Aβ-42

Sembrava strano dirlo,

fu quasi impossibile pensarlo,

una pioggia d’immagini

sovrapposte,

migliaia di parole

proibite, segrete,

tutto estremamente confuso.

Sembrava strano che tutto

fosse così, indicibile.

Eppure era

tutto il mondo

ed io fuori.

Scivolando,

scivolando,

scivolando,

ma forse in alto,

forse al contrario,

oppure no.

Nemmeno una lontra

in metropolitana

che sapesse dirmi

qualcosa di vero.

Sono le 4:21 a.m.

0,19047619047619

un attimo, anche meno.

Non so che fare.

©francescorandazzo

Saman

Saman,

avrei voluto,

fossi mia figlia,

per vederti fiorire,

lasciarti crescere,

accompagnarti

verso la tua felicità.

Saman,

ti stringo tra le braccia,

in quest’aria tersa,

in questo sole timido,

e spero tu possa correre,

volare verso un amore

puro

libero

dall’umana meschinità.

©francescorandazzo2021

C’è vita su Marte?

Ho vissuto su Marte per molti anni, potete credermi, ci sono stato. Non è affatto invivibile. Certo, non è che ci siano gli ometti verdi o gialli come nei fumetti. Certo, non è adatto alla vita umana. Ma questa presunzione tutta terrestre che la vita sia soltanto come la intendete voi è proprio stupida.

Non è che se una cosa sembra vuota lo è veramente, questo dovreste capirlo anche se non avete studiato fisica e metafisica e filosofia e persino gastronomia. Comunque, per farla breve e renderla chiara per tutti, su Marte la vita c’è, solo che è un’altra vita. Io c’ho vissuto e quindi lo so. Si vive là in un altro modo, del tutto differente. Su Marte si vive tutti come Idee, pure forme di pensiero, arzigogoli onirici, vapori felicissimi di pura astrazione. La densità abitativa è elevatissima, nei punti più affollati s’arriva anche a dieci miliardi di Idee per metro quadrato. Ma questo è un calcolo da terrestri, perché in realtà, non occupando spazio si sta sempre larghi senza impicciarsi l’un l’altro. Il bello è anche che le Idee si… come dire?… si mischiano, si fondono, s’accoppiano, s’ammucchiano e figliano continuamente, una goduria infinita.

La vita delle Idee, però, non è eterna. Arriva un momento in cui, per ragioni che non sto qui a spiegarvi visto che non capite niente di fisica quantistica, figuriamoci di fisica quantistica delle Idee marziane, arriva un momento nel quale, per un atto di cosmica generosità, un’Idea, da Marte, viene risucchiata in un tunnel spazio temporale, tipo un buco nero però blu, e s’impianta sulla Terra in un futuro umano che nasce marziano senza saperlo. Io sono nato così. E anche voi. Nessuno sa perché. Nemmeno io me lo ricordo.

©francescorandazzo

Il lettore di Schrödinger

– Dove lo trovo il libro?

– In libreria e su internet.

– Internet? Tipo?

– Tipo Amazon.

– Ah, no! Amazon no!

– Ok, era un esempio, ci sono tanti altri bookstore.

– Io non compro niente su internet. Ti fregano i dati della carta di credito e ti prosciugano il conto.

– Allora vai in libreria.

– Non c’è.

– Ci sei stato?

– No, ma lo so, figurati se qui a Quattrocase sul Brenta e sul Simeto, c’hanno i libri che cerchi.

– Anche se non ce l’hanno, possono ordinarlo, è distribuito da Messaggerie, in tre giorni arriva.

– Seeeee…

– Sì, prova.

– No, poi il libraio mi sta antipatico.

– Infatti Amazon lo sta uccidendo.

– Ma non è che tu ce l’hai una copia per me?

– No.

– Ma allora ‘sto libro dove si trova?

– È introvabile.

– Ah.

©francescorandazzo

Prima i lombrichi

Quando il lombrico uscì dalla terra, non seppe che fare e non si rese nemmeno conto d’essere spuntato in superficie. Ebbe soltanto una sorta di fremito sgomento, quando non sentì più la terra sopra di lui. Si sentì perduto e si dimenò, inarcandosi in aria, ripetutamente, senza ragione. Intorno a lui c’era il vuoto, il nulla, niente da masticare, niente da defecare. Pensò che qualcuno gli avesse rubato tutto. Si dimenò ancora. In una lingua incomprensibile urlò tutta la sua rabbia e infine, frustrato, si fermò. Rimase immobile, esausto, e dopo un po’ riuscì a pensare che sarebbe stato meglio rificcarsi nel terreno e scavare verso il basso, mangiando e cagando terra. Purtroppo in tutto quel suo agitarsi s’era spostato a piccoli salti su una larga pietra piatta, così quando tentò la ritirata si ritrovò bloccato e sbattè inutilmente il muso. Cosa poteva fare? Sotto di sé c’era un ostacolo duro e impenetrabile, sopra di sé un vuoto sconcertante e inaccessibile. Inoltre, come tutti i lombrichi, era cieco, quindi l’unica cosa che poteva fare era pensare. Ma essendo privo di cervello, gli riusciva molto difficile, non del tutto impossibile, ma decisamente arduo. Secondo la teoria di Lamartine-Chassé il moltiplicarsi delle sinapsi neuroniche cerebrali è inversamente proporzionale alla confusione entropica del pensiero, dunque un livellamento al minimo delle sinapsi produce chiarezza di pensiero, limpidezza cerebrale. Dunque, il lombrico, nella sua vacuità cerebrale, era la perfetta dimostrazione della suddetta teoria. Dal pulpito della sua lastra di pietra edificò l’opera assoluta che avrebbe rivoluzionato il mondo. Smettendo di agitarsi, si rilassò e distendendo ogni sua fibra cominciò ad organizzare un sistema teorico che rendesse merito e ragione a quel suo stato di costrizione, strutturando ed elevando tutta l’insipienza che l’aveva causato in una straordinaria opera di salvezza ed esaltazione. Dall’alto del suo piedistallo di pietra che il caso gli aveva messo sotto il blando corpo, vibrò e compiendo un miracolo finora impensabile, parlò a tutti i lombrichi ancora beatamente sopiti nella terra.

“Da questo pulpito che gli Dei della Madre Terra hanno voluto benignamente che io vi parlassi, amici, fratelli e sorelle, popolo mio di lombrichi, io sarò il vostro capitano, la vostra guida, per voi sacrificherò tutta la mia esistenza, per la vostra felicità, il vostro benessere, la vostra protezione! Mai più saremo invasi e uccisi da animali stranieri, barbari rapaci che attentano alla nostra sicurezza, tentando di distruggerci con subdoli raggiri e violenza senza pudore. Dalla terra che mastichiamo risorgeremo nuovi, dalla terra, la nostra terra, ergeremo il nostro baluardo di difesa. Popolo lombrichiano, ti esorto a masticare e defecare indefessamente, per innalzare il Grande Muro Escrementizio che ci separerà dai selvaggi invasori e proteggerà la nostra stirpe! Mai più soffriremo le prevaricazioni di chi è diverso da noi e pretende di occupare il nostro posto nella nostra patria benedetta. Alto risuonerà nei secoli a venire l’urlo di gioia e il monito nostro: – Prima i Lombrichi! Il resto che si fotta!

Mentre il lombrico proferiva questo breve ma incisivo discorso, cento e mille suoi simili sbucarono dal suolo, mangiando e defecando terra; si esaltarono, inneggiarono al loro nuovo capo dimenandosi con elettrica foga e ben presto, grazie all’alacre e indefesso lavoro dei loro orifizi, ersero una grande muraglia di terra argillosa che risplese al sole con orgoglio. Strisciarono orgogliosamente, esultando per la loro grande opera che circondava la pietra del grande capitano lombrico.

Ammassati nel loro spazio ristretto, cominciarono a scavare, mangiare e defecare all’unisono, esaltati e solerti, produssero un’enorme quantità di escrementi; ma la terra, esausta da tanto vermoso lavorio, si seccò e tutte quelle insulse creature, subirono la più grande carestia che la storia dei lombrichi ricordi. Fu a quel punto che il capitano lombrico, chiese ed ottenne per sé i pieni poteri, instaurando la prima dittatura democratica vermosa. Dal suo podio di pietra accusò la terra di congiurare contro la nobile stirpe dei lombrichi e di voler sabotare la millenaria tradizione di mangiarla e defecarla continuamente, come dalle origini del tempo era sempre avvenuto. Gridò la sua rabbia e dichiarò guerra. Nessuno aveva idea di cosa fosse. Il lombrico comandante disse loro che avrebbero fatto qualcosa che nessun lombrico aveva mai fatto. Si sarebbero emancipati dalla schiavitù della terra, avrebbero smesso di nutrirsene, si sarebbero nutriti da soli. Così ogni lombrico prese a divorare sé stesso cominciando a masticarsi dall’estremità della bocca all’orifizio dell’ano. Morirono tutti, ridotti in palline che si putrefecero al sole e rifertilizzarono la terra. Il Grande Lombrico, esultò, dichiarando vinta la guerra, poiché la terra si era arresa, grazie al sacrificio del suo popolo ed era tornata ubertosa e nutriente. Ma a parte lui, non c’era più nessuno da nutrire. Piovve e il grande cerchio di protezione si dissolse. Quando tornò il sole, una gallina di passaggio vide il lombrico sulla pietra e con uno scatto rapido del collo, lo infilzò col becco e lo ingoiò.

I lombrichi dei campi confinanti, non seppero mai cosa fosse successo, ma scavando, mangiando e defecando, arrivarono fino al terreno concimato dagli scomparsi lombrichi isolazionisti, era ottimo e se ne nutrirono a lungo, ingrassando oltre misura e nutrendo a loro volta le fortunate galline del pollaio vicino.

Nessuno ricorda più questa storia, nessuna memoria resta di tanta insensatezza, ma da allora, istintivamente i lombrichi rifuggono le pietre e chi vi sale sopra. Preferiscono stare in gruppo, scambiandosi nutrimento in ogni terra che attraversano, e la loro placida ma solerte stirpe non avrà mai fine.

©francescorandazzo

da “Le lettere di Woland” su Maredolce webzine

E se

E se fossimo soltanto sogni e ricordi?

Se soltanto la vita fosse un intervallo,

una folle sarabanda sconclusionata ,

dove ognuno danza passi sballati

e tutto ciò che veramente di noi esiste

fosse l’anelito a staccarsi, il sognare,

e nel sogno ricordare l’essenza pura

di chi siamo e nel risveglio ottuso

smemoriamo ogni giorno la verità,

nascosta in questo apparire vano,

e in questo sciocco affanno ci danniamo?

©francescorandazzo2021

Ogni notte

Ogni notte ha un nome segreto,

un ansioso cercare nell’oltre,

che si scioglie disperatamente

tra le lenzuola, in ombre viola

ricamate sulle pareti, lievi tracce

dell’invisibile che agita i corpi.

Ogni notte è casa dei desideri

irrealizzabili, pilastri di sabbia

reggono il tetto d’ogni stella

che morì mille anni or sono

e adesso c’illude di splendore.

Ogni notte chiudiamo gli occhi

e scommettiamo d’essere vivi,

oltre ogni notte, nonostante i giorni.

Beati gli insonni, gli irrequieti,

gli insoddisfatti, gli impazziti,

gli ingenui, gli idioti perdenti,

perché di essi è l’eterno respiro

di ogni notte, oscura, abbagliante.

Ogni notte non vorrei svegliarti

mentre mi perdo e m’allontano

dal mondo, ma ho bisogno, sì,

del tuo respiro per non illudermi

di volare, precipitando oltre,

verso un nulla irresistibile, sì,

io mi afferro al tuo fiato, sì,

io di te faccio la mia notte,

e le do il tuo nome, così il mio

lo regalo stremato al silenzio.

©francescorandazzo2021

Piazza delle erbe

I leoni di pietra colano secoli

d’acque battesimali ed estreme unzioni,

sogghignano sprezzanti d’ogni vita

umana che superarono, scuri e pietrosi.

Intorno ronzano vecchie ciarliere

che di loro altrettanto s’infischiano,

passano veloci, affaccendati in minuzie,

si salutano affabili e con qualche malizia,

mentre invisibili le Parche ridono da sempre.

©francescorandazzo2021

E tu

Ritornerai? Ritorneremo?

E dove poi, a chi, a cosa?

Ci s’affeziona a tutto, sai,

anche agli errori, e tu, tu

sei lo sbaglio perfetto, irreparabile

e nessuno così potrò amare di più.

Questo amore è un cristallo che esplode,

ogni scheggia c’insanguina e accende.

©francescorandazzo2021

Controvento

a Fausto

La vita, prendila controvento,

tieni la rotta, scegli la tua stella

polare e inseguila, ma sii pronto

a virare quando ti sembrerà

di perderla, guarda altrove,

guarda meglio, e naviga ancora.

Sii pronto a fermarti per accogliere,

incontrare, amare, accudire, tutti.

Molti ti tradiranno, ma qualcosa

di buono ti lasceranno senza saperlo.

Molti resteranno con te, sarai più forte,

anche quando sarai solo, ci saranno.

Ricordati però d’ogni tua debolezza,

rendila materia viva, sincera umanità.

Ama, senza riserve, per attimi lunghissimi,

per sussulti e silenzi, nel riso, nel pianto,

ama, che nulla d’ogni amore va perduto.

Sarai il nocchiero, il capitano, che tiene

la sua rotta verso l’orizzonte, e il sole

alla fine accoglierà tutto lo splendore

della tua vita, seguirai la tua stella

perché l’avrai creata con le mani

e col cuore, e avrai vissuto tutto,

tutto te stesso, tutto degli altri,

del mondo, del viaggio straordinario

che molti sognano, ma non hanno

il coraggio e l’incoscienza pura,

la generosità e l’orgoglio umile

d’attraversare per timore di perdersi.

E se sarai fortunato, queste parole

potrai dirle ad altri, come io, adesso,

le dico a te, figlio mio, e così, così

tutto sarà stato perché sia per sempre.

1 Aprile 2021

©francescorandazzo

Scherzo

Vorrei morire con uno pseudonimo,

illudermi d’ingannare la morte mia

affibbiandola ad un altro inesistente.

Tu dici: “Che sciocchezza! Il nome

non importa, nemmeno te lo chiede!”

E tu come lo sai? Ne sei sicura?

Nel dubbio, ‘sto scherzo glielo faccio.

Mal che vada me ne andrò sorridendo

e pensando: “Chissà se se n’accorge!”

Poi per chiudere in bellezza, niente

compianti, fate una bella festa chiassosa,

di quelle dove io non andavo mai.

Voi però ricordatevelo il mio nome vero,

ma a quella là non ditele un bel niente!

©francescorandazzo2021

Questa primavera arriva

Questa primavera arriva

tra pioggia e squarci di sole,

come un pianto e un riso,

senza pace e accordo.

