In attesa

graniglia

 

 

Attimi in attesa

di luce. Mattonelle

di cemento dipinto

a grani lucidati,

tra corridoi e stanze

col respiro sospeso

sulle lampade alogene.

La porta chiusa da vetri

animate da ombre colorate.

Tutto è fermo. Perfetto

nell’oscillazione tra il punto

e l’arco. Così, nulla accade.

Un sorriso sorprendente irrompe.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Un’altra spensierata apocalisse

francis bacon 1946

 

 

C’è stato, c’è e ci sarà sempre un tempo

in cui gli orrori sono dimenticati. Così

rinata dall’ignoranza, l’umanità torna

rabbiosa, prepotente, priva di scrupoli:

ogni crimine giustificato da un sorriso

di scherno, davanti ad occhi ottusamente

fissi e le coscienze sono le prime a morire.

Ogni Dio viene spogliato di pietà, brandito

come scudo, levato nei suoi simboli traditi

come un’ascia implacabile. La menzogna

e il disprezzo, l’esaltata foia dell’inganno

diventano le stelle polari dell’ennesima

rovina. Tutti i mediocri vengono scelti

per guidare un’altra spensierata apocalisse.

Sono qui, a guardare tutto questo, ancora

attraverso questo tempo irredimibile, oscuro,

trattengo il respiro, in quell’istante di silenzio,

che precede le urla e lo strazio. Ho gli occhi

bruciati e un brandello di cuore disperato

in mano. Sotto i piedi sento lo sguazzo nero,

tendo la mano come un cieco sull’orlo dell’abisso.

©francescorandazzo2019

Sul lungomare di levante

TURNER WAVES

 

 

Sul lungomare di levante, il vento

s’ostina con millenaria ironia, ecco

che dall’alto cala fendenti sui visi

dei passanti, sulle auto indifferenti,

sui palazzetti antichi eroicamente

erosi da secoli di dura resistenza.

Da giù, il mare s’alza prepotente,

spruzzando ventagli d’acqua verde,

sussurri d’onde diventano tuoni,

mentre gli scogli presuntuosamente,

accolgono e contrastano, applaudendo.

In questo gran teatro di natura, ognuno

s’illude d’essere intemerato cavaliere,

protagonista d’avventure irragionevoli,

ma laggiù, all’orizzonte, lucente e cinico,

un lampo di luce, freddo e lontano,

impaura e rende ogni figura umana,

pallida sagoma di comparsa oltre il sipario.

©francescorandazzo2019

Iride

larmes-tears

 

 

Quella mano che asciugò il pianto,

passando con dita leggere sul viso

come per dipingere su quel soffrire

una nuvola di lieve freschezza, così

s’aprì in quell’attimo frantumato

l’iride del dolore come uno specchio

appena forgiato su un mondo nuovo.

©francescorandazzo2019

Il sonno degli Dei

Mexico's Underwater Sculpture Park Gets Some New Additions

 

 

Dall’asfalto sbreccato esala rovina del presente,

polvere e sassolini cantano dispettosamente,

ma dal cuore profondo della terra vivente,

pulsano ditirambi lontani, sommessamente,

il battito profondo dell’agorà millenaria

scandisce segretamente ogni destino, quassù.

E quando dal mare sale il grecale furioso,

le persone per attimi si perdono e smemorano,

dimenticano l’ora, sentono una lingua perduta,

senza sapere cosa sia, frastornati, esalano

parole che essi stessi non capiscono più.

In quegli istanti sentono la possibile salvezza,

ma temono anche l’ineluttabile Fato, la tragedia.

Poi tutto torna a scorrere come se nulla fosse

e la voce dei templi sepolti sfioca e si spegne.

Ma il sonno degli Dei, non è mai tranquillo.

 

 

©francescorandazzo2019

 

Per tutti gli istanti

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Per ciascun gesto

Per ciascuna parola

Per ciascun errore

Per ciascuna scelta

Per ciascun ostacolo

Per ciascuno scivolo

Per ciascuna rupe

Per ciascuno sguardo

Per ciascuna distrazione

Per ciascuna presunzione

Per ciascun orgoglio

Per ciascuna umiltà

Per ciascun passo indietro

e per ciascun passo avanti

Per tutte le volte in cui manca

il coraggio di mettersi da parte

e abbracciare quell’altro

Per ogni azione sospesa

sul filo del dare e avere

Per tutto, si dovrà rendere conto

non nel Giudizio finale

– Perché tanto presumere? –

ma a sé stessi, per tutti gli istanti,

pesanti come secoli bui,

che ci schiantano il cuore

massacrato dal rimpianto,

dalla fine del tempo sprecato,

infinita la pena da scontare.

 

 

©francescorandazzo2019

image by Julian Freud

 

 

La notte

hopper night window

 

 

La notte tutti i corpi divora nel sonno,

ronzano mosconi d’insonnia grigia,

un assiolo pigola come un bambino,

sulla strada risuonano passi sordi

di qualcuno che non sa dove andare.

 

Mi ricordo una vecchia signora

che cantava melodie inventate

e parole di tempi perduti nella nebbia.

 

C’era un cane cieco che dormiva

in cucina, sotto una sedia rotta.

 

Un frigorifero scadente sciorinava

tutti i rumori della dannazione.

 

Ma c’era la luna che pareva sorridere.

Ma c’era la zagara nell’aria e nel vento.

 

Tutti i sogni spalancavano inferni.

Un gatto nero lanciato dal balcone.

Un pulcino verde mangiato dai bambini.

Una canzoncina americana incomprensibile.

Il sorriso della ragazza con le lentiggini,

velato da una tristezza che la rese polvere.

La paura dell’orco e il letto bagnato.

Il respiro affannoso, il rabarbaro dell’ansia,

un televisore sgranato con un uomo sulla luna.

 

A occhi chiusi, si volava su una bicicletta invisibile.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Si cade

falling

 

 

Si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

nell’illusione, nell’abbaglio,

nell’inganno, nella paura,

nell’odio, nel risentimento,

nell’ansia di calce viva,

nella sopraffazione cieca,

nel fosso scuro della mente,

nella barbarie del corpo,

si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

come sassi, come rifiuti,

come scorie radioattive,

come spazzatura del mondo,

come condannati a vita,

come spore di muffa,

come gocce d’acido,

si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

gridando, piangendo,

cantando, ridendo,

sussurrando, tossendo,

in tutte le lingue morte,

in tutti gli idiomi idioti,

in tutti i grammelot infidi,

si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

e ci si schianta sempre.

Chi si rialza è un mostro

che s’arrampica ferocemente,

per ricadere, ricadere sempre.

Pochi, cadendo, riescono

a volare, pochi, troppo pochi,

dispiegano le ali e s’alzano liberi.

Si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

e ci s’illude d’essere vivi.

 

 

 

©francescorandazzo2019

La porta e la tigre

La tigre e la porta

 

 

In pieno deserto, apparirà una porta,

tutt’intorno null’altro che sabbia,

eppure dovrai trovare il coraggio

d’aprirla, allora sentirai il grido,

il richiamo ad oltrepassare la soglia,

dove la tigre sta aspettando da secoli,

con saggezza e selvaggia pazienza.

Quando sarai oltre quella porta,

quando accarezzerai quella tigre,

sentirai mura di cristallo crescere

da tutta la sabbia infuocata, viva.

 

Ascolterai la voce dell’Ombra

sopita, risveglierai le pietre sparse,

e sarai la porta, sarai la tigre,

tutto d’improvviso sarà chiarissimo,

spalancherai la bocca per dire solo

un’unica parola che nessuno mai

potrà ascoltare, ma in essa troverai

la spiegazione semplice d’ogni cosa,

non appena saprai, tutto ricomincerà.

 

 

©francescorandazzo2019

Tutte le cose

oscar-ghiglia-lo-specchio-1909

 

Le rose iridate di Chateaubriand,

il coltellino d’argento di Mozart,

le nere scarpe consunte di Borges,

il fazzoletto ricamato di Proust,

il dente d’oro scheggiato di Mata Hari,

il rossetto intonso di Madame Curie,

il libro di matematica di Marylin Monroe,

la pietra pomice dell’imperatore Costantino,

la spazzola d’avorio di Cristoforo Colombo,

il cilicio di seta rossa di Lucrezia Borgia,

la saponetta allo zolfo di Albert Einstein,

lo spelacchiato cane di pezza di Goethe,

la pipa calabash di Sarah Bernhardt,

le biglie d’osso colorato di Montezuma,

il ventilatore rotto di Ernest Hemingway,

la dentiera bianchissima di Paolo D’Amato,

la chiave della prima casa di Escher,

l’orologio a pendolo di Luigi Pirandello,

la bambola parlante di Carla Bruni,

il topolino di gomma di Alain Delon,

la limetta per le unghie di Luchino Visconti,

il vaso da notte di ceramica di Rembrandt,

le perle di plastica dura di Elsa Morante,

il parrucchino sintetico di Napoleone III,

la collezione di tappi di Baudelaire,

la sedia rotta di Simone De Beauvoir,

il portasigarette d’oro di John Kennedy,

i fiammiferi svedesi di Sandro Pertini,

la scodella di terracotta di Socrate,

il cane bastardo che seguiva Shakespeare,

la gatta che leccava la mano a Giuseppe Di Martino,

l’arsenico contro i pidocchi di Vittoria Colonna,

l’ampollina di sangue nella tasca di Caravaggio,

i polsini sfilacciati delle camicie di Beethoven,

la crema depilatoria di Amy Winehouse,

i profilattici in budello di Cleopatra,

il barattolo di ceci secchi di Maiakovskji,

la caramella alla carruba di Aristotele Onassis,

i mutandoni enormi di cotone di Magritte,

la caffettiera d’alluminio di Antonio Gramsci,

la carota bianca nella tasca di Stanley Kubrik,

e i denti da latte di Zeus, Budda e Cristo,

e tutta la sabbia tra i capelli dei profeti,

e ogni piccola cosa tra ogni vita perduta,

tutte le cose dimenticate che furono di qualcuno

e sparirono, senza memoria, né importanza,

tutte le minutissime cose che resero vita

e poi non più, non più, eppure per sempre,

anche per noi, per ognuno di noi, sulla Luna,

perdute, invisibili, stanno là e ci ricordano.

 

 

©francescorandazzo2019

Immagine di Oscar Ghiglia