

pro stata tanta non la supporta niuna mutanda.

Et ne lo medesimo tempo, tote le povire genti

qui esuli se imbarcaro nello mismo mare,

sieno salvificati et accolti, per substituir li stolti.

©francescorandazzo2020

Mascaratevi

Cum quisto callo, Madonna mia,

non si puote vibrar nel petto amor,

imperocché vi priego, mascaratevi

lo viso pulcherrimo, acciocché l’occhi

mei, sudato amante, sieno accecati

ne li sensi que voi li scatenate

et nullo sia finalemente lo fiato

vostro vulcanoso e ferigno alquanto,

que melio non vasarsi in quillo foco

et salvandovi anco me salvate voi

de lo virus infido et de lo putrido esalar

que pur splaze a chi voi plaze, plazendo.

©francescorandazzo2020

Nun ce la potiamo facere

Nun ce la potiamo facere,

cum todo esto carnaio zunzo

et li gnuranti que si laurieno

supra li sufà e nelli dischiteche,

nun ce la potiamo facere

nemmanco per l’arraggiamento

di omni creatura contra la otra.

Cui se imbelva per gnuranza,

cui se imbelva con li gnuranti

et anco quilli che nun so incolti,

se lanzano a splicari li teoremi

di cumplotti e minchiatuni strani.

Nun ce la potiamo facere,

si la genti si mori e nun c’importa,

que tanto son paucissimi et veci,

in mentre che li pueri accomenzano

a morirsi, ma dicheno che abbasta

la tacchipirigna e zanniari si poti

imperché la libertate d’essere simie

soverchia lo dovere del respeto.

Nun ce la potiamo facere,

quoniam sempere ce culpa otro,

accussiché nun ce la faciamo

et quisto que ce pasa meritamo.

Bailando bailando,

gritando gritando,

lo monno se finisce

in uno pirito di cape

que parono palabrosi culi .

Truonan le trompe di lo Deo,

salvise qui se puote, marameo!

©francescorandazzo2020

Itaca deserta ruggine

Scrosto i licheni dai pilastri della piattaforma,

sento il metallo corroso come sabbia e l’odore

di ferro e mare stride sulla pelle e sul cuore.

Io non sono più io, mi sono perso troppo a lungo,

troppe vite ho vissuto, troppi errori, troppo tutto.

E infine, stanco, a me stesso straniero, eccomi

qui, ad Itaca, il relitto fragile e duraturo, l’unica casa.

Non c’è un cane ad accogliermi, nessuno qui ormai,

soltanto fantasmi nemici, bulloni slentati, ruggine.

La mia reggia è soltanto una baracca semidistrutta,

la maceria polverosa del tempo mi bracca spietata.

Dal mare un’alga, per vent’anni, è affiorata sul ferro,

bramando l’aria salmastra, nell’illusione della terra,

è salita fino in cima, sulla piattaforma arida dove

ha saputo trasformarsi in albero, spezzata l’illusione,

ha pianto dai rami, vincendo la morte, s’è fatta salice,

e nella solitudine, sul ferro piantato nel mare, persiste.

Il vento che l’accarezza fa fremito di foglie e sospiri.

Un pescecane ha spezzato i suoi denti

sulla mia coscienza, morendo esausto.

(…)

_______________

Francesco Randazzo
Itaca deserta ruggine

Fara Editore

€ 10,00 pp. 72 (Vademecum 42), Maggio 2020
ISBN 978 88 94903 96 6

Scheda del libro e rassegna stampa, qui.

_________________________________________

«Le avventure e i ricordi si sovrappongono, arricchiscono consapevolezze e rimorsi, ripercorrono le tappe del pentimento: ci sono i piedi perfetti di Calipso, la bianca pelle di Nausicaa e Circe, la spada del mio dubbio.»

(Elena Varriale)

«… una memoria che è sempre in movimento, in un verso – tra l’altro – ampio e accogliente, grazie alla sua capacità di distendersi in pause e slanci.»

(Salvatore Ritrovato)

«… in questo ritorno a Itaca che Randazzo mette in scena non c’è rispecchiamento tra Odisseo e Penelope. Il monologo di Penelope denuncia la devastazione amorosa che separa marito e moglie. Le due esperienze amorose solo apparentemente esprimono languori e nostalgie, mentre la narrazione dei due io poetanti ci restituisce, in una inconsapevole dichiarazione di perfetta simmetria, l’irriducibilità che sempre li ha gravati. Così come il balbettante racconto dello stupro di Aretusa è metafora dell’indicibilità della violenza, dire l’amore, a Penelope e a Odisseo, non basta per colmare l’estrema lontananza fisica e mentale degli amanti.”

(Pippo Ruiz).

Quelle sere tremanti

Quelle sere tremanti d’incerte visioni,

dalla strada le grida di una lite rabbiosa,

poi un silenzio che inghiotte ogni cosa,

un odore di secoli trasuda dalle tegole,

la strana lingua delle rondini picchia

nell’aria un messaggio segreto, poi

si smorza, le sedie scricchiolano,

per un attimo la lampadina sussulta,

senti piccoli passi incerti per le scale,

e con prudente curiosità t’avvicini,

quel tanto che basta per vedere ancora

quel che sei stato molto tempo fa,

guardarlo negli occhi e dargli la mano,

fermandoti a pensare, senza parlare,

di quel che sei e sai, ma non sai dire,

di tutto il tempo che ti avvolge,

sentire il conforto, nel respiro bianco,

dell’esserci, ricordarsi, rivivere, tu,

proprio tu, e tutte le innumerevoli

vite che hai vissuto senza accorgertene.

©francescorandazzo2020

A volte

A volte apri una porta

e invece è il frigorifero.

A volte apri una finestra

e invece è un armadio.

A volte guidi una Porsche

e invece è il divano.

A volte stai sotto la pioggia

e invece è una doccia calda.

A volte i vicini sparano,

uno ti legge l’oroscopo,

un altro ti fa domande sceme,

un rinoceronte irrompe,

ma è soltanto la tivù accesa.

A volte spii le persone

e gli rubi la vita, gioie e disgrazie,

ma è soltanto un libro che leggi.

A volte parli con qualcuno

ma è solo lo specchio che ti imita.

A volte si sentono grandi tuoni

ma è soltanto uno sciacquone.

A volte c’è un lampo che abbaglia

ma è soltanto che guardi chi ami.

A volte non lo sai chi sei e perché

ma è soltanto che inciampi sul tappeto.

A volte chiudi gli occhi e sogni

ma è soltanto la vita che ti accende.

A volte, sì, a volte lo sai

e ti scappa da ridere o piangere

come quando eri un bambino

e ogni volta sembrava per sempre.

A volte sì, a volte, molte volte,

a volte invece no, devi farci caso.

©francescorandazzo2020

Canto dei gattopardi di plastica

Eccoci qua, dopo la catastrofe,

ehi, ehi, siamo scampati, dai,

forse non era questa cosa, no,

magari tutto un po’ montato,

sì, sì, esagerato, come vediamo,

che mondo di merda, ma siamo

abituati, sì ci abituiamo a tutto,

basta aspettare, a che serve altro?

Ma che cosa vuoi cambiare?

Ci vogliono fottere, sì? Lo sai,

te lo senti, lamentati e abbaia

ma poi, al diavolo, va bene così,

basta che ci facciano uscire

e chi se ne frega, vivaddio,

facciamo il cazzo che ci pare,

perché devo rinunciare, a che?

Prima era già tutto uno schifo,

così va il mondo, si sa, adattati,

e alla fine ci stiamo bene, no?

Aprite che dobbiamo tornare,

siamo gli stessi di prima, noi,

non ci cambia niente, siamo

i gattopardi di plastica, wow,

non vediamo l’ora di tornare,

fate largo, scansatevi, idioti,

che pensate di cambiare?

Noi andiamo, alla faccia vostra,

adesso ci sarà molto di più

da arraffare, faremo finta

di aiutare il prossimo, sì dai,

il prossimo, dopo, più in là,

chi se ne frega, carpe diem,

un po’ di ottimismo please,

gretini che siete, fatevi da parte.

Non cambierà niente, niente,

ve lo promettiamo, sghignazzando,

non cederemo di un millimetro,

non cambierà niente e niente

lasceremo, dietro e davanti a noi.

Il primo che tossisce è fuori dal gioco.

©francescorandazzo2020

Notturno

Amava le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno.

L’orgoglio, la dedizione, la bellezza sotto la luna.

Dal mare spira un vento fresco e la salsedine

corrode pietra e ferro, tutto si sgretola sabbioso.

Ma le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno

continuano a fiorire nel giardino solitario.

E lei passeggia, ancora viva, tra i fiori e il profumo,

con la leggerezza dell’anima liberata e il sorriso

le illumina il viso di ragazza come se ancora

tutta la vita fosse una promessa e le speranze

piccoli sogni letti su romanzi che non deludono.

Poi la luna torna a nascondersi quasi per gioco,

e lei svanisce, seguendola per fuggire il buio.

Restano le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno,

presenti ma invisibili, nell’oscurità profumata,

e da lontano il mare che sospira senza sosta.

Mentre io invecchio, lei ritorna giovane,

negli incroci del tempo ci incontriamo ancora.

©francescorandazzo2020

Senza parlare

Stanno seduti, senza parlare,

a un metro di distanza, quieti,

guardano oltre ogni cosa,

in apparenza un po’ svagati,

come due che si pensano

ma non sanno più parlare,

perché ascoltano il suono

d’innumerevoli parole dette,

ormai perdute, come soffi

di vento caldo smarriti d’inverno.

Ma quando si alzano, sempre

in silenzio, si danno la mano

e si sorridono, sorpresi, come

se s’incontrassero per la prima volta.

Solo allora si dicono

l’unica cosa

che nasce sulle loro labbra.

Un bacio lieve e poi, vanno via.

©francescorandazzo2020

Ogni notte

Che cosa sognano i criceti nelle gabbie,

i neonati nelle culle, i pesci rossi invetrati,

i vecchi che evaporano nell’Alzheimer,

le viti arrugginite assopite nel legno,

le bambole ormai rotte e dimenticate,

le giovani annegate, i giovani schiantati,

le libellule ubriache di movimento,

i peluche nel loro letto di polvere?

Ogni notte di veglia, io mi domando.

Ogni notte un piccolo assiolo mi risponde.

Consola un poco, come un amico che sa,

ma non può dirti tutto, per non farti piangere.

Lo ascolto, fino all’alba che ci libera.

©francesco randazzo2020

image by Jessica Hendrickx

Clessidra

clessidra

Un tempo giocavo con la clessidra,

giravo e aspettavo che fluisse il tempo.

Un granello alla volta o poco più.

Fino alla fine, fino al pieno e al vuoto.

Poi, di nuovo, la capovolgevo.

Tante volte, con pazienza, osservando

bene, quel meccanismo semplice

che mi rapiva. Ed ero anch’io grano

di sabbia, fluire elementare, sabbia

di me stesso, stasi sconcertante.

E poi? Mi chiedevo. E perché?

Non sapevo rispondere, spaurito,

tornavo a capovolgere la clessidra.

Quando scoprii una meridiana

incisa nella pietra dei ruderi

di un tempio greco, sospirai

di sollievo, ma la linea d’ombra

cominciò a strisciarmi sulla pelle,

così fuggii verso la notte senza sole,

dove il vetro della clessidra resiste,

dove la sabbia annuisce e cade,

dove il tempo precipita e si rialza.

È semplice in fondo, incommensurabile.

©francescorandazzo2020

Fringe

Self Portrait, c.1956 (oil on canvas)

 

 

Siamo pietre vive davanti agli occhi di Medusa.

Siamo specchi sopra il buco nell’asfalto.

Siamo il rumore stridente del tarlo affamato.

Siamo i vetri rotti del bicchiere infranto.

Siamo il sudore del marmo dimenticato.

Siamo la nota più acuta della lucertola.

Siamo il fastidioso grattare del gatto.

Siamo diversi da tutto anche da noi stessi.

Siamo il caos che s’interroga sul caso.

Siamo tutte le mani della dea Khalì.

Siamo tutte le zampe della scolopendra.

Siamo la saliva infinita del desiderio.

Siamo zattere senza nessun salvagente,

Siamo quelli che non, perché sì, forse.

Siamo ma non sappiamo, tentiamo,

a costo di perderci, un’illusione di salvezza.

©francescorandazzo2020

Tu, che attraversi straniera

reclining-woman-picasso

Un susseguirsi di notti senza fine,

i giorni soltanto un’attesa vana,

il tempo un’illusione che stanca.

 

Solo tu, che attraversi straniera,

questa mia vita dispersa in voli

privi di senso, tutti della mente,

soltanto tu sei come un’orologio

prezioso, battito contagioso,

scandisci il senso e la misura,

il respiro e il soffio che mi esiste.

©francescorandazzo2020

Domani

hopper

Di tutta la bellezza che ci ha escluso,

ricorderemo gli sguardi rubati alla finestra,

l’odore confortante della pioggia fuori,

l’esplosione di profumi schiaffeggianti.

 

 

D’ogni silenzio custodiremo il fiato sospeso,

d’ogni parola l’eco di una domanda irrisolta,

di ogni passo per la strada, la paura e la speranza.

 

 

Sarà forse, un dolcissimo discendere ancora

in questo mondo tutto da riscoprire, antico

e nuovo insieme, per noi vecchi bambini,

sarà forse più lieve, per questa grazia di vita

ritrovata, lo sconcertante pensiero della morte.

 

 

Domani sì, domani e ancora dopo, ancora,

senza gli errori e la noncuranza del passato,

sì, mi dico, c’è speranza, e mi convinco.

 

 

Ma dalla porta aperta, esco in strada,

e già sento rimbombare passi e strida

di cinghiali, penso, furiosi, violenti,

privi di senno, spietatamente in corsa,

invece è soltanto che tutto si dimentica,

e nel frastuono le coscienze tornano a dormire.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

Probabilmente

Signac-felix-feneon-1

 

 

Probabilmente sì.

Probabilmente no.

Probabilmente è così.

Probabilmente non lo è.

Probabilmente sarà o no.

Probabilmente mi sbaglio.

Probabilmente ho ragione.

Probabilmente sarà deludente.

Probabilmente sarà entusiasmante.

Probabilmente non ho idea di niente.

Probabilmente non ci resta che vivere.

Probabilmente le probabilità erano basse,

ma ormai è improbabile che viva senza di te.

Probabilmente nemmeno leggerai quello che scrivo.

Probabilmente continuerò lo stesso a scrivere.

Probabilmente non ti dirò un granché.

Probabilmente saprai tutto lo stesso.

Probabilmente ti guarderò sorpreso.

Probabilmente precipitevolissimevolmente.

Probabilmente ti dirò che ti amo.

Probabilmente riderai.

Probabilmente anch’io.

Probabilmente sì, sì e sì.

©francescorandazzo2020

Angeli insonni

angel

 

 

Nelle loro notti insonni, gli angeli

non parlano con Dio, né cantano

inni di lode all’eternità, vegliano

irrequieti come hacker ricercati,

s’insinuano nei sogni dei dormienti,

scatenano ricordi inventati, feste

esaltate, voli in picchiata, sesso

inimmaginabile e laser di piaceri

inconfessabili, si divertono come matti.

Si dissolvono al mattino, in vapori

di brina e sudore, mentre si svegliano

esausti ma felici i mortali che hanno

vissuto la grazia divina senza peccato.

Dio, lo sa, ma chiude un occhio,

sono i suoi messaggeri, dopotutto

sanno quel che fanno e in nome di chi.

Nessun teologo lo ammetterà mai.

©francescorandazzo2020

image by Amy Judd

Aussetzung

Dust particles

 

 

Tutto è naturale, sai?

L’inizio e la fine in ogni cosa.

Quel che fai in mezzo

fa la differenza,

nel bene e nel male.

Vedi un po’ tu, cosa vuoi fare.

Poi però, non ti lamentare.

E smettila d’abbaiare

contro tutti e tutto,

non ti salverà.

Taci e ascolta,

c’è una musica

in ogni cosa.

Comincio a sognare

i morti, come i vecchi

quando smemorano

e tornano a parlare

con chi sta dall’altra parte.

Tutto è sospeso

sull’inevitabile confine

del qui adesso e in nessun luogo.

Come pulviscolo baciato dalla luce.

©francescorandazzo2020

Aletheia

aletheia

 

 

 

 

Nulla è celato anche se ti nascondi,

Nulla è taciuto anche se non parli,

Nulla è incompiuto anche se ti fermi,

Nulla è più perduto di ciò che trovi.

Puoi percorrere tutta la terra,

attraversare i mari camminando,

scalare le montagne saltando,

raggiungere i poli scivolando,

e restare nel tuo metro quadrato,

come un pezzo sulla scacchiera.

Ogni mossa va rubata al gioco,

le regole meglio ribaltarle,

ognuno sia Re, Regina e Cavallo,

Alfiere, Torre e Pedone, simultaneamente.

In questa folle partita, tutto è possibile.

Nessuno può vincere veramente,

ma perché dovrebbe? Tutto accade,

sempre, nel caos più perfetto, sai,

puoi anche ridere se vuoi, fa solo bene.

E se vuoi piangere non vergognarti di farlo.

Life must go on.

©francescorandazzo2020

Cose per me irresistibili durante la quarantena

shining

 

 

– Chiedere in videochat se da fastidio se fumo.

– Incontrare qualcuno che si scansa e pensare: “Ti conosco mascherina”.

– Dire “Buongiorno” come se sparassi.

– Suonare in contemporanea Bella Ciao e il tema Jedi di Star Wars.

– Fare la lucertola al sole mentre aspetto in fila per entrare al Supermercato.

– Andare in farmacia per comprare una crema per le bolle che mi sono spuntate stando al sole.

– Impastare pane, torte e focacce come se fossi posseduto dall’anima di Nonna Papera.

– Accogliere i corrieri che mi portano le cose comprate online, come se fossero venuti a salvarmi.

– Mandarli al diavolo mentre se ne vanno dopo avermi trattato come un appestato da evitare. Guardarli come un parente che se ne va, quando invece sono stati gentili.

– Vestirmi a mezzobusto tanto in videochat non si vede sotto.

– Spulciare gli annunci immobiliari di case col giardino.

– Bere acqua come se fosse champagne.

– Dimenticare dove ho parcheggiato l’auto, ma chi se ne frega.

– Ingurgitare vitamina C con la voluttà di una canna.

– Dormire come se andassi in viaggio.

– Svegliarmi come se atterrassi a casa.

– Sorridere a quei tre che vivono con me.

E se domani

olimpico

 

 

E se domani d’improvviso,

scendessero in terra, insieme,

Zeus Tonante,

Jahvè l’Altissimo,

Allah il Misericordioso,

Budda l’Illuminato,

Khrisna Imperioso,

Gesù il Risorto,

e tutti, ma proprio tutti,

i profeti, i santi, gli dei

minuti e quelli mai nominati,

e affollassero lo Stadio Olimpico,

con la loro infinita saggezza,

in conferenza stampa mondovisione

tutt’insieme all’unisono per dirci:

“E basta, che cazzo state facendo, idioti?”

Brutalmente. E sparire.

Senza aspettare risposta.

Lasciandoci soli.

A sbrigarcela davvero.

Tutto da capo.

Sarebbe l’unico miracolo utile.

Forse.

©francescorandazzo2020

Senso del mondo

durer-portrait

 

 

In una incisione perduta di Dürer,

si vede un uomo solo in uno spazio

deserto. Il corpo eretto in primo piano,

lo sguardo vacuo rivolto verso l’alto.

Osservando con una lente d’ingrandimento,

nell’occhio sinistro si specchia una città vuota,

nell’occhio destro invece battono le grandi ali

di un angelo che tenta raggiungere il sole.

Tra le mani l’uomo stringe uno specchio opaco.

I suoi piedi affondano nella terra sabbiosa.

Sul busto nudo c’è scritto: “Sinn für die Welt”.

Dalla sua bocca escono scomposte cento

lettere ornate di un alfabeto sconosciuto,

che racchiudono la frase mai pronunciata,

il pensiero perfetto che mai fu pensato.

 

 

©francescorandazzo2020

Come giocattoli

Gdansk-Gallery-of-Old-Toys-17-e1470145869534

 

 

Ci si sente come giocattoli,

lasciati alla rinfusa, sparsi

un po’ dappertutto nella stanza.

E quando si spegne la luce,

vorrebbero alzarsi e correre via.

Ma il buio li avvolge come pece,

restano intrappolati nel desiderio,

senza sapere quando tornerà la luce

e la mano di un’infantile divinità

tornerà a regalargli una parvenza di vita.

E c’è un silenzio che pare senza fine,

persino lo Schiaccianoci di Čajkovskij

ci precipita dentro, come se si perdesse

in una partitura folta di fogli senza note.

©francescorandazzo2020

Con un soffio

gregorio_sciltian_017_pagine_di_storia

L’aria s’insinua dalla finestra socchiusa,

con un soffio di sollievo in questa stanza

sorgono cattedrali di carta e polvere, io

mi aggiro, fermo, in equilibrio precario,

mentre il respiro fragile trapassa il vuoto.

Sospeso sopra questo precipizio bianco,

ammiro parole roteanti, canti di cose mute.

E mi sento perduto, in questo svanire

mi ritrovo come uno che non sa più chi è.

Così, per questo smarrimento quotidiano,

sia resa grazia a ognuno degli dei dimenticati,

ad ogni avvento che inatteso mi sorprende.

©francescorandazzo2020

C’è un silenzio strano.

pistoletto

 

 

C’è un silenzio strano. Non è un vero silenzio, perché in sottofondo c’è una sorta di rumore bianco, un frusciare sordo, un ronzio sommesso, è quasi assenza di suono, quasi. Uno stato di quiete inquieta, la sentiamo, ma facciamo finta di niente. Anzi, ci agitiamo per non sentire.

Non è facile ascoltarsi, non è facile rimanere soli con se stessi, specchiarsi in un pensiero che rifletta noi in qualcosa di immensamente grande, vuoto, da riempire.

Siamo precipitati in una grande partitura, apparentemente lineare ma complessa, piena di simboli oscuri, sequenze numeriche imperscrutabili. Siamo dentro una pagina dell’Arte della Fuga di Bach o di uno degli ultimi Quartetti di Beethoven. Ogni nota, ogni misura, ogni suono, ha un unico anelito, una disperata volontà, tornare al silenzio, tornare a quella sospensione divina dell’esistenza racchiusa in un respiro trattenuto, essere un punto sospeso tra la realtà del movimento inconsulto e quella del pensiero che afferma l’essere.

La paura, col suo chiassoso menefreghismo, la perfetta vigliaccheria dell’alibi per sé e dell’accusa per gli altri, batte ritmi sconclusionati, rumbe assordanti che offuscano tutto. Si fugge da noi stessi, perché stare con noi stessi è insostenibile, così ci pare, così lo sentiamo. Eppure noi da soli, siamo di più, se da noi stessi, in quel silenzio, sappiamo espanderci e sentire tutto ciò che siamo, tutto ciò che è altro da noi, tutto il noi che è in uno, se solo tentassimo di dire a noi stessi cose semplici eppure enormemente importanti, se solo sapessimo star seduti e guardare un muro, un quadro, un oggetto, un cielo al di là della finestra come se fosse quello il centro del mondo, la radice dell’esistenza, il pesantissimo grano di polvere dell’impermanenza. Sentiremmo insostenibile l’ipocrisia e la cecità di fronte al dolore degli altri, sentiremmo gratitudine per l’essere salvi, sentiremmo la responsabilità d’essere per gli altri.

In questo tempo di miserie e miserabili, di frastuono ed egoismo dissennato, una piccola, quasi invisibile particella di morte, ci da la straordinaria possibilità di stare con noi stessi, nel mondo, per essere migliori di quella turba incosciente, irrazionale e spietata che siamo stati finora.

Dobbiamo fermarci, per ripartire nella giusta direzione.

C’è un silenzio che potrà meravigliarci, se solo ce lo permetteremo.

©francescorandazzo2020

Image by Michelangelo Pistoletto, Mirror paintings.

Misura della fine

ambra

 

 

Racchiusi nel mobile antico, dolori di conforto,

raffinate porcellane, pianti dorati di Sèvres,

mascherine imprigionate nel Capodimonte,

argenti e cristalli di rimpianti e promesse,

traspaiono speranze, trasudano santità sprecate,

tutte le bambole dormono sognando risvegli,

cadono gocce di silenzio, un elegante vaso

racchiude tutto il vuoto e la perdita, azzurro

vibra su un diapason flebile, che subito smorza.

Non c’è nessuno, solo la polvere ha memoria

ormai inconsistente, spietatamente uguale

su tutto, su questo niente, su ogni piccola cosa

che ostinatamente permane senza più senso,

né dolci baci, né languide carezze, né sguardi,

né respiri, né pianti, né allegrie, resta soltanto,

questo svanire d’ambra liquida, misura della fine.

©francescorandazzo2020

Certi giorni

turner

 

 

Certi giorni nascono come dune di sabbia,

pesano sul petto come montagne, ma senti

che il respiro gonfio come un vento caldo,

può dissolverle. Certi giorni sono così,

un atto di nascita e il presagio della fine,

un volo inutile di granelli che si disperdono,

uno stare in piedi nell’illusione di un momento.

Certi giorni, sai, soltanto l’aria dice la verità.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

 

Image by William Turner

Sempre i sussurri

whisper

 

 

Come una stampella vuota in un armadio scuro,

un letto sfatto di lenzuola sgualcite dall’assenza,

una scarpa sola, un vestito logoro gettato a terra,

un unico raggio di sole che si è perso tra la polvere,

la pagina di un libro in una lingua incomprensibile,

il bugiardino sgualcito di un medicinale scaduto,

le alterazioni bluastre di uno spartito in fa# minore,

le briciole sparse di un cracker suicidato di notte,

le formiche impazzite che non sanno più tornare,

un cassetto pieno di grida e risa di neonati scomparsi,

il bicchiere d’acqua rosa dimenticato sul comodino,

ascolto la calce silenziosa, la quieta strage del tempo.

Né pur sì aspri, così giammai, per sempre, sempre i sussurri.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

Image by Mami Kawasaki

Al Caffè

grosz cafè

 

 

Quegli orribili pappagalli giganti

ci guardavano dalle pareti del Caffè,

e dal collage di giocattoli incollati

a forma di testa di cavallo colava

un rosso sangue di pessimo gusto.

Ai tavolini d’intorno, figure umane

dalle teste ferine, rincagnate, glauche,

parevano sogghignare come in attesa

di un segnale che li liberasse alla strage.

Stavo all’erta e ti guardavo, ignara,

sciogliere lo zucchero nel tuo cappuccino,

sorridente, con la testa piena di capelli

e desideri e vie di fuga e speranza,

circondata da tutto quell’orrore,

eppure già salva, così distante.

E parlavi, e volevi che io ti parlassi,

per sentirci insieme, così fragili,

così, insieme, più forti, quel tanto

che basta per rincuorarci di noi,

per uscire indenni da quel Caffè

popolato di mostri e riprendere

a camminare per le vecchie strade,

come se fossero appena costruite,

per noi, furtivi amanti di sorprese,

fughe, nostalgie, e irredimibili sogni.

©francescorandazzo2020

C’è un silenzio

Silenzio

 

 

C’è un silenzio, talvolta, così pieno di tutto

da schiantare il pensiero. Un respiro si apre,

chiusi gli occhi, è semplice, un larghissimo

stare come terra sollevata, frutto sospeso,

così, in bilico, sul ciglio del salto, si vive,

per un attimo, nel bianco silenzio assoluto,

mille vite e destini, così in un soffio divino,

smarriti nella memoria e nella dimenticanza,

tutto, infinito, minuscolo, sterminato esserci.

©francescorandazzo2020

Image by øjeRum

Se proprio dovrò

coperta

 

 

Se proprio dovrò morire,

seppellitemi nudo nella terra,

avvolto nella coperta di lana

colorata che mi fece la nonna,

perché sono molto freddoloso

e sarò anche molto spaventato.

Così la morte un po’ mi cullerà.

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

D’ogni cosa

dama di auxerre

 

 

D’ogni cosa amo l’imperfezione,

il difetto, la crepa, la dissonanza,

il dettaglio fuori dall’ordinario,

quel che rompe il canone e lo crea.

 

D’ogni cosa cerco la ferita aperta,

il pulsare nascosto, il taglio buio,

la fessura sottile, la lama di luce,

la tragica aspirazione alla felicità.

 

D’ogni cosa vedo il segno del tempo,

il presagio nel sorriso del neonato,

il futuro nel respiro dei morenti.

 

D’ogni cosa ho nostalgico presente,

come l’acqua ne prendo la forma,

e sono tutto in questa fragile bellezza.

 

 

©francescorandazzo2020

È che l’amore

fiore mano

 

 

È che l’amore non è solo, come si crede, un sentimento,

ma più che altro un esercizio, un compito difficile

che la passione inizialmente ci spaccia come coca,

tutta una tachicardia imperiosa, rullano i lombi,

le menti vanno in dodecafonia e deragliano,

tutto un tremendo saltare in burroni cantando.

Ma questo veramente si può fare anche in palestra,

tutto un pomparsi in esaltazione, tutto un soffrire

per sentirsi il corpo fibrillante, potente e stracco infine.

Ti fai il fisico, vabbe’, ma poi? Ti porti a spasso

tutto inorgoglito, vabbe’, ma poi che fai, che fai?

T’annoi o ti senti come un meccanico impazzito.

No, non è questo l’amore, non basta il colpo

di pistola di partenza, bello, sì, sprintoso, wow!

L’amore è giardinaggio, cura, esercizio di pazienza,

star là, costanti, anche quando tutto pare seccarsi,

e ostinatamente credere e vedere il fiore nascosto.

Tutto nasce, tutto può morire, l’amore è risorgere

continuamente, continuamente, instancabilmente.

©francescorandazzo2020

Quel che si perde

brain-fog-featured

Tutto quel che si perde, fugge da noi?

Peggio è forse dimenticare, chi o cosa,

liberare le stanze affollate della memoria,

per sfuggire al pericolo dell’affanno

o per ineluttabile precipitare della mente.

Quel che perdiamo invece, resta sempre,

inciso in noi, indimenticabile, presente,

e s’accende a sorpresa, appare più reale,

nostalgia e desiderio che ci lievita dentro,

inestinguibile pulsare di piccole gioie perdute.

©francescorandazzo2020