Niente è mai come atteso,

tutto è sorpresa e sconcerto,

è così facile perdersi, così…

Siamo marionette ribelli

che tagliano i fili e cadono,

tentando l’illusione della libertà.

Nessuno può alzarsi da solo,

le braccia cerchino altre braccia,

le gambe trovino appoggio,

gli occhi leghino sguardi,

le bocche uniscano respiri,

i sessi plachino le ansie,

e poi, così, così soltanto

così, ritrovarsi, rialzarsi,

piangere, ridere, camminare,

sarà davvero primavera,

non solo attesa, incontro,

per il lungo istante della vita,

che l’albero antico rinverdito

conosce da secoli, naturalmente.

©francescorandazzo2021

18 Marzo

Il ferro attraversa il buio.

Il ferro lungo spezzato romba.

Il ferro che contiene i corpi.

Il ferro ricolmo di dolore.

Il ferro guidato da giovani tristi.

Il ferro che non permette compianto.

Il ferro che forgia un nuovo patto.

Il ferro che ci ricorda le morti.

Il ferro che non ammette negazione.

Il ferro che morde ogni cuore.

Il ferro che trafigge gli occhi.

Il ferro che urla agli stupidi.

Il ferro che urla alle negligenze.

Il ferro che urla a chi nega.

Il ferro che sussurra agli uomini

alle donne ai bambini, ai vecchi,

ai giovani, ai poveri, ai ricchi,

agli sfiduciati e a chi ancora spera.

Il ferro che crea memoria.

Il ferro che piange e rinforza.

Il ferro delle nostre volontà

del bene, di quest’umanità

che muore e rinasce

anche dal ferro.

©francescorandazzo2021

Un bacio rubato

È tutto un soffio, un fiato breve,

un tremare di gioia o di paura,

un breve battito di ripetuti sbagli,

qualche nota che suona serena

ma s’allontana sempre nel silenzio.

Ci si dimentica di tutto, nel bianco

annega ogni colore. E poi? E dopo?

Le mani dei bambini intrecciano

fili colorati, tessono tappeti accesi

di speranze annodate dal tempo.

Quante parole straordinarie

sappiamo dire per creare.

Quante parole devastanti

sappiamo dire per colpire.

Quanto silenzio ci circonda

sempre. Che infine c’accoglie.

Dove andiamo, perché?

Dammi la mano,

perdonami,

così come

io ho perdonato te.

Siamo stanchi, lo sai,

siamo stanchi, lo so,

siamo stanchi forse per sempre,

quel che resta è un soffio,

respiriamo insieme,

più lieve e dolce

con te sarà svanire.

©francescorandazzo2021

image: Ron Hicks, “A Stolen Kiss”.

2063

Non ci furono rintocchi d’orologio, erano tutti fermi da tempo, né un calendario che segnava il giorno particolare della ricorrenza, ormai si seguiva soltanto la scansione giorno notte in successione indistinta, né le stagioni avevano date precise d’inizio, se ne sentiva l’arrivo dal calore, dal freddo, dagli odori e dai colori del cielo e della natura. Il padre però seppe che quel giorno era il compleanno di suo figlio, non sappiamo come, ma ne fu certo, svegliandosi quel mattino nella luce tersa di un autunno mite, profumato di malinconie sfumate che coloravano di rossiccio e ocra il bosco davanti al palazzo dove vivevano. Uno dei pochi ancora abitabile, piuttosto deteriorato dalla mancanza di manutenzione per più di cinquant’anni e dal passaggio d’inquilini provvisori che avevano vandalizzato come parassiti ogni spazio, ogni cosa, delle abitazioni in cui erano vissuti temporaneamente senza preoccuparsi di chi sarebbe venuto ad abitare là dopo di loro. Tutto sommato però, l’edificio s’era conservato piuttosto bene e con qualche aggiustamento erano riusciti a ripristinare un appartamento più che confortevole, visti i tempi, e s’erano fermati, nella speranza di poter fondare la loro vita di fuggiaschi in un luogo sicuro.

Quella mattina, svegliandosi, aveva sentito che la luce, invadendo la stanza quasi come fosse un onda di calore benevolo, gli dicesse che quel giorno sarebbe stato speciale e lui avrebbe dovuto renderlo unico per suo figlio. Lo guardò, ancora addormentato, con il corpo rilassato in una posizione contorta che solo i ragazzini possono assumere nel sonno, la testa reclinata sul cuscino sdrucito ma accogliente, sul viso quell’espressione pura dei fanciulli che sognano, sulle labbra un sorriso disarmante, di fiducia e speranza, sereno e sicuro nel suo nido di riposo e fantasie sognate.

Lo guardò e nel petto gli crebbe tutta l’enormità d’esistere per lui, con lui, oltre sé stesso. Trattenne un singhiozzo di commozione, sorrise e accarezzò suo figlio, sui capelli e su una guancia. Il figlio aprì gli occhi e lo guardò, senza dire nulla, sospeso tra il sonno e la veglia, stirò braccia e gambe in un modo buffo e infine disse: «Ciao, papà.»

Il padre ascoltò quel saluto, come fosse un lungo discorso, la dichiarazione di una fiducia illimitata, che risuonò dentro di lui con forza contagiosa. «Ciao, figlio.», gli rispose. E il ragazzo sentì quella forza ritornare a lui, dalla voce, dagli occhi e dal sorriso di suo padre, si drizzò a sedere e lo abbracciò.

Camminavano sulla strada dall’asfalto sbreccato, dal quale spuntavano piante selvatiche, persino cespugli; il ragazzo stringeva la mano di suo padre, con fiducia ma anche un poco di timore, perché non s’erano mai allontanati così tanto, mai s’erano avvicinati tanto al bosco. Ma la stretta forte di suo padre lo rassicurava. Era una giornata tersa e calda, quasi primaverile sebbene fosse già autunno inoltrato.

«Papà, dove stiamo andando?»

«Andiamo a festeggiare!»

«Cosa?»

«Il tuo compleanno, figlio mio, il tuo compleanno!»

«Il mio compleanno?»

«Sì, vedrai. Ho una sorpresa per te.»

«Ma una volta mi hai detto che ero nato in primavera…»

«Infatti, è così, vedi? Guarda che sole, che luce, che calore, non ti sembra che sia primavera?»

«Sembra, ma…»

«Ma, ma, ma! Non essere pignolo, figlio. Il tempo è un’illusione, un trucco degli uomini per misurare il tempo e i loro limiti. La natura ci smentisce sempre, infatti oggi, anche se saremmo in autunno, è primavera. E sai perché?»

«No, perché?»

«Perché qualcuno lassù ha deciso che oggi è il tuo compleanno, e bisogna festeggiarti, figlio, sei grande ormai ed è arrivato il momento che io ti regali qualcosa di molto bello, molto importante, qualcosa che ti stupirà e, se vorrai, potrà cambiare la tua vita.»

«Un po’ mi fa paura, papà… Che cos’è?»

«Non posso dirtelo adesso. Dobbiamo andare, vedrai.»

«Papà, stiamo andando verso il bosco, è pericoloso. Me l’hai sempre detto tu che non dovevamo avvicinarci, ma adesso…»

«Adesso è arrivato il momento di entrarci e attraversarlo. Sei grande e insieme possiamo farlo. Ogni giovane deve attraversare il suo bosco, vincere le sue paure e uscirne più forte, pronto ad affrontare la sua vita da adulto.»

Il figlio rise.

«Ma pa’, io non sono mica adulto ancora!»

«Che ridi, scemotto, sei più grande di quanto pensi!»

«Sono solo a tre mani da cinque dita, mi avevi detto che per essere grande ce ne vogliono quattro!»

«Quello è il punto d’arrivo, ma stai già andando verso quello che poi sarai, c’è già un adulto dentro di te, che deve capire come venir fuori ed essere quel che è davvero.»

«Oggi sei strano, papà!»

«E non sei contento?»

«Che sei strano?»

«Eh.»

«Sei forte quando sei strano, mi piace.»

«Se ti piace, forse forse sei un po’ strano anche tu!»

Risero insieme, si fecero un po’ di smorfie scherzose e proseguirono verso il bosco che li aspettava, oscuro e luminoso come una cattedrale gotica.

Camminavano con cautela, tastando spesso il terreno o evitando alberi caduti o frammenti di rovine, perché i sentieri d’una volta erano stati cancellati dalla vegetazione che era avanzata rigogliosa e aveva invaso tutto. Scimmie e pappagalli spiavano quei due esseri mai visti con curiosità e circospezione. Ogni tanto tra le cime di qualche albero intravedevano il collo e la testa di qualche giraffa che mangiava le foglie, senza far caso a loro due. Il laghetto pullulava di vita: piccoli ippopotami nani sguazzavano placidamente, antilopi, bufali e cervi s’abbeveravano, tre elefanti bevevano e si spruzzavano acqua con le proboscidi, alcune iene e qualche ghepardo si aggiravano circospetti, in cielo volteggiavano falchi, aironi e aquile che ogni tanto si tuffavano in picchiata per ghermire un pesce o qualche piccolo roditore che nuotava ignaro del pericolo.

Il ragazzo sgranava gli occhi, affascinato da tutta la vita brulicante di quegli esseri fantastici che non aveva mai visto davvero.

«Papà, è come in quel libro che ho visto quando ero più piccolo, l’Atlante degli Animali, esistono, esistono davvero!»

«Certo che esistono. Anche se non tutti dovrebbero stare qui.»

«Sono bellissimi. Perché non dovrebbero?»

«Vengono da posti molto lontani, erano stati catturati e portati qui. In un posto che si chiamava zoo, o meglio bioparco come lo chiamavano per pulirsi la coscienza.»

«Ma chi?»

«Gli esseri umani, come me e te.»

«Perché li portavano qui?»

«Per poterli vedere. Si pagava un biglietto e si potevano vedere animali di tutti i continenti.»

«Che bello!»

«Per loro mica tanto, li tenevano chiusi dentro gabbie, recinti, fossati invalicabili, erano prigionieri insomma. S’intristivano, a volte così tanto da morirne.»

«Ma adesso sono liberi!»

«Sì. Dobbiamo stare attenti però. Sono animali selvatici, alcuni predatori che cacciano per mangiare.»

«Potrebbero mangiarci?»

«Potrebbero. Speriamo di no. Stammi vicino, camminiamo con cautela e ricordati, in caso di pericolo non correre mai, per loro è il segnale che la caccia è iniziata.»

«Va bene, pa’, ma dove stiamo andando?»

«In un posto bellissimo.»

«Come quello?»

Il ragazzo indicò una palazzina diroccata, semi nascosta dalla vegetazione. Molte mura erano semi cadute, in molte finestre gli alberi avevano insinuato i rami che entravano e seguendo cirvonvoluzioni contorte rispuntavano da brecce della pietra o da altre finestre o addirittura da squarci sul tetto di tegole in rovina. Si avvicinarono e seguendo il perimetro delle mura si ritrovarono da un lato esteso, interamente crollato, aperto e visibile. Tra pietre e calcinacci, travi spezzate e frammenti di vetro, spiccavano figure bianchissime che sembravano apparizioni di un sogno antichissimo.

«Guarda papà, ci sono delle persone immobili, tutte bianche! Quella signora là, tutta sdraiata, sembra che ci stia guardando! Chi è?»

Il padre rise e arruffò con la mano i capelli del figlio.

«Non sono persone, sono statue di marmo, le scolpivano gli artisti per ricordare le persone importanti o per rappresentare leggende antiche. Quella signora, come la chiami tu, è Paolina Borghese, la sorella di Napoleone Bonaparte, un grande imperatore. Lei aveva sposato un principe ed era venuta a vivere qua, era ricca e potente, così uno scultore famoso, Antonio Canova, scolpì quella statua bellissima.»

«Però è tutto in rovina, tanto ricca forse non era.»

«Ricchissima, cioè lo era suo marito, il principe Camillo Borghese, era tutto suo questo bosco.»

«Ma che se ne faceva di un bosco?»

«Secoli fa non era un bosco, era una villa della famiglia Borghese infatti, così si chiamava, poi era diventata un parco aperto a tutti, la galleria delle statue e lo zoo, gli altri edifici, potevano essere visitati da tutti.»

«Che figata pa’! Questa passeggiata è il più bel regalo della mia vita!»

«Eh, vedrai, la cosa più bella deve ancora venire, stiamo andando là, vedrai…»

Il ragazzo agitò la mano in aria per salutare la signora della statua e seguitarono a camminare.

Sembrava che li stesse aspettando. Quando lo videro si fermarono. Li guardava fisso, col capo ben eretto, il corpo fiero, la criniera folta.

«Stai fermo, non ti muovere, non scappare, non correre.», disse sottovoce il padre.

«È pericoloso, vero pa’?»

«Sì, è un leone, è un predatore, ma forse ha già mangiato, forse è vecchio e stanco.»

«Speriamo che abbia mangiato, tanto vecchio non mi pare, pa’.»

Quasi li avesse sentiti dubitare della sua forza, il leone scosse il capo ed emise un ruggito. Il padre strinse forte la mano al ragazzo. Non si mossero. Ci fu un silenzio che sembrò loro lunghissimo. Anche gli uccelli e le scimmie sugli alberi si erano zittiti. Poi il leone si voltò e prese camminare. Padre e figlio rimasero fermi. Il leone si fermò e voltò la testa verso di loro, la scrollò muovendo la criniera e riprese ad andare.

«Sembra voglia che lo seguiamo…», disse il ragazzo, che nonostante la paura era affascinato da quell’animale maestoso.

«Chissà, forse…», rispose il padre «Sta andando nella direzione in cui dovremmo andare noi. Come se c’avesse aspettato.»

«Che facciamo papà, andiamo anche noi?»

E gli andarono dietro.

Dopo un po’ che camminavano, videro l’edificio. Il leone si volse ancora una volta a guardarli, poi si mise a correre e in poche zampate raggiunse la costruzione e attraversando lo spazio aperto di un muro crollato, entrò e scomparve alla loro vista.

«Sembra una torta tutta rotta. Che cos’è, papà?»

«Era un teatro.»

«Un teatro… che vuol dire teatro, pa’?»

«Entriamo, ti faccio vedere.»

«No, no, ho paura, c’è il leone là dentro!»

«Non avere paura, se avesse voluto mangiarci, l’avrebbe già fatto. Entriamo, su.»

«Sei sicuro, pa’?»

«Sì, sono sicuro. Andiamo.», mentì il padre, ed entrarono.

«Puoi toglierti la mascherina, figlio. Guarda!»

Se le tolsero e respirarono a pieni polmoni, con un sollievo liberatorio.

Le panche di legno erano ormai semidistrutte dalle intemperie o avvolte da cespugli ed ebacce, le gallerie sembravano balconi carichi di rampicanti, qualcuno secco, molti rigogliosi, alcuni persino fioriti di bouganville, magenta, rosa, arancione, rosso. Il palcoscenico sembrava un trionfo barocco, la scenografia di un dramma pastorale, con le colonne ricoperte di foglie e rami intrecciati, il pavimento era ricoperto di muschio e il balcone interno ancora coperto da un drappo dorato brillava spiccando agli occhi del padre e del figlio che osservavano quella meraviglia, quasi come un sogno, antico e perduto per l’uomo, nuovissimo ed entusiasmante per il ragazzo.

«Caspita, pa’, è pazzesco ‘sto posto!»

«Ti piace?»

«È bellissimo, sembra di stare dentro una storia, come una di quelle che mi racconti tu.»

«Per questo ho voluto portarti qui, questo è il posto dove nascevano e si rappresentavano tutte le storie del mondo.»

«Tutte?»

«Tutte. Beh, non tutte insieme, una alla volta… moltissime.»

«Come quelle che mi hai raccontato tu? La storia del principe indeciso Amleto, quella di Antigone testarda, le avventure del Dottor Faust che non voleva invecchiare e la mia preferita, quella di Peter Pan!»

«Tutte le storie che ti ho raccontato e molte altre, tantissime.»

«Accipicchia! E come facevano?»

«Qualcuno scriveva le storie, gli attori le imparavano a memoria, si vestivano come i personaggi e recitavano davanti al pubblico che veniva qua e si sedeva su queste panche o su quelle nelle gallerie. Si stava tutti in silenzio, mentre la rappresentazione prendeva vita sul palco come una magia che accomunava tutti, si piangeva e si rideva insieme, ci si meravigliava insieme, ci si indignava insieme, e il tempo si sospendeva, diventava un altro, ci credevi, volevi crederci ed era un’esperienza straordinaria.»

«Pa’ ma tu l’hai visto o stai immaginando tutto come al solito, con tutte quelle cose che t’inventi per me? Sono grande ora, sai? Lo hai detto anche tu.»

«No, non l’ho visto veramente. Sono venuto qua con mio padre quando avevo la tua età e lui mi ha mostrato questo posto, mi ha raccontato le stesse cose che sto dicendo a te.»

«E se anche il nonno si fosse inventato tutto?»

«Non credo, lui l’aveva visto davvero il teatro, quando era aperto, quando era pieno di vita, di persone, di emozioni pulsanti!»

«Era vecchio il nonno…»

«Adesso sarebbe vecchissimo, ma allora non lo era e prima che nascessi io era stato giovane, sai? Era un attore! Aveva recitato la parte di tanti personaggi e conosceva una quantità enorme di storie, tutte quelle che ti ho raccontato me le ha insegnate lui, ma ne sapeva molte di più, era straordinario starlo ad ascoltare.»

«Anche tu non sei male, papà. Mi piacciono le tue storie e come me le racconti. Sei buffo quando mi vuoi fare ridere, quando fai il cattivo mi fai davvero paura e quando sei qualcuno che soffre mi fai piangere. Secondo me sei bravo come il nonno.»

«Ma non ho mai vissuto tutto questo con gli altri, con il pubblico, tante persone che respirano, ridono o piangono insieme a te.»

«E io? Sono io il tuo pubblico.»

«È vero, hai ragione, ma non è la stessa cosa.»

«Tutte le panche qui e nelle gallerie, piene di persone?»

«Eh, sì. Tutto pieno di gente.»

«Ma non avevano paura?»

«No figlio, non avevano paura. Poi c’è stata la pandemia, il virus, i contagi… solo allora hanno comiciato ad avere paura. Ma qui, stranamente, le persone si sentivano al sicuro.»

«Dev’essere stato bellissimo.»

«Lo era. Ma poi chiusero tutti i teatri. Le persone rimasero senza sogni, senza fantasia, sole con le loro paure, diffidenti, isolate.»

«Come adesso?»

«Come adesso.»

«Grazie papà.»

«Di cosa?»

«D’avermi portato qui, mi sento dentro una magia.»

«Lo avevo promesso a tuo nonno e tu dovrai promettermi che farai lo stesso con tuo figlio quando sarai grande e una donna ti sceglierà per essere padre.»

«Te lo prometto, papà!», esclamò il figlio, abbracciando il padre con trasporto. Rimasero fermi, stretti l’uno all’altro, in silenzio. Quando si sciolsero dall’abbraccio, il ragazzo, con gli occhi lucidi ma un gran sorriso sul volto, disse:

«Non potrò farlo se non vedo come si fa, papà! Sali là sopra e recita per me. Io mi siedo qui e sarò il tuo pubblico, uno solo, ma tu immaginati di vedermi seduto su tutte le panche, qui sotto, là sopra, tutto intorno! Dai, papà!»

Il padre rise, gli prese la testa tra le mani e lo baciò.

«Va bene, figlio, cosa vuoi che reciti, quale storia, quale personaggio preferisci?»

Disse, mentre saliva sul palcoscenico e si piazzava nel mezzo della scena, sentendosi invadere da un entusiamo e una forza che lo sopraffacevano.

«Non lo so, pa’! È troppo difficile scegliere, quello che vuoi tu, ricorda, inventa, come hai sempre fatto a casa, ma qui di più, di più!»

«Qui è tutto di più.», pensò il padre ed emise un gran sospiro di gratitudine, per suo figlio, per suo padre, per tutto quello che s’era perduto ma ancora viveva in lui e avrebbe continuato a vivere nel suo ragazzo.

Dal balcone interno al palcoscenico, richiamato dalle voci dei due umani, s’affacciò il leone, ma non era solo, dopo di lui spuntarono una leonessa e tre cuccioli curiosi. Restarono là, silenziosi, come se attendessero anche loro qualche straordinario avvenimento.

E l’uomo cominciò a recitare.

©francescorandazzo2021

Il vero amore è una quiete accesa

Francesco Randazzo

IL VERO AMORE È UNA QUIETE ACCESA 

Romanzo

Graphofeel Editore

Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?”


Iride e le sue sorelle, divinità dell’Olimpo ellenico, sorvolano il cielo della Città eterna e sono testimoni e narratrici delle vicende di questo singolare romanzo. Un bambino del sud di nome Tommi riaffiora nella vita e nella mente di Tommaso, quarantenne medico e bioingegnere di successo. Una bambina di nome Leyla, figlia di due grandi medici, lotta contro la cecità; viene salvata, ma fugge dalla sua storia difficile, viaggia e dimentica sé stessa. Diventerà la giovane sconosciuta che Tommaso incontrerà casualmente per strada; la porterà con sé, la laverà, l’amerà, le darà un nuovo nome, Moira. Il suo destino. Sarà un rapporto potente, lacerante, perverso anche, ma ineluttabile per entrambi. 

In uscita il 28 Gennaio 2021, su tutti i bookstore on line e nelle librerie, libro e ebook.

Alcuni link all’acquisto:

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Mondadori Store

Libreria Universitaria

Goodbook

La Feltrinelli

Libraccio

Esercizio

Ripetersi come un mantra: “Non sono un poeta”, così come i matti ripetono continuamente: “non sono matto. Vedere sfilare davanti agli occhi la galleria dei volti di tutti i poeti che persero la ragione per eccesso di vita, di visioni e pensieri acuminati e taglienti come bisturi in mano a un bambino.

Ripetersi come un mantra: “Voglio vivere”, per vincere l’attrazione mortale alla dissolvenza, allo sparire come atto estremo di presenza, antidoto alla insostenibile mediocrità che cavalca il mondo, per esorcizzare quella tentazione amica di molti poeti amati, che si lanciarono dall’altra parte, con gesti soavi o cruenti.

Restare in silenzio, infine. Immergersi nella straordinaria sensazione dell’essere e del non essere insieme, qui, adesso, altrove, sempre. Senz’accorgersene, lacrimare, sorridere.

Sentire il respiro come un abbraccio interminabile, tremare, accogliersi, essere pianta, essere nuvola. Essere poesia.

©francescorandazzo2021

S’incatenano i giorni e le nostre speranze

S’incatenano i giorni e le nostre speranze,

s’aggrovigliano i sogni come sabbie e sterpaglie.

A volte soffia un vento che non sai dove nasce,

un vento che smuove le ossa e dà freddo e sudore.

Nei condomini le finestre rimandano voci e grida

che non sai mai se reali oppure è solo una partita.

Nelle notti bizzarre e lunghissime i pensieri soltanto

inventano nuove illusioni, impeti nati dal silenzio

ed infine il sonno quasi infastidisce perché ruba

quell’alito nuovo dell’anima magicamente rinnovata.

Ma il corpo è stanco e l’anima bambina deve riposare.

Domani il corpo rinfrancato sorreggerà l’anima stanca,

sconvolta dagli eventi incontrollabili che solo la notte

illude di sconfiggere. Dulcinea sogna di notte mentre

Chisciotte galoppa e stancamente combatte sulla strada,

alle fermate dei tram trancia binari e cavi elettrici,

ogni giorno, e Sancho se ne frega, apre il suo negozietto

ogni mattina e d’estate va ad Ostia a fare il bagno.

Canzoni tante alla tivù, chanson de geste nessuna

in questo mondo che deriva indietro, come fosse inclinato

privo di leggi naturali, privo di cielo e un firmamento nero

senza stelle, avvolge tutto con paura e indifferenza.

Un uomo, ogni tanto, sul fare del giorno, sale in terrazza

a salutare gli astri dimenticati, le fiammelle si stingono

e all’aurora quell’uomo ha nostalgia della sua vita.

Quando il sole spietatamente appare, allora con rabbia

invoca il fulmine, lo chiama con grida che lacerano

le risacche lontane e gli echi perdutamente ansiosi,

lo esige disperatamente. Solo giunge un gabbiano

con la carogna d’un topo stretta dal suo becco, volteggia

poi scompare fra le antenne. Bellezza e orrore ancora

affermano il dominio sconcertante. C’è odore di caffè che sale

dal basso della vita. L’uomo rimane là. Ma dopo, scende.

Eppure è bello vivere, si dice, lo si sente, è bello

ed è struggente, non basta mai la vita anche così

spietata, meravigliosa cuccia di stupore continuo,

ostinata faccenda da portare a compimento sempre

con lacrime e sorrisi regalati, inflitti, desiderati, come

un romanzo che si scrive su di noi, come un quadro

dentro la rete d’un pittore sconosciuto, ci appare

insensato il romanzo, informe il quadro eppure

noi ci siamo come modelli eterni e inconsapevoli.

Con un presagio forse, un estremo barlume quando

un bambino prova ad alzarsi e noi con una mano

con forza e con timore l’aiutiamo a reggersi

e ridiamo mentre con passi incerti il piccolo

comincia a camminare verso non sa che cosa.

Forse per questo i vecchi rimbambiscono,

o s’abbandonano al nulla ed al silenzio,

per mantenersi sani, ritrovare innocenza,

dimenticare i giorni ed inventarsi uno spiraglio

grande, un’iride del cuore che s’irraggia

e con un soffio poi volano al fulmine lontano,

mentre sulla terra continua a cadere la polvere,

mentre nel cielo continuano a splendere stelle dimenticate.

Non siamo sogni, ma vorremmo esserlo

e sgomenti, con geometrica crudeltà, li distruggiamo.

Eppure sono qui con noi, siamo noi i sogni di noi stessi,

non desiderare dovremmo, non esaudire ma esistere soltanto

seguendo il respiro dell’angelo che ci sogna, lui sì ci sogna,

essere soffio leggero, latte di noi stessi, caldi diamanti,

semplici e sublimi come nasciamo, come muoriamo,

nella gloria senza gloria del fulmine purificatore,

che è, da sempre e per sempre, nascosto ai nostri occhi.

©francescorandazzo

da “Come un pesce azzurro”, Ed. Il Filo, 2003.

Ricordi?

Ricordi? – Quando non sapevi perché

e t’assaliva la paura d’esistere così,

tu piccola cosa timida stentavi sempre

persino a dire “io” o “sì”, tremante,

con un groppo in gola, desideravi

dirlo, dire: “io”, “sì” ci sono, voglio,

e qualcosa t’agguantava il petto,

stringeva e ti toglieva il fiato.

Ricordi? – Il silenzio della notte,

lontano il brusio del televisore,

la luce lamellare tra le imposte,

le ombre delle cose, il respiro

affannato in cerca di conforto,

lo scricchiolio dell’armadio,

la sagoma di gnomo dei vestiti

posati sulla sedia, in agguato.

Ricordi? – Il sonno affollato

di grigioscuri pupazzi animati,

di soldati che sparavano,

di astronauti lenti sulla luna,

di cantanti brutti come insetti,

di te che c’eri sempre, invisibile.

Ricordi quando hai cominciato

a vederti e sapere che c’eri

ed era giusto così, eri tu, eri

qualcosa che voleva esistere,

qualcuno che dovevi amare,

una piccola cosa vivente,

un universo di pensieri,

una galassia d’emozioni,

una luce assetata d’altra luce?

©francescorandazzo2020

image by Peter Seminck

E adesso lo spirito del Natale

E adesso lo spirito del Natale

s’impossesserà di noi i feroci,

ci muterà i cuori pietrosi e aridi

in panettoni caldi pulsanti d’uvetta,.

Regaleremo sorrisi e paccottiglie

comprate a caro prezzo ma in saldi,

divoreremo in una settimana tutto il cibo

che si sognano in mille anni gli affamati,

saremo gravidi di buone intenzioni e rutti.

Sarà bellissimo innalzare alberi sintetici

carichi di tutta la presunzione brillante

di mille palle dorate, di festoni pelosi,

di nani al cacao e angioletti zuccherosi.

Col cuore umile appronteremo presepi

di ceramica made in Taiwan capodimonte style,

zeppi di muschio plastico, pecore, buoi, ciuchi,

buzzurri stupefatti col naso al cielo, stalle b&b,

giuseppi, marie e culle vuote tra la paglia.

Milioni di babbo natale impiccati

penzoleranno dalle nostre finestre.

La tredicesima sarà un sollazzo fritto,

la povertà un mezzo per fingersi buoni,

i parenti la garanzia che è tutto cosa nostra,

covando nella pancia peti di fiele antico,

tra abbracci e baci annaffiati dal vino,

mentre ci dimentichiamo di gesùbambino.

Ci sarà un freddo cane e tra le mani giunte

le ostie geleranno, poi le ginocchia flesse,

ite missa est, andate al cotechino, amèn

andiamo al capodanno, arrivano quei tre

che seguono la stella cazzuta, sfottiamo la befana,

e piano piano torniamo quei bastardi che già siamo.

©francescorandazzo2016

Canto di Natale

Francesco Randazzo

Canto di Natale

Faceva un tempo da schifo, un freddo che spaccava le ossa, vento tagliente, pioggia a gocce chiodate e un cielo scuro come l’ansia. I mobili Ikea comprati vent’anni prima si sgretolavano sotto la morsa del gelo che entrava dagli spifferi grandi come canali degli infissi scalcagnati delle finestre, due delle quali al posto del vetro c’avevano due tavole di compensato attaccate col silicone, ormai semi scollato. Il televisore trasmetteva ininterrottamente un effetto neve frusciante, il decoder non ce l’aveva, un apparecchio nuovo manco a parlarne, tanto valeva spegnerlo. Ma sua suocera si ostinava ad accenderlo e a passarci le giornate davanti, con lo sguardo fisso e un sorriso ebete, da rincoglionita qual’era. Per rispetto a sua moglie la lasciava fare. Tanto tra un po’ avrebbero tagliato la corrente elettrica e sua suocera avrebbe fissato lo schermo spento. I bambini, per così dire visto che erano adolescenti animaleschi, s’accapigliavano, come sempre, dandosele selvaggiamente, ma non litigavano, erano esuberanti, così diceva sua moglie, sfogavano e basta, era il loro modo di giocare. Almeno così s’accaldano e non sentono troppo ‘sto freddo pazzesco, pensò. Sua moglie rimestava il pentolone grande, nel quale bollivano da ore due carcasse di pollo. Comprate al supermercato. Il marketing s’era adattato alla crisi. Incellofanate, su vassoietti di polistirolo bianco fulgido, sotto la luce del bancone macelleria, erano apparse queste meraviglie, a sessanta centesimi al chilo, ti portavi a casa un pollo, senza petto e senza cosce. Ma almeno ti sembrava di potertelo permettere, un pollo. Visto che erano in cinque a mangiare, per le feste sua moglie ne aveva comprati due. Avevano il pregio che a forza di rosicchiarli e succhiare le ossa, ti stancavi e ti passava la fame. In più c’era il brodo, che era sempre meglio di quello dei dadi, che tra l’altro erano più costosi. L’odore era buono, faceva venire l’acquolina in bocca, ma questo era uno svantaggio, perché quando tutto arrivava in tavola, il niente che era straziava l’anima e il corpo. Ciò nonostante sua moglie canticchiava. Che cazzo c’hai da cantare, pensava Natale, siamo nella merda, mangeremo quattro ossa e una tazza di brodo; tua madre è rimbecillita davanti al televisore scassato e ogni tanto chiama tuo padre, che è morto da vent’anni, e lo rimprovera per qualche minchiata che avrà fatto quarantanni prima e che è una delle poche cose che ormai si ricorda; i tuoi figli, i nostri figli, sono due idioti violenti che a scuola vanno malissimo fin dall’asilo nido e il buongiorno si vede dal mattino; tu sei patetica con quella camicia rosa coi volant, attillata sopra la ciccia da quarantenne esausta, quella pantacollant ti fa un culo a mappamondo che a te ti fa sentire la cugina di Jennifer Lopez ma tanto io lo so che quando te la togli la forza di gravità te lo schianta, e io sono un fallito disoccupato, a cinquantanni passati come una schiacciasassi che m’ha ridotto a un vecchio inacidito dentro e fuori, c’è la crisi, che ci vuoi fare, passerà, sta già passando: si come no, sopra di me sta passando, come un tritacarne e che cazzo c’avrai da cantare, eh? Boh.

Gli girano i coglioni a Natale e per non litigare con sua moglie, per non ammazzare sua suocera e buttarla nella pentola a tocchi insieme alle carcasse di pollo, per non legare col filo spinato quei figli che a tredici e quattordici anni hanno testosterone e idiozia pompati dappertutto, acchiappa la giacca a vento ed esce. Torno più tardi. Copriti bene che fa freddo, gli fa la moglie. Sì.

Il freddo, così di colpo, come una tavolata sulla faccia, appena fuori, lo fa barcollare. Ma è troppo incazzato e cammina a passi lunghi e saltellanti, una specie di corsa da struzzo nella galleria del vento, un due tre, un due tre, un due tre… Sbuffa anche, sbuffa e smadonna, sbuffa e smadonna. Birubìp. Birubìp. E si ferma. Un cazzone col suv. Ha messo l’antifurto, col telecomando, ma avrà schiacciato due volte oppure con ‘sto freddo l’impianto elettrico dell’auto è andato in pappa, fatto sta che il tipo si sta allontanando, ma l’auto l’ha chiusa e riaperta, senza accorgersene. Natale lo vede sparire dentro a un portone, carico di pacchi infiocchettati e buste griffate. Stronzo, pensa. Gli fa rabbia, gli fa invidia. Però se lo ricorda che anche lui fino a qualche anno prima, tornava a casa con i pacchetti regalo, senza Suv e i regalini erano modesti, ma tutto aveva una sua dignità, Natale aveva dignità, la sua vita, piccola ma dignitosa.

S’avvicina all’auto. Sbircia intorno. Non c’è nessuno. Apre la portiera ed entra. Si siede al posto di guida e poggia le mani sul volante. Quant’è alta ‘sta macchina, paiono camioncini ‘sti Suv. Esagerati. Però è figo starci sopra. Ti senti forte. Potente. ‘Na stronzata, ma fa bene. A uno come a me fa bene davvero, pensa. Un po’. Un po’ poco, ma adesso mi pare tanto. Che fregatura, pure ‘sto Suv. Nel calore dell’abitacolo, sospira, guarda avanti a sé il parabrezza appannato. Si addormenta. Senza sogni, come se scivolasse dentro un tubo nero e caldo. Di botto una musichetta esasperata invade il vano dell’auto, Natale sobbalza, si sveglia, si rende conto che il tipo ha dimenticato il cellulare, apre la portiera e schizza fuori. Corre via. Ma fa in tempo a incrociare l’uomo che sta andando a recuperare il telefonino. Giusto in tempo, pensa, mi mettevo nei guai ancora di più, e tanto non la rubavo, non so nemmeno come si fa a farla partire senza chiavi, e poi adesso con ‘sti gps, pure se fai cento chilometri ti rintracciano. Soprattutto non sono un ladro, ancora no. Sono onesto. Un coglione fottuto, ma onesto, io. Fino alla fine. Non serve a niente, se sto come sto, ma sono così, colpa di mia madre, di mio padre, di tutti quei buoni principi che mi stanno dentro e addosso e non si scollano nemmeno se sono disperato, come adesso.

Le campane elettriche di una chiesa vicina suonano perdendo colpi.

Natale ricomincia a correre stile struzzo, aggiungendo dei movimenti di braccia e colpi di mani sulle cosce per non farle gelare. E corre e salta. Non se ne accorge subito del cane che lo insegue. Una specie di cane bastardo con un ricordo antico di cane lupo nella testa e nella coda, con un corpo a botte, di colore smerdato, che testimonia generazioni di meticciato trombante. Poi il cane lo supera, in un guizzo di esaltazione canina, corre un poco avanti, si ferma, salta, gli va incontro, salta ancora, riparte avanti. Per un attimo Natale si spaventa, pensa che il cane voglia aggredirlo, ma subito dopo capisce che quel cazzone vuole giocare. Perciò continua a correre, a saltare, a battere le mani, agitare le braccia, col cane che lo imita, corre, salta e invece di muovere le braccia, scuote la testa e agita le orecchie. Ogni tanto incrociano un Babbo Natale di plastica gonfiabile e Natale, senza smettere di correre gli molla un calcio o uno schiaffone in faccia.

Si fermano davanti a un cassonetto che sembra non puzzare, tanto è il freddo. Natale si piega e respira affannato. Gli duole il fianco. Suda persino. Il cane si ferma, gironzola, sbuffa, sniffa il cassonetto, alza la zampa e gli schizza su una pisciatina. Natale continua il gioco d’imitazione tra lui e il bastardone, piscia anche lui sul cassonetto. Ahhh. Ci voleva. Sente di nuovo il freddo. Una specie di manina gelida sul collo. E si volta di scatto. Nessuno. La strada è deserta. La luce giallastra dei lampioni è ovattata da un’infinità di macchioline bianche. Nevica. A Natale nevica. Quando cazzo mai ha nevicato qui? Ma nevica. Fa un freddo bestiale e nevica. Bello. Guarda il cane che s’è seduto e con la zampa si da colpetti sulle orecchie, a scacciare i fiocchi che lo colpiscono lievi e freddi. È neve, dice Natale al cane. È solo neve. Non avere paura. È bella da vedere, no? Ti piace?

E il cane gli risponde. Alza il muso e mugola, mugola forte, mugola tanto fino a ululare. Ulula a lungo. E anche Natale ulula. Ulula, ulula. Uuuuuuhhhhhh. Uuuuuuuuuuuhhhhh. Da soli, nella notte, come un canto lungo e modulato, soli e insieme, ululano, cantano come bestie, cantano nella neve, bianca come lo sconcerto che li attraversa, cantano, mentre Gesù sta nascendo.

©francescorandazzo2009

image by Bill Jacklin’s – Man with dog, NYC

Tutte le lettere

Tutte le lettere furono bruciate,

ogni parola aveva viaggiato,

era stata letta molte volte,

aveva composto alberi

di frasi desideranti, aperte.

Adesso è un altro tempo,

adesso tutto brucia e dissolve

come un rito antico, rinnovato,

questo rogo cancella le tracce,

consegna al vento tutti i suoni,

tutti i battiti, tutti i passi perduti.

Osservo la fiamma avida,

le ceneri fluttuano, svaniscono.

Il crepitio m’assale furioso.

Ma l’ansia si spegne nel silenzio

e ogni attimo riprende a scorrere

in perenne fuga dalla linea del tempo.

Sul bus notturno resto in piedi,

ad ogni fermata le porte stridono

come gabbiani feriti, e una vecchia

mi sorride con cattiveria giallastra.

Volto la testa per non vederla.

Rompo il vetro d’emergenza

per lasciare entrare un rimpianto

smarrito che non sapeva trovarmi.

Quando scendo, nel piazzale vuoto

attraverso le ombre cantando

ma a bassa voce, senza parole,

cammino soltanto per sentire

che sto ancora attraversando

una terra straniera, una patria

perduta, un cielo precipitato,

e non ho paura, no, non ho paura,

non più, adesso e sempre, mi perdo.

©francescorandazzo2020

Il lento sfogliarsi

Il lento sfogliarsi della pelle

nella memoria dei sensi,

le rughe profumate di talco,

le lentiggini del primo amore,

il bruciore della prima paura,

l’assurdità del primo sesso,

il toboga di una schiena,

la sorpresa dei piedi graziosi,

lo stupore delle guance accese,

e questo toccare ed esser toccati,

fa cattedrale di gotica ascesa

dal nostro essere stati ed essere

all’indicibile mistero dell’addio.

©francescorandazzo2020

Quella signora elegante

Com’è facile dimenticare tutte le vite

che non sono la nostra e questa stessa

esser dimenticata da tutti gli altri. Così

tutto si cancella e sempre un giovane

sorriso nasce da occhi che deridono

quella signora elegante che recitò

tutte le parti in commedia e tragedia

d’ognuno, con ostinato successo,

poi quegli stessi occhi e quel sorriso

lei fa svanire. La signora si muove

lentamente, sussurra versi iridati

e sempre tutto, tutti, cancella, lei,

la svanita che dissolve ognuno,

con la mano graziosa allontana

dal mondo le tracce polverose

e resta, in attesa, fingendosi assente.

©francescorandazzo2020

Biddizza di tanti culuri

Biddizza di tanti culuri

di Gerald Manley Hopkins

Traduzione in siciliano di Francesco Randazzo ©


Gloria a Diu pir li cosi ammiscàti,
pir li celi pizzàti comu li vacchi macchiati;
pir li puntiddi rosa spruzzati su li pisci di ciumi;
pir li castagni abbuccati di la rama addumati di russu
e l’ali cangianti di la caccarazza;
li campagni aqquadrittati e spartùti,
frummentu, avina e terra arrascàta
e tutti li travàgghi, ccu machinari, ferru e cunsistenza.
Tutti li cosi opposti, dispari, leggî, maravigghiusi;
tuttu chiddu ca cància, chinu di macchi (cu sapi comu?)
di lu lestu a lu lentu; lu duci e l’àvuru,
chiddu ch’allùcia o scura.
Iddu ci duna biddizza e iddu nun cància;
grazìi dicitici, Lodi all’eternu.

***

Testo originale:

Pied Beauty
Glory be to God for dappled things –
for skies as couple-coloured as a brindled cow;
for rose-moles all in stipple upon trout that swim;
fresh-firecoal chestnut-falls; finches’ wings;
landscapes plated and pieced – fold, fallow and plough;
and all trades, their gear and tackle and trim.
All things counter, original, spare, strange;
whatever is fickle, freckled (who knows how?)
with swift, slow; sweet, sour; adazzle, dim;
He fathers-forth whose beauty is past change:
praise Him.

C’è un cane

C’è un cane che abbaia con la voce

di un vecchio che chiami sua madre,

è solo un cane, senza padroni, smarrito,

d’improvviso nella notte tiepida

viene la pioggia, scroscia leggera,

persistente come un messaggio

sussurrato, allora il cane si tace,

e danza folle sull’asfalto lucido,

come un bambino sfuggito a sua madre.

Il tempo è un rompicapo irredimibile,

ogni notte si frantuma nello sguardo

di una mosca che trova rifugio

sotto un’auto arrugginita sempre ferma,

tutto moltiplicato, incomprensibile,

dentro ogni silenzio, ogni rumore

s’apre e si chiude ogni tenue paura,

questo sentire e vedere, senza, di più.

©francescorandazzo2020

Quando tutto è finito

Le porte, dischiuse a sussurrare inviti.

Le lenzuola sgualcite come drappi di marmo.

Un libro caduto a terra, aperto e dimenticato.

L’abat-jour sempre accesa, come una preghiera.

Il suono di passi ripetuti, quasi danzanti.

Una cornice vuota più crudele d’uno specchio.

Il rubinetto che ferisce di ruggine la ceramica.

Un calzino piccolo, troppo piccolo e triste.

Il soffio del vento che bussa sui vetri rotti.

Una lavatrice dall’occhio cieco, spietato.

I piatti sporchi, disegnati dalla corruzione.

L’armadio amputato, statua del vuoto.

Quell’abito verde scuro nella vasca da bagno.

E un profumo quasi impalpabile, ancora vivo

di sensi e speranze, nella dura incostanza

del tempo, quando tutto è finito, ma persiste.

©francescorandazzo2020

Con le mani affondate nel fango

Con le mani affondate nel fango,

la terra pulsante, oscura madre,

trasudano domande semplici,

tutte le risposte non hanno parole,

cresce un battito sconcertante,

c’è un odore di fresco che invade,

eppure tutto si scalda nel mistero,

ed è un attimo lunghissimo, uno

solo, con quel pianto di gioia

irrefrenabile che dolce si smorza,

tutto è nel presente, tutto per sempre.

©francescorandazzo2020

image by Richard Long

Chi resta

Chi resta, su strade di fumo,

tra pietre accatastate con cura,

alle finestre infrante e soleggiate.

Chi resta e fluttua, mosca bianca

sbattuta dal vento assurdo di Patmos

che soffia sulle tangenziali crivellate.

Chi resta e canta, come se volesse

andarsene ma resta ancora adesso

e nell’ora dell’assenza, carbonio,

sale, orchidea, cemento e pomice.

Chi resta e nessuno se n’accorge,

finché manca, rimpianto rasposo,

dentro qualcun altro che resta

e tutto si trascina senza coscienza,

come un sasso che rotola pigro

dalla roccia al mare, senza scampo.

©francescorandazzo2020

image by Simon Berger

Quel che più puro

Quando pregavi l’Angelo da bambino

e ti sembrava più vero anche di Dio,

sentivi la sua mano stringere la tua,

il colpo d’ala era un caldo abbraccio,

credevi che mai t’avrebbe abbandonato.

§

Davvero non ti ha abbandonato, lui,

ma così, come per distrazione, tu,

hai dimenticato quella invisibile

verità, hai staccato la mano e l’ala

è svanita, null’altro intorno a te,

solo il visibile mondo che delude,

solo il corpo che duramente s’ostina,

ogni sudata traccia cancella il vento.

§

Adesso hai nostalgia di lui e speri

che almeno nel sonno torni da te,

ma ormai, ogni risveglio cancella

ogni sogno, ogni sperato conforto

e tu

ogni giorno dimentichi di te stesso

quel che più puro è stato, e volava.

©francescorandazzo2020

Perdonatemi

Perdonatemi se non sono felice,

so soltanto sorridere, sciocco,

per tenerezze piccole azzurrine,

mi muovo lento, sfioro pietruzze,

accarezzo ogni dolore, m’assento

da tutto il male che ho d’intorno,

annego nella nostalgia della bellezza.

§

Perdonatemi se non sono felice,

so soltanto mordere luminosi istanti,

sospirare fiati di gioia contagiosa

ed effimera, e mi commuovo di sguardi,

attraverso questa confusa esistenza,

camminando in un silenzio salato,

senza chiedere niente, se non il cielo.

§

Perdonatemi se non sono felice,

non m’affanno né sfuggo, sto così,

ché già vivo, è già tanto. Ma vola via

questo tutto di niente, meraviglioso

e struggente. Sto nel mondo, mi basta.

©francescorandazzo2020

Pandepoema

Ho scritto un lungo poema sulla pandemia,

mi è costato molto e adesso sono esausto.

Si compone di moltissime pagine bianche,

in versi sciolti, vaporizzati da starnuti in rima,

endecasillabi febbricitanti in terzine doppie,

lunghe stanze piene di gente in quarantena

e qualche sarabanda negazionista in mezzo,

per non essere monotono. Non è facile, no,

va letto con pazienza e un po’ d’indulgenza:

ci sono pagine di paura, pagine nervosissime,

pagine di deprimente scoramento, pagine

strappate per intero o a metà, pagine sporche,

pagine spruzzate di disinfettante e cloro,

pagine gonfie di pianto o crepate di risa.

Sono tutte pagine bianche, fitte fitte,

e mi sembra di non aver detto tutto,

e purtroppo non so dire altro, mi fermo,

finita l’opera, torno alla vita, anch’essa

bianca, come quando Kubrick bruciava

un fotogramma e tutto precipitava in ansia.

Ho già un editore, abbiamo deciso

che non lo pubblicheremo insieme,

tiratura un milione di assenze, zero prezzo,

ma su Instagram sarà un successone.

Nessun firma copie in nessuna libreria.

È l’opera della mia vita, perfettamente

senza nessun senso, un nulla immenso.

©francescorandazzo2020

Se arrivano bene

Sono sicuro
ma sicuro sicuro
che sicuramente
gli extraterrestri esistano.
Non ho prove nemmeno una.
Soltanto un vago presentimento
d’essere spiato quando sono solo.

Non li ho mai visti
né mai li vedrò
e onestamente non ci tengo molto.
Non me li immagino nemmeno un po’.
Non credo siano verdi o blu o blatte giganti.
Non me ne frega niente a dir la verità.
Non è nemmeno un pensiero ricorrente.

È che i terrestri lasciano molto a desiderare
e ho deciso di dedicarmi a qualcos’altro.

Tanto per non impazzire.
O forse proprio per impazzire
ma a cuor leggero.

Di una cosa infatti sono sicuro
gli extraterrestri non sono simili a noi
e questo mi rincuora grandemente.

Mentre aspetto che arrivi un’astronave
costruisco una pista d’atterraggio
che m’attraversa la testa in diagonale.

Sono sicuro
ma sicuro sicuro
che sicuramente
gli extraterrestri esistano.

Se arrivano bene
e se no
no.

© Francesco Randazzo – 2010

Ite villichi toti a la referendaria clamata

Ite villichi toti a la referendaria clamata

et ne le urne et ne li sacelli de le conscienzie

vostre intentate de exprimer voluntate, imperò

sieno cassati li voti de li ighnoranti crassi,

quilli de li deficitari sine cerebro, li fasci

impenitenti et li lioni de tastiera, nulli ex lege.

Rimembratevi en ognun de li casi de voto,

que sia que se tagli, sia que nun se tagli

lo numero dei commendevoli eleggibili,

poscia serà imperituro far trincea di contro

a li imbecilli, al li prepotenti, a li parassiti.

Quista è la ratio de la natione da buscare,

honestate, parsimonia, amor de lo bene altrui.

De lo contrario, tote le istanze e le contese,

son querimonie e straccioli e cacatelle,

et toti isti que se fano guerra instradati

sieno al fare in culo: sine pace nulla lex.

©francescorandazzo2020

Come se fosse

Il muro ammuffito mi parla

mentre tento di guarirlo.

Si scioglie, esale e sbianca

la tumescenza silenziosa,

tutto questo nero che si posò

sul cuore, l’omertà di comodo,

i tradimenti d’anime e corpi,

l’affanno, la sopraffazione,

e la servile acquiescenza

del muro, che tace, sopporta.

Ma io mi ostino, mi ostino,

m’intossico, tossisco, ansimo,

per ripulire tutto, per salvare

il bianco nascosto, la vita,

come se fosse per me un destino.

©francescorandazzo2020

Exercitio de libertate

Oh le genti qui inneggiano alla libertate

de facere il cazzulum cui li pare et plaze,

sieno jettati nello mare nero più profundo,

et cum maxima libertate sieno favoriti

ad natare o preferendolo annegarisi,

conciòsiacosacche quilli que le varche

guidino, alli lai e strepiti d’illi d’aita

contestino cum libertate anco essi loro:

“Non mi ti puoi costrignere a salvareti,

imperocché son libero de astenermi,

como tu duro fosti in libertate di facere

quillo qui cazzulum te parve, et hora,

nata in quisto mare de libertate e schiatta!”

Li pochi qui si salvino, sieno perdonati.

Si insisteno però alla lagnanza, rigettateli.

Usque ad tantum abutere patientiae nostrae,

non ragioniam di lor ma guarda e passa,

pro stata tanta non la supporta niuna mutanda.

Et ne lo medesimo tempo, tote le povire genti

qui esuli se imbarcaro nello mismo mare,

sieno salvificati et accolti, per substituir li stolti.

©francescorandazzo2020

Mascaratevi

Cum quisto callo, Madonna mia,

non si puote vibrar nel petto amor,

imperocché vi priego, mascaratevi

lo viso pulcherrimo, acciocché l’occhi

mei, sudato amante, sieno accecati

ne li sensi que voi li scatenate

et nullo sia finalemente lo fiato

vostro vulcanoso e ferigno alquanto,

que melio non vasarsi in quillo foco

et salvandovi anco me salvate voi

de lo virus infido et de lo putrido esalar

que pur splaze a chi voi plaze, plazendo.

©francescorandazzo2020

Nun ce la potiamo facere

Nun ce la potiamo facere,

cum todo esto carnaio zunzo

et li gnuranti que si laurieno

supra li sufà e nelli dischiteche,

nun ce la potiamo facere

nemmanco per l’arraggiamento

di omni creatura contra la otra.

Chi se imbelva per gnuranza,

chi se imbelva con li gnuranti

et anco quilli che nun so incolti,

se lanzano a splicari li teoremi

di cumplotti e minchiatuni strani.

Nun ce la potiamo facere,

si la genti si mori e nun c’importa,

che tanto son paucissimi et veci,

in mentre che li pueri accomenzano

a morirsi, ma dicheno che abbasta

la tacchipirigna e zanniari si poti

imperché la libertate d’essere simie

soverchia lo dovere del respeto.

Nun ce la potiamo facere,

quoniam sempere ce culpa otro,

accussiché nun ce la faciamo

et quisto que ce pasa meritamo.

Bailando bailando,

gritando gritando,

lo monno se finisce

in uno pirito di cape

que parono palabrosi culi .

Truonan le trompe di lo Deo,

salvise qui se puote, marameo!

©francescorandazzo2020

Itaca deserta ruggine

Scrosto i licheni dai pilastri della piattaforma,

sento il metallo corroso come sabbia e l’odore

di ferro e mare stride sulla pelle e sul cuore.

Io non sono più io, mi sono perso troppo a lungo,

troppe vite ho vissuto, troppi errori, troppo tutto.

E infine, stanco, a me stesso straniero, eccomi

qui, ad Itaca, il relitto fragile e duraturo, l’unica casa.

Non c’è un cane ad accogliermi, nessuno qui ormai,

soltanto fantasmi nemici, bulloni slentati, ruggine.

La mia reggia è soltanto una baracca semidistrutta,

la maceria polverosa del tempo mi bracca spietata.

Dal mare un’alga, per vent’anni, è affiorata sul ferro,

bramando l’aria salmastra, nell’illusione della terra,

è salita fino in cima, sulla piattaforma arida dove

ha saputo trasformarsi in albero, spezzata l’illusione,

ha pianto dai rami, vincendo la morte, s’è fatta salice,

e nella solitudine, sul ferro piantato nel mare, persiste.

Il vento che l’accarezza fa fremito di foglie e sospiri.

Un pescecane ha spezzato i suoi denti

sulla mia coscienza, morendo esausto.

(…)

_______________

Francesco Randazzo
Itaca deserta ruggine

Fara Editore

€ 10,00 pp. 72 (Vademecum 42), Maggio 2020
ISBN 978 88 94903 96 6

Scheda del libro e rassegna stampa, qui.

_________________________________________

«Le avventure e i ricordi si sovrappongono, arricchiscono consapevolezze e rimorsi, ripercorrono le tappe del pentimento: ci sono i piedi perfetti di Calipso, la bianca pelle di Nausicaa e Circe, la spada del mio dubbio.»

(Elena Varriale)

«… una memoria che è sempre in movimento, in un verso – tra l’altro – ampio e accogliente, grazie alla sua capacità di distendersi in pause e slanci.»

(Salvatore Ritrovato)

«… in questo ritorno a Itaca che Randazzo mette in scena non c’è rispecchiamento tra Odisseo e Penelope. Il monologo di Penelope denuncia la devastazione amorosa che separa marito e moglie. Le due esperienze amorose solo apparentemente esprimono languori e nostalgie, mentre la narrazione dei due io poetanti ci restituisce, in una inconsapevole dichiarazione di perfetta simmetria, l’irriducibilità che sempre li ha gravati. Così come il balbettante racconto dello stupro di Aretusa è metafora dell’indicibilità della violenza, dire l’amore, a Penelope e a Odisseo, non basta per colmare l’estrema lontananza fisica e mentale degli amanti.”

(Pippo Ruiz).

Quelle sere tremanti

Quelle sere tremanti d’incerte visioni,

dalla strada le grida di una lite rabbiosa,

poi un silenzio che inghiotte ogni cosa,

un odore di secoli trasuda dalle tegole,

la strana lingua delle rondini picchia

nell’aria un messaggio segreto, poi

si smorza, le sedie scricchiolano,

per un attimo la lampadina sussulta,

senti piccoli passi incerti per le scale,

e con prudente curiosità t’avvicini,

quel tanto che basta per vedere ancora

quel che sei stato molto tempo fa,

guardarlo negli occhi e dargli la mano,

fermandoti a pensare, senza parlare,

di quel che sei e sai, ma non sai dire,

di tutto il tempo che ti avvolge,

sentire il conforto, nel respiro bianco,

dell’esserci, ricordarsi, rivivere, tu,

proprio tu, e tutte le innumerevoli

vite che hai vissuto senza accorgertene.

©francescorandazzo2020

A volte

A volte apri una porta

e invece è il frigorifero.

A volte apri una finestra

e invece è un armadio.

A volte guidi una Porsche

e invece è il divano.

A volte stai sotto la pioggia

e invece è una doccia calda.

A volte i vicini sparano,

uno ti legge l’oroscopo,

un altro ti fa domande sceme,

un rinoceronte irrompe,

ma è soltanto la tivù accesa.

A volte spii le persone

e gli rubi la vita, gioie e disgrazie,

ma è soltanto un libro che leggi.

A volte parli con qualcuno

ma è solo lo specchio che ti imita.

A volte si sentono grandi tuoni

ma è soltanto uno sciacquone.

A volte c’è un lampo che abbaglia

ma è soltanto che guardi chi ami.

A volte non lo sai chi sei e perché

ma è soltanto che inciampi sul tappeto.

A volte chiudi gli occhi e sogni

ma è soltanto la vita che ti accende.

A volte, sì, a volte lo sai

e ti scappa da ridere o piangere

come quando eri un bambino

e ogni volta sembrava per sempre.

A volte sì, a volte, molte volte,

a volte invece no, devi farci caso.

©francescorandazzo2020

Canto dei gattopardi di plastica

Eccoci qua, dopo la catastrofe,

ehi, ehi, siamo scampati, dai,

forse non era questa cosa, no,

magari tutto un po’ montato,

sì, sì, esagerato, come vediamo,

che mondo di merda, ma siamo

abituati, sì ci abituiamo a tutto,

basta aspettare, a che serve altro?

Ma che cosa vuoi cambiare?

Ci vogliono fottere, sì? Lo sai,

te lo senti, lamentati e abbaia

ma poi, al diavolo, va bene così,

basta che ci facciano uscire

e chi se ne frega, vivaddio,

facciamo il cazzo che ci pare,

perché devo rinunciare, a che?

Prima era già tutto uno schifo,

così va il mondo, si sa, adattati,

e alla fine ci stiamo bene, no?

Aprite che dobbiamo tornare,

siamo gli stessi di prima, noi,

non ci cambia niente, siamo

i gattopardi di plastica, wow,

non vediamo l’ora di tornare,

fate largo, scansatevi, idioti,

che pensate di cambiare?

Noi andiamo, alla faccia vostra,

adesso ci sarà molto di più

da arraffare, faremo finta

di aiutare il prossimo, sì dai,

il prossimo, dopo, più in là,

chi se ne frega, carpe diem,

un po’ di ottimismo please,

gretini che siete, fatevi da parte.

Non cambierà niente, niente,

ve lo promettiamo, sghignazzando,

non cederemo di un millimetro,

non cambierà niente e niente

lasceremo, dietro e davanti a noi.

Il primo che tossisce è fuori dal gioco.

©francescorandazzo2020

Notturno

Amava le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno.

L’orgoglio, la dedizione, la bellezza sotto la luna.

Dal mare spira un vento fresco e la salsedine

corrode pietra e ferro, tutto si sgretola sabbioso.

Ma le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno

continuano a fiorire nel giardino solitario.

E lei passeggia, ancora viva, tra i fiori e il profumo,

con la leggerezza dell’anima liberata e il sorriso

le illumina il viso di ragazza come se ancora

tutta la vita fosse una promessa e le speranze

piccoli sogni letti su romanzi che non deludono.

Poi la luna torna a nascondersi quasi per gioco,

e lei svanisce, seguendola per fuggire il buio.

Restano le sterlizie, l’ibisco e il gelsomino notturno,

presenti ma invisibili, nell’oscurità profumata,

e da lontano il mare che sospira senza sosta.

Mentre io invecchio, lei ritorna giovane,

negli incroci del tempo ci incontriamo ancora.

©francescorandazzo2020

Senza parlare

Stanno seduti, senza parlare,

a un metro di distanza, quieti,

guardano oltre ogni cosa,

in apparenza un po’ svagati,

come due che si pensano

ma non sanno più parlare,

perché ascoltano il suono

d’innumerevoli parole dette,

ormai perdute, come soffi

di vento caldo smarriti d’inverno.

Ma quando si alzano, sempre

in silenzio, si danno la mano

e si sorridono, sorpresi, come

se s’incontrassero per la prima volta.

Solo allora si dicono

l’unica cosa

che nasce sulle loro labbra.

Un bacio lieve e poi, vanno via.

©francescorandazzo2020

Ogni notte

Che cosa sognano i criceti nelle gabbie,

i neonati nelle culle, i pesci rossi invetrati,

i vecchi che evaporano nell’Alzheimer,

le viti arrugginite assopite nel legno,

le bambole ormai rotte e dimenticate,

le giovani annegate, i giovani schiantati,

le libellule ubriache di movimento,

i peluche nel loro letto di polvere?

Ogni notte di veglia, io mi domando.

Ogni notte un piccolo assiolo mi risponde.

Consola un poco, come un amico che sa,

ma non può dirti tutto, per non farti piangere.

Lo ascolto, fino all’alba che ci libera.

©francesco randazzo2020

image by Jessica Hendrickx

Clessidra

clessidra

Un tempo giocavo con la clessidra,

giravo e aspettavo che fluisse il tempo.

Un granello alla volta o poco più.

Fino alla fine, fino al pieno e al vuoto.

Poi, di nuovo, la capovolgevo.

Tante volte, con pazienza, osservando

bene, quel meccanismo semplice

che mi rapiva. Ed ero anch’io grano

di sabbia, fluire elementare, sabbia

di me stesso, stasi sconcertante.

E poi? Mi chiedevo. E perché?

Non sapevo rispondere, spaurito,

tornavo a capovolgere la clessidra.

Quando scoprii una meridiana

incisa nella pietra dei ruderi

di un tempio greco, sospirai

di sollievo, ma la linea d’ombra

cominciò a strisciarmi sulla pelle,

così fuggii verso la notte senza sole,

dove il vetro della clessidra resiste,

dove la sabbia annuisce e cade,

dove il tempo precipita e si rialza.

È semplice in fondo, incommensurabile.

©francescorandazzo2020

Fringe

Self Portrait, c.1956 (oil on canvas)

 

 

Siamo pietre vive davanti agli occhi di Medusa.

Siamo specchi sopra il buco nell’asfalto.

Siamo il rumore stridente del tarlo affamato.

Siamo i vetri rotti del bicchiere infranto.

Siamo il sudore del marmo dimenticato.

Siamo la nota più acuta della lucertola.

Siamo il fastidioso grattare del gatto.

Siamo diversi da tutto anche da noi stessi.

Siamo il caos che s’interroga sul caso.

Siamo tutte le mani della dea Khalì.

Siamo tutte le zampe della scolopendra.

Siamo la saliva infinita del desiderio.

Siamo zattere senza nessun salvagente,

Siamo quelli che non, perché sì, forse.

Siamo ma non sappiamo, tentiamo,

a costo di perderci, un’illusione di salvezza.

©francescorandazzo2020

Tu, che attraversi straniera

reclining-woman-picasso

Un susseguirsi di notti senza fine,

i giorni soltanto un’attesa vana,

il tempo un’illusione che stanca.

 

Solo tu, che attraversi straniera,

questa mia vita dispersa in voli

privi di senso, tutti della mente,

soltanto tu sei come un’orologio

prezioso, battito contagioso,

scandisci il senso e la misura,

il respiro e il soffio che mi esiste.

©francescorandazzo2020

Domani

hopper

Di tutta la bellezza che ci ha escluso,

ricorderemo gli sguardi rubati alla finestra,

l’odore confortante della pioggia fuori,

l’esplosione di profumi schiaffeggianti.

 

 

D’ogni silenzio custodiremo il fiato sospeso,

d’ogni parola l’eco di una domanda irrisolta,

di ogni passo per la strada, la paura e la speranza.

 

 

Sarà forse, un dolcissimo discendere ancora

in questo mondo tutto da riscoprire, antico

e nuovo insieme, per noi vecchi bambini,

sarà forse più lieve, per questa grazia di vita

ritrovata, lo sconcertante pensiero della morte.

 

 

Domani sì, domani e ancora dopo, ancora,

senza gli errori e la noncuranza del passato,

sì, mi dico, c’è speranza, e mi convinco.

 

 

Ma dalla porta aperta, esco in strada,

e già sento rimbombare passi e strida

di cinghiali, penso, furiosi, violenti,

privi di senno, spietatamente in corsa,

invece è soltanto che tutto si dimentica,

e nel frastuono le coscienze tornano a dormire.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

Probabilmente

Signac-felix-feneon-1

 

 

Probabilmente sì.

Probabilmente no.

Probabilmente è così.

Probabilmente non lo è.

Probabilmente sarà o no.

Probabilmente mi sbaglio.

Probabilmente ho ragione.

Probabilmente sarà deludente.

Probabilmente sarà entusiasmante.

Probabilmente non ho idea di niente.

Probabilmente non ci resta che vivere.

Probabilmente le probabilità erano basse,

ma ormai è improbabile che viva senza di te.

Probabilmente nemmeno leggerai quello che scrivo.

Probabilmente continuerò lo stesso a scrivere.

Probabilmente non ti dirò un granché.

Probabilmente saprai tutto lo stesso.

Probabilmente ti guarderò sorpreso.

Probabilmente precipitevolissimevolmente.

Probabilmente ti dirò che ti amo.

Probabilmente riderai.

Probabilmente anch’io.

Probabilmente sì, sì e sì.

©francescorandazzo2020

Angeli insonni

angel

 

 

Nelle loro notti insonni, gli angeli

non parlano con Dio, né cantano

inni di lode all’eternità, vegliano

irrequieti come hacker ricercati,

s’insinuano nei sogni dei dormienti,

scatenano ricordi inventati, feste

esaltate, voli in picchiata, sesso

inimmaginabile e laser di piaceri

inconfessabili, si divertono come matti.

Si dissolvono al mattino, in vapori

di brina e sudore, mentre si svegliano

esausti ma felici i mortali che hanno

vissuto la grazia divina senza peccato.

Dio, lo sa, ma chiude un occhio,

sono i suoi messaggeri, dopotutto

sanno quel che fanno e in nome di chi.

Nessun teologo lo ammetterà mai.

©francescorandazzo2020

image by Amy Judd

Aussetzung

Dust particles

 

 

Tutto è naturale, sai?

L’inizio e la fine in ogni cosa.

Quel che fai in mezzo

fa la differenza,

nel bene e nel male.

Vedi un po’ tu, cosa vuoi fare.

Poi però, non ti lamentare.

E smettila d’abbaiare

contro tutti e tutto,

non ti salverà.

Taci e ascolta,

c’è una musica

in ogni cosa.

Comincio a sognare

i morti, come i vecchi

quando smemorano

e tornano a parlare

con chi sta dall’altra parte.

Tutto è sospeso

sull’inevitabile confine

del qui adesso e in nessun luogo.

Come pulviscolo baciato dalla luce.

©francescorandazzo2020

Aletheia

aletheia

 

 

 

 

Nulla è celato anche se ti nascondi,

Nulla è taciuto anche se non parli,

Nulla è incompiuto anche se ti fermi,

Nulla è più perduto di ciò che trovi.

Puoi percorrere tutta la terra,

attraversare i mari camminando,

scalare le montagne saltando,

raggiungere i poli scivolando,

e restare nel tuo metro quadrato,

come un pezzo sulla scacchiera.

Ogni mossa va rubata al gioco,

le regole meglio ribaltarle,

ognuno sia Re, Regina e Cavallo,

Alfiere, Torre e Pedone, simultaneamente.

In questa folle partita, tutto è possibile.

Nessuno può vincere veramente,

ma perché dovrebbe? Tutto accade,

sempre, nel caos più perfetto, sai,

puoi anche ridere se vuoi, fa solo bene.

E se vuoi piangere non vergognarti di farlo.

Life must go on.

©francescorandazzo2020

Cose per me irresistibili durante la quarantena

shining

 

 

– Chiedere in videochat se da fastidio se fumo.

– Incontrare qualcuno che si scansa e pensare: “Ti conosco mascherina”.

– Dire “Buongiorno” come se sparassi.

– Suonare in contemporanea Bella Ciao e il tema Jedi di Star Wars.

– Fare la lucertola al sole mentre aspetto in fila per entrare al Supermercato.

– Andare in farmacia per comprare una crema per le bolle che mi sono spuntate stando al sole.

– Impastare pane, torte e focacce come se fossi posseduto dall’anima di Nonna Papera.

– Accogliere i corrieri che mi portano le cose comprate online, come se fossero venuti a salvarmi.

– Mandarli al diavolo mentre se ne vanno dopo avermi trattato come un appestato da evitare. Guardarli come un parente che se ne va, quando invece sono stati gentili.

– Vestirmi a mezzobusto tanto in videochat non si vede sotto.

– Spulciare gli annunci immobiliari di case col giardino.

– Bere acqua come se fosse champagne.

– Dimenticare dove ho parcheggiato l’auto, ma chi se ne frega.

– Ingurgitare vitamina C con la voluttà di una canna.

– Dormire come se andassi in viaggio.

– Svegliarmi come se atterrassi a casa.

– Sorridere a quei tre che vivono con me.

E se domani

olimpico

 

 

E se domani d’improvviso,

scendessero in terra, insieme,

Zeus Tonante,

Jahvè l’Altissimo,

Allah il Misericordioso,

Budda l’Illuminato,

Khrisna Imperioso,

Gesù il Risorto,

e tutti, ma proprio tutti,

i profeti, i santi, gli dei

minuti e quelli mai nominati,

e affollassero lo Stadio Olimpico,

con la loro infinita saggezza,

in conferenza stampa mondovisione

tutt’insieme all’unisono per dirci:

“E basta, che cazzo state facendo, idioti?”

Brutalmente. E sparire.

Senza aspettare risposta.

Lasciandoci soli.

A sbrigarcela davvero.

Tutto da capo.

Sarebbe l’unico miracolo utile.

Forse.

©francescorandazzo2020

Senso del mondo

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In una incisione perduta di Dürer,

si vede un uomo solo in uno spazio

deserto. Il corpo eretto in primo piano,

lo sguardo vacuo rivolto verso l’alto.

Osservando con una lente d’ingrandimento,

nell’occhio sinistro si specchia una città vuota,

nell’occhio destro invece battono le grandi ali

di un angelo che tenta raggiungere il sole.

Tra le mani l’uomo stringe uno specchio opaco.

I suoi piedi affondano nella terra sabbiosa.

Sul busto nudo c’è scritto: “Sinn für die Welt”.

Dalla sua bocca escono scomposte cento

lettere ornate di un alfabeto sconosciuto,

che racchiudono la frase mai pronunciata,

il pensiero perfetto che mai fu pensato.

 

 

©francescorandazzo2020

Come giocattoli

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Ci si sente come giocattoli,

lasciati alla rinfusa, sparsi

un po’ dappertutto nella stanza.

E quando si spegne la luce,

vorrebbero alzarsi e correre via.

Ma il buio li avvolge come pece,

restano intrappolati nel desiderio,

senza sapere quando tornerà la luce

e la mano di un’infantile divinità

tornerà a regalargli una parvenza di vita.

E c’è un silenzio che pare senza fine,

persino lo Schiaccianoci di Čajkovskij

ci precipita dentro, come se si perdesse

in una partitura folta di fogli senza note.

©francescorandazzo2020

Con un soffio

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L’aria s’insinua dalla finestra socchiusa,

con un soffio di sollievo in questa stanza

sorgono cattedrali di carta e polvere, io

mi aggiro, fermo, in equilibrio precario,

mentre il respiro fragile trapassa il vuoto.

Sospeso sopra questo precipizio bianco,

ammiro parole roteanti, canti di cose mute.

E mi sento perduto, in questo svanire

mi ritrovo come uno che non sa più chi è.

Così, per questo smarrimento quotidiano,

sia resa grazia a ognuno degli dei dimenticati,

ad ogni avvento che inatteso mi sorprende.

©francescorandazzo2020

C’è un silenzio strano.

pistoletto

 

 

C’è un silenzio strano. Non è un vero silenzio, perché in sottofondo c’è una sorta di rumore bianco, un frusciare sordo, un ronzio sommesso, è quasi assenza di suono, quasi. Uno stato di quiete inquieta, la sentiamo, ma facciamo finta di niente. Anzi, ci agitiamo per non sentire.

Non è facile ascoltarsi, non è facile rimanere soli con se stessi, specchiarsi in un pensiero che rifletta noi in qualcosa di immensamente grande, vuoto, da riempire.

Siamo precipitati in una grande partitura, apparentemente lineare ma complessa, piena di simboli oscuri, sequenze numeriche imperscrutabili. Siamo dentro una pagina dell’Arte della Fuga di Bach o di uno degli ultimi Quartetti di Beethoven. Ogni nota, ogni misura, ogni suono, ha un unico anelito, una disperata volontà, tornare al silenzio, tornare a quella sospensione divina dell’esistenza racchiusa in un respiro trattenuto, essere un punto sospeso tra la realtà del movimento inconsulto e quella del pensiero che afferma l’essere.

La paura, col suo chiassoso menefreghismo, la perfetta vigliaccheria dell’alibi per sé e dell’accusa per gli altri, batte ritmi sconclusionati, rumbe assordanti che offuscano tutto. Si fugge da noi stessi, perché stare con noi stessi è insostenibile, così ci pare, così lo sentiamo. Eppure noi da soli, siamo di più, se da noi stessi, in quel silenzio, sappiamo espanderci e sentire tutto ciò che siamo, tutto ciò che è altro da noi, tutto il noi che è in uno, se solo tentassimo di dire a noi stessi cose semplici eppure enormemente importanti, se solo sapessimo star seduti e guardare un muro, un quadro, un oggetto, un cielo al di là della finestra come se fosse quello il centro del mondo, la radice dell’esistenza, il pesantissimo grano di polvere dell’impermanenza. Sentiremmo insostenibile l’ipocrisia e la cecità di fronte al dolore degli altri, sentiremmo gratitudine per l’essere salvi, sentiremmo la responsabilità d’essere per gli altri.

In questo tempo di miserie e miserabili, di frastuono ed egoismo dissennato, una piccola, quasi invisibile particella di morte, ci da la straordinaria possibilità di stare con noi stessi, nel mondo, per essere migliori di quella turba incosciente, irrazionale e spietata che siamo stati finora.

Dobbiamo fermarci, per ripartire nella giusta direzione.

C’è un silenzio che potrà meravigliarci, se solo ce lo permetteremo.

©francescorandazzo2020

Image by Michelangelo Pistoletto, Mirror paintings.

Misura della fine

ambra

 

 

Racchiusi nel mobile antico, dolori di conforto,

raffinate porcellane, pianti dorati di Sèvres,

mascherine imprigionate nel Capodimonte,

argenti e cristalli di rimpianti e promesse,

traspaiono speranze, trasudano santità sprecate,

tutte le bambole dormono sognando risvegli,

cadono gocce di silenzio, un elegante vaso

racchiude tutto il vuoto e la perdita, azzurro

vibra su un diapason flebile, che subito smorza.

Non c’è nessuno, solo la polvere ha memoria

ormai inconsistente, spietatamente uguale

su tutto, su questo niente, su ogni piccola cosa

che ostinatamente permane senza più senso,

né dolci baci, né languide carezze, né sguardi,

né respiri, né pianti, né allegrie, resta soltanto,

questo svanire d’ambra liquida, misura della fine.

©francescorandazzo2020

Certi giorni

turner

 

 

Certi giorni nascono come dune di sabbia,

pesano sul petto come montagne, ma senti

che il respiro gonfio come un vento caldo,

può dissolverle. Certi giorni sono così,

un atto di nascita e il presagio della fine,

un volo inutile di granelli che si disperdono,

uno stare in piedi nell’illusione di un momento.

Certi giorni, sai, soltanto l’aria dice la verità.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

 

Image by William Turner

Sempre i sussurri

whisper

 

 

Come una stampella vuota in un armadio scuro,

un letto sfatto di lenzuola sgualcite dall’assenza,

una scarpa sola, un vestito logoro gettato a terra,

un unico raggio di sole che si è perso tra la polvere,

la pagina di un libro in una lingua incomprensibile,

il bugiardino sgualcito di un medicinale scaduto,

le alterazioni bluastre di uno spartito in fa# minore,

le briciole sparse di un cracker suicidato di notte,

le formiche impazzite che non sanno più tornare,

un cassetto pieno di grida e risa di neonati scomparsi,

il bicchiere d’acqua rosa dimenticato sul comodino,

ascolto la calce silenziosa, la quieta strage del tempo.

Né pur sì aspri, così giammai, per sempre, sempre i sussurri.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

Image by Mami Kawasaki

Al Caffè

grosz cafè

 

 

Quegli orribili pappagalli giganti

ci guardavano dalle pareti del Caffè,

e dal collage di giocattoli incollati

a forma di testa di cavallo colava

un rosso sangue di pessimo gusto.

Ai tavolini d’intorno, figure umane

dalle teste ferine, rincagnate, glauche,

parevano sogghignare come in attesa

di un segnale che li liberasse alla strage.

Stavo all’erta e ti guardavo, ignara,

sciogliere lo zucchero nel tuo cappuccino,

sorridente, con la testa piena di capelli

e desideri e vie di fuga e speranza,

circondata da tutto quell’orrore,

eppure già salva, così distante.

E parlavi, e volevi che io ti parlassi,

per sentirci insieme, così fragili,

così, insieme, più forti, quel tanto

che basta per rincuorarci di noi,

per uscire indenni da quel Caffè

popolato di mostri e riprendere

a camminare per le vecchie strade,

come se fossero appena costruite,

per noi, furtivi amanti di sorprese,

fughe, nostalgie, e irredimibili sogni.

©francescorandazzo2020

C’è un silenzio

Silenzio

 

 

C’è un silenzio, talvolta, così pieno di tutto

da schiantare il pensiero. Un respiro si apre,

chiusi gli occhi, è semplice, un larghissimo

stare come terra sollevata, frutto sospeso,

così, in bilico, sul ciglio del salto, si vive,

per un attimo, nel bianco silenzio assoluto,

mille vite e destini, così in un soffio divino,

smarriti nella memoria e nella dimenticanza,

tutto, infinito, minuscolo, sterminato esserci.

©francescorandazzo2020

Image by øjeRum

Se proprio dovrò

coperta

 

 

Se proprio dovrò morire,

seppellitemi nudo nella terra,

avvolto nella coperta di lana

colorata che mi fece la nonna,

perché sono molto freddoloso

e sarò anche molto spaventato.

Così la morte un po’ mi cullerà.

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

D’ogni cosa

dama di auxerre

 

 

D’ogni cosa amo l’imperfezione,

il difetto, la crepa, la dissonanza,

il dettaglio fuori dall’ordinario,

quel che rompe il canone e lo crea.

 

D’ogni cosa cerco la ferita aperta,

il pulsare nascosto, il taglio buio,

la fessura sottile, la lama di luce,

la tragica aspirazione alla felicità.

 

D’ogni cosa vedo il segno del tempo,

il presagio nel sorriso del neonato,

il futuro nel respiro dei morenti.

 

D’ogni cosa ho nostalgico presente,

come l’acqua ne prendo la forma,

e sono tutto in questa fragile bellezza.

 

 

©francescorandazzo2020

È che l’amore

fiore mano

 

 

È che l’amore non è solo, come si crede, un sentimento,

ma più che altro un esercizio, un compito difficile

che la passione inizialmente ci spaccia come coca,

tutta una tachicardia imperiosa, rullano i lombi,

le menti vanno in dodecafonia e deragliano,

tutto un tremendo saltare in burroni cantando.

Ma questo veramente si può fare anche in palestra,

tutto un pomparsi in esaltazione, tutto un soffrire

per sentirsi il corpo fibrillante, potente e stracco infine.

Ti fai il fisico, vabbe’, ma poi? Ti porti a spasso

tutto inorgoglito, vabbe’, ma poi che fai, che fai?

T’annoi o ti senti come un meccanico impazzito.

No, non è questo l’amore, non basta il colpo

di pistola di partenza, bello, sì, sprintoso, wow!

L’amore è giardinaggio, cura, esercizio di pazienza,

star là, costanti, anche quando tutto pare seccarsi,

e ostinatamente credere e vedere il fiore nascosto.

Tutto nasce, tutto può morire, l’amore è risorgere

continuamente, continuamente, instancabilmente.

©francescorandazzo2020

Quel che si perde

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Tutto quel che si perde, fugge da noi?

Peggio è forse dimenticare, chi o cosa,

liberare le stanze affollate della memoria,

per sfuggire al pericolo dell’affanno

o per ineluttabile precipitare della mente.

Quel che perdiamo invece, resta sempre,

inciso in noi, indimenticabile, presente,

e s’accende a sorpresa, appare più reale,

nostalgia e desiderio che ci lievita dentro,

inestinguibile pulsare di piccole gioie perdute.

©francescorandazzo2020

L’urlo del Minotauro

 

 

Il piccolo Icaro è morto congelato
aggrappato a una speranza di metallo.
Il piccolo Odisseo è morto annegato
sognando un’Itaca che non vedrà mai.
Il piccolo Astianatte ogni giorno
viene schiantato e maciullato da guerre.
La piccola Elena viene data in pasto
agli orchi che la macellano ridendo.
La piccola Aracne non potrà mai
tessere la rete di una vita felice.
La piccola Antigone giace insepolta
accanto ai suoi fratelli, senza pace.

Restiamo soli, rinchiusi nel labirinto
devastato e disumano del declino
inesorabile, senza sentire l’urlo
prolungato, bestiale, parossistico
del Minotauro che vive dentro di noi.

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2020

Saliremo

scala

 

 

 

 

Saliremo quelle scale senza fatica,

vorrei dirti, ma non so mentirti,

non sarà facile, questa è la verità.

Vorrei dirti che possiamo fermarci,

tutto sommato potrebbe andar bene,

ma sarebbe un errore sai, bisogna andare.

Perché questo è il bello di noi due,

quest’ostinato salire, inciampare,

rialzarsi, continuare, senza quasi

rendersi conto. Tranne poi, quando,

per un attimo sospeso, ci guardiamo

intorno, sorpresi e sgomenti, sempre

in bilico, tutto il mondo intorno a noi,

sollevati, con le mani strette insieme

e un capogiro che ci spinge ancora più su.

Non lo so dove arriveremo, che importa?

L’importante è questo andare, io e te.

©francescorandazzo2020

Notturno

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Ascolto di notte i passi felpati del tempo,

i lievi sospiri delle stanze addormentate,

il fruscio segreto dei polverosi libri chiusi,

un bicchiere vuoto mi sussurra desideri,

e quasi mi dissolvo, sospeso, tra la luce

di lampade meduse e l’oscurità d’anice.

Ogni notte il sonno è difficile approdo,

mentre tutto sussurra misteriosamente.

Scivolo silenziosamente verso altri mondi,

altre vite mai vissute canto e attraverso.

©francescorandazzo2020

Stracci

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Restano brandelli di stoffe consunte,

che non sai più come ricomporre,

né forse dovresti – perché poi?

Così ricuci tutto alla rinfusa,

pezze grigie o di colori stinti,

rivesti la memoria sparpagliata

come uno zanni disperato,

pronto a improvvisare scene

inventate, senza mai sapere

per chi, perché, né come.

Eppure d’ogni piroetta o lazzo,

senti l’effetto, il peto liberato,

l’applauso dell’addio, tradito.

E nella notte poi ti aggiri

affamato come un lupo,

e danzi nel silenzio freddo

l’ultima giga, l’urlo di saluto.

©francescorandazzo2020

Spero

"Monte-Carlo vu de Roquebrune" Claude Monet 1884.

 

 

Spero che il tempo sia clemente,

si sciolga come un nastro di raso,

tocchi ogni cosa come una carezza

e scivoli su ognuno di noi leggero,

ci regali un brivido sottilissimo,

scorra sulla pelle un antico respiro,

caldo e confortante, come un amico.

Ognuno spezzerà il suo pane,

tra le dita il soffice cuore bianco,

negli occhi ogni amore sia acqua,

e ognuno beva il suo prezioso calice.

©francescorandazzo2019

Tutto

tempo

Tutte queste albe dimenticate,

tutte queste notti inquiete,

come una rete intrecciano

questa vita sbattuta nel tempo.

Dormire senza sonno

e nel sonno vivere di più.

Vegliare senza vivere

e ciecamente andare.

Ma c’è un punto preciso

tra sonno e veglia, uno solo,

in cui tutto è perfettamente

compiuto, è tutto il mondo,

è tutto, tutto, ciò che sei,

lo sai, lo senti, ti trapassa

e non ci sei mai quando accade.

©francescorandazzo2019

Magie quotidiane

hopper woman at window

Il miracolo di un interruttore che accende la luce in una stanza buia.

La meraviglia di un rubinetto che fa sgorgare acqua, anche calda.

La potenza di un fornello che si accende e da fuoco per cucinare.

L’accoglienza di un materasso con le coperte, le lenzuola e i cuscini.

La sorpresa di un frigorifero aperto ricolmo di cose da mangiare.

Il confortante chiacchierare delle caffettiere e delle pentole.

L’avventura che i libri sul comodino promettono e mantengono.

L’allegria degli armadi e dei cassetti, pieni di vestiti, calzini, biancherie.

Le risate un po’ stralunate delle scarpe solleticate dai piedi.

Il canto delle stagioni che i cappelli appesi intonano allettanti.

La grazia degli occhiali che dissipano le nebbie degli occhi.

La briosità delle docce e la placidità delle vasche da bagno.

La generosità del gabinetto che si fa carico delle nostre sporcizie.

Il divertimento e la protezione delle porte che s’aprono e chiudono.

La salvezza dei tetti sopra le nostre teste e il respiro delle finestre.

La pietà degli ascensori sempre pronti a volare su e giù.

L’amicizia incondizionata di tutti gli strumenti musicali.

La struggente nostalgia delle foto stampate su carta lucida.

La militaresca obbedienza delle sedie, dei divani, delle poltrone.

L’umiltà infinita delle pattumiere che divorano tutti gli scarti.

L’armadietto dei medicinali stracolmo di piccole salvezze.

La scivolosa gioia delle saponette e il sollievo frizzante dei dentifrici.

Il soccorso pietoso della carta igienica, la maternità degli asciugamani.

Tutte queste meraviglie ogni giorno, sempre qua, per noi, smemorati,

inconsapevoli sfruttatori di ricchezze umili e perfette, come se nulla fosse.

©francescorandazzo2019

English translation by Assunta Boscarino (©2020)

VANILLA MAGIC

The miracle of a switch which lights a dark room up.

The wonder of a tap which pours water, even hot water

The power of a burner with its flame for cooking.

The warm welcome of a mattress and its blankets, sheets and pillows.

The epiphany of a fridge wide open overflowing with food.

The reassuring chitchat of pots and coffeepots.

The adventures the books on the bedsidetable promise and keep their words.

The glee of the wardrobes chockablock with clothes, socks, linen.

The lightheartedness, quite puzzled, of the shoes tickled by the feet.

The chant of the Seasons that the hats on the hatstand start to sing enticingly.

The gracefulness of the glasses dissolving the haze from the eyes.

The vivacity of the showers and the stillness of the tubs.

The generosity of the toilet that takes charge of our filth.

The thrill and the protection of doors opening and closing.

The haven of a roof over our heads and the breathing of the windows.

The sympathy of the elevators always ready to go up and down.

The unconditional friendship of every musical instrument.

The heart-wrenching nostalgia of photographs printed on paper.

The military obedience of chairs, sofas and armchairs.

The limitless deference of the garbage can which feeds on waste.

The medicine locker bursting at the seams with pocket-sized salvation.

The slippery delight of bar soap and the sparkling relief of toothpaste.

The merciful rescue of toilet paper, the motherliness of the towels.

These wonders happen every day, endlessly, for us featherbrains

Unaware exploiters of unpretentious riches beyond compare, as if nothing matters.

Sabbia aspra

Piet-Mondrian-Composition-No.-11-1913

Ansimano a volte le case,

come gole strette, rauche,

irritate da vite costrette

e le mura si stringono

in lenti singulti rasposi,

persino l’aria s’indura,

e noi come sabbia aspra

bloccata dentro un’orologio.

Vibrano a volte le finestre,

con un tremito strano, occhi

che sussultano paure e ansie,

e il vetro s’addensa opaco,

niente traspare, accecato,

silice ferita, stasi turbata,

e noi come sabbia aspra

mista a un pane raffermo.

Abbaiano a volte le porte,

ringhiano, ululano rabbia,

i chiavistelli sghignazzano,

le maniglie si nascondono,

gli stipiti reggono ottusi,

si sente sordo un masticare

che divora ecosistemi morti,

e noi come sabbia aspra

dentro un frullatore rotto.

Crollano a volte i tetti

stanchi di rinchiudere,

s’aprono al cielo spietato,

accolgono sarabande d’aria,

e noi come sabbia aspra

in una clessidra infranta.

Perché gli specchi sono indifferenti?

Perché gli ascensori non dicono la verità?

Perché gli armadi ci detestano?

Sabbia aspra, vetrosa, che bisbiglia.

 ©francescorandazzo2019

Notte

darknight

 

Questa oscurità densa di silenzio,

luogo perfetto d’insonne libertà,

mi condanna a un esilio sospeso,

a un’eclissi di nascoste materie.

Questo cuore in letargo del mondo,

ignudo e vulnerabile, lo stringo,

e mi urla d’ogni cosa, pensata

o concreta, tutte le parole sospese,

che il giorno cancella spietato.

Ma ora, qui, tutto vive, tutto

esiste per una sola parola, una,

che tutto significa ed è indicibile.

©francescorandazzo2019

Sottovento

Rothko

C’è un vento che ghiaccia spietato,

viene giù dal cerchio dei boschi

come una maledizione al tormento,

tra queste case scheggiate urla,

schiaffeggia, stende, divora persino

il pensiero, intimidisce, minaccia,

come un assassino che rincorre

una preda casuale, o spara dall’alto

contro ogni vita, ogni immobile cosa.

Basta uscire dal centro abitato

e scompare, si dissolve, acquietato,

ma sai che alle tue spalle ruggisce.

Una tazza di caffè e rum mi parla

in norvegese e napoletano spinto,

intercalato da piccoli turpiloqui

sudamericani, deliziosi sbocchi

d’allegria disperata, mi conforta,

la ringrazio, in silenzio, un brivido

astuto s’insinua, tra le vertebre,

scende, risale, freme e sospiro

mentre il vento fuori urla scuro,

mentre cerco di mettere in salvo

tutta la polvere di questo vivere

come una duna di sabbia in mezzo a un bosco.

©francescorandazzo2019

Come se niente fosse stato mai.

labyrinth

 

 

Ci siamo perduti, sapete? Non sappiamo

più dove andare e come, avremmo voluto

essere alberi piantati nella terra, siamo stati

infissi invece, come colate di cemento, duri,

scioccamente impegnati a costruire senza

sosta edifici di altissima inutilità, vuoti,

destinati al crollo, così ci siamo perduti.

 

Ascoltate il brusio delle foglie, assordante,

che s’avviluppa sulle nostre rovine, e poi

questi sciami d’insetti e rettili spietati

che divoreranno ogni brandello rimasto.

 

Sentite il rombo delle acque torbide

che precipitano, sentite il ruggito scuro

degli oceani che si alzano minacciosi,

lo stridente clangore dei binari divelti.

 

Ci siamo perduti, e il tempo è una mappa

sbiadita, priva di nomi, ottusa, carta

che non segna, non insegna, non guida,

ma soltanto accompagna la nostra amnesia.

 

Perché ci aggiriamo senza meta, noi,

non lo sappiamo più, non ci pensiamo,

aconito, sale, solfati, trigliceridi esausti,

trattamenti sanitari, obbligazioni vuote,

portafogli pieni di ritagli stracciati,

folaghe carnivore, flore intestinali blu,

angiomi carta da zucchero, apnee rapide,

lavastoviglie che cantano il Tannhäuser,

sistemi nervosi macinati in polverosi

mucchietti decaffeinati, girandole rosse

incendiate da venti chimici e piramidi

di fili del discorso sottilissimi, arpeggi

di cromatici gargarismi mattutini, noi,

non sappiamo perché, ormai, di niente.

 

Ogni giorno sfogliamo bianche pagine

che ci somigliano sempre di più, di più

e il nostro essere meno che s’avanza,

toboga, sindone, aquilone, occhiali

rotti, protesi di cioccolato acido,

colonne d’Ercole di plastilina secca,

aoristi intraducibili, coliti greche,

e innumerevoli autostrade interrotte.

 

Ci siamo perduti, sapete?

Come se niente fosse stato mai.

 

 

 

 

 

 

 

©francescorandazzo2019

Bastardi senza gloria

Oh guarda, quanti piccoli lacché si son spartiti

le spoglie di maestri a pezzettini su palchetti,

sebbene inetti, lustrascarpe alacri che per anni

han servito in servizievole servizio, zerbinetti

anche relativamente utili, senza il vizio dell’arte,

adesso invecchiati senza essere punto cresciuti,

tacchinacci gonfi d’eredità mai ereditate, sic,

s’acciuffano nei foyer, millantano nei loft,

molto chic, molto soft, drizzano ciuffi irti

come creste di gallo, pontificano spocchiosi

flatulenze d’artistica insignificanza, la panza

piena, l’ego operato a Casablanca, sbiaditi

indefiniti pastrocchiatori di blablablablà,

ubriachi di piccoli poteri, sugosi di rivalse,

occupano cupamente tutto l’occupabile,

mentre l’anima dei maestri si disgusta

e nottetempo fa visita in sogno e veglia

a quei giovani che seminarono lasciandoli

in terra, e germogliarono liberi con radici

dal cuore dei padri. Figli di lune misteriose,

difficili frutti, progenie prediletta, benedetta

dalla sfortuna, magnifici, luciferini, lampi

di spaventosa meraviglia, voci autentiche

e disperate, esaltati figli prodighi e segreti.

©francescorandazzo2019

Muratti Ambassador

Lady Smoking

 

 

Attraversavo la strada polverosa,

coi soldi in mano stretti stretti,

per comprarti le Muratti Ambassador.

Poi ti guardavo fumarle, seduta

al tavolo in formica della cucina,

con la tristezza di fiaba perduta.

Il fumo ti asciugava gli occhi

e le lacrime scivolavano in aria.

Non lo capivo, ma era struggente,

tutta la bellezza dissolta in cenere.

Ogni tanto sussurravi una canzone

o mi dicevi una poesia antica. Mai

nient’altro sarà per me più lieve

e verticale, di quel tuo esserci

tra il fumo, il canto, le parole,

di quell’inesorabile svanire.

©francescorandazzo2019

Perch’io no spero di tornar giammai

balck hole 2

Perch’io no spero di tornar giammai,

in altra vita, in altro corpo, di nuovo,

ancora, questa mia anima distaccata

rimetterla in tutta un’altra vita nova,

tutta in dimenticanza degli errori,

costretta a ripiombare con sgomento

nel groviglio d’illusorie passioni,

in questa meraviglia e in quest’orrore

ch’è nascere e morire senza fine.

Perché giammai non spero, no mai,

tornare qui e non sapere dove, come,

cosa cercare, chi essere, chi amare,

chi odiare, chi ignorare, ancora,

no, non si può sopportare, io no.

Oh, questo inverno del cuore stanco,

potrà salvarmi, potrà gelare tutto

di me, un giorno e dissolvermi,

come fumo e profumo di spezia

consunta, come soffio nel vuoto

perfetto di un universo immoto?

O ancora, nell’ultimo istante

m’aggrapperò a un filo d’erba,

a un volto amato, allo stupore

di un alba a venire? Oh, no, no,

è questo che m’imprigiona quaggiù,

da secoli, millenni, eternamente

e non vorrei, e non lo spero, no,

perché io spero giammai di tornare,

io spero, mai, mai più, mai più,

io spero e mentre mi dispero, ecco

basta una voce, l’inganno della pelle,

quel languore profondo del ricordo,

un precipizio d’istante senza fine,

pieno di panico e di desiderio.

No, no, no, no, non io, non più!

Perch’io no spero di tornar giammai

e in questo mai desistere per sempre,

essere in un non essere, perfettamente.

©francescorandazzo2019

Come accade

two

 

 

Un giorno mi dirai perché proprio io.

Un giorno ti dirò perché proprio tu.

Quel giorno spero non venga mai,

perché uno di noi due non ci sarà.

Per adesso continua a stringere

la mia mano e il mio respiro,

regalami i tuoi silenzi parlanti,

le tue parole sospese, le pause

ad ogni battere d’ali invisibili.

Lascia che ti guardi mentre non lo sai.

Lascia che ti asciughi ogni perla sul viso.

Lascia che ogni tua risata mi ubriachi.

Lascia che mi allontani per ritornare.

Lascia che i tuoi voli siano liberi da me.

Lascia che suoni per te anche sbagliando.

Lascia che il tempo ci trasformi insieme.

Non chiedermi il perché, né io ti chiederò,

le cose più belle non hanno spiegazione.

Andiamo, ancora e ancora, come accade.

©francescorandazzo2019

Le probabilità

half-apples

 

 

Le probabilità d’incontrare l’anima gemella

sono bassissime, inutile illudersi, è così.

Le probabilità di incontrare un’altra persona

e credere ostinatamente, con ormonale

invasamento che sia quella giusta, sono

sterminate e difatti tutti partecipano

ossessivamente a questo sterminio.

E mentre si impazzisce per anni e anni

in questo acrobatico jeu du massacre,

da qualche parte nel mondo c’è qualcuno

che ti sta sognando ma non sa chi sei.

Lo stesso fai tu. Mentre si inciampa

su mille altri. Qualcuno si butta su Dio

e su svariate religioni, per consolarsi,

tra inni e riti, del non capirci niente

della vita, dell’amore, del perché

di tutto quest’affanno che fa solo danno.

Qualcun altro gioca a Valmont vs Merteuil,

con una certa spocchia cinica di puri lombi.

La maggior parte si stufa presto e s’accorda

per una soluzione di compromesso, un amore

sano come un minestrone in una sera invernale,

niente d’entusiamante ma fa andare avanti.

Le probabilità di accontentarsi sono altissime.

Le probabilità di sapere che ti stai accontentando

sono milioni di tarli che rodono il legno della coscienza.

Ma c’è chi ce la fa e vince la lotteria del caso.

Alla fine è solo questione di fortuna

e una buona dose di sana incoscienza.

Sono molti di più di quanto si possa pensare.

Le probabilità, in fondo, non le calcola nessuno.

©francescorandazzo2019

Usciamo

open door

 

 

Ecco la carezza dei dolori sui nostri volti,

questa calma che ci abita nel fiato rotto,

mentre scendono torrenti nei nostri petti,

le gambe cedono come se svenissero,

tutto si apre come un’onda inaspettata,

l’anima galleggia attonita e un brivido

scuote ogni fibra di questi corpi vinti.

Tutto s’avvinghia disperatamente ora,

tutto si scioglie in filamenti azzurri,

come in un sogno siamo ubriachi e tristi,

per questa vita che si perde a fiotti.

S’apre una porta e tutto si fa lieve.

“Usciamo”, mi dici, e vai, ed io ti seguo.

T’allontani ridendo, quasi danzando,

mentre io compio quel giro magico

che mi nasconde e ti rivela di sorpresa.

Così, t’incontro sempre per la prima volta.

©francescorandazzo2019

In attesa

graniglia

 

 

Attimi in attesa

di luce. Mattonelle

di cemento dipinto

a grani lucidati,

tra corridoi e stanze

col respiro sospeso

sulle lampade alogene.

La porta chiusa da vetri

animate da ombre colorate.

Tutto è fermo. Perfetto

nell’oscillazione tra il punto

e l’arco. Così, nulla accade.

Un sorriso sorprendente irrompe.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Un’altra spensierata apocalisse

francis bacon 1946

 

 

C’è stato, c’è e ci sarà sempre un tempo

in cui gli orrori sono dimenticati. Così

rinata dall’ignoranza, l’umanità torna

rabbiosa, prepotente, priva di scrupoli:

ogni crimine giustificato da un sorriso

di scherno, davanti ad occhi ottusamente

fissi e le coscienze sono le prime a morire.

Ogni Dio viene spogliato di pietà, brandito

come scudo, levato nei suoi simboli traditi

come un’ascia implacabile. La menzogna

e il disprezzo, l’esaltata foia dell’inganno

diventano le stelle polari dell’ennesima

rovina. Tutti i mediocri vengono scelti

per guidare un’altra spensierata apocalisse.

Sono qui, a guardare tutto questo, ancora

attraverso questo tempo irredimibile, oscuro,

trattengo il respiro, in quell’istante di silenzio,

che precede le urla e lo strazio. Ho gli occhi

bruciati e un brandello di cuore disperato

in mano. Sotto i piedi sento lo sguazzo nero,

tendo la mano come un cieco sull’orlo dell’abisso.

©francescorandazzo2019

Sul lungomare di levante

TURNER WAVES

 

 

Sul lungomare di levante, il vento

s’ostina con millenaria ironia, ecco

che dall’alto cala fendenti sui visi

dei passanti, sulle auto indifferenti,

sui palazzetti antichi eroicamente

erosi da secoli di dura resistenza.

Da giù, il mare s’alza prepotente,

spruzzando ventagli d’acqua verde,

sussurri d’onde diventano tuoni,

mentre gli scogli presuntuosamente,

accolgono e contrastano, applaudendo.

In questo gran teatro di natura, ognuno

s’illude d’essere intemerato cavaliere,

protagonista d’avventure irragionevoli,

ma laggiù, all’orizzonte, lucente e cinico,

un lampo di luce, freddo e lontano,

impaura e rende ogni figura umana,

pallida sagoma di comparsa oltre il sipario.

©francescorandazzo2019

Iride

larmes-tears

 

 

Quella mano che asciugò il pianto,

passando con dita leggere sul viso

come per dipingere su quel soffrire

una nuvola di lieve freschezza, così

s’aprì in quell’attimo frantumato

l’iride del dolore come uno specchio

appena forgiato su un mondo nuovo.

©francescorandazzo2019

Il sonno degli Dei

Mexico's Underwater Sculpture Park Gets Some New Additions

 

 

Dall’asfalto sbreccato esala rovina del presente,

polvere e sassolini cantano dispettosamente,

ma dal cuore profondo della terra vivente,

pulsano ditirambi lontani, sommessamente,

il battito profondo dell’agorà millenaria

scandisce segretamente ogni destino, quassù.

E quando dal mare sale il grecale furioso,

le persone per attimi si perdono e smemorano,

dimenticano l’ora, sentono una lingua perduta,

senza sapere cosa sia, frastornati, esalano

parole che essi stessi non capiscono più.

In quegli istanti sentono la possibile salvezza,

ma temono anche l’ineluttabile Fato, la tragedia.

Poi tutto torna a scorrere come se nulla fosse

e la voce dei templi sepolti sfioca e si spegne.

Ma il sonno degli Dei, non è mai tranquillo.

 

 

©francescorandazzo2019

 

Per tutti gli istanti

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Per ciascun gesto

Per ciascuna parola

Per ciascun errore

Per ciascuna scelta

Per ciascun ostacolo

Per ciascuno scivolo

Per ciascuna rupe

Per ciascuno sguardo

Per ciascuna distrazione

Per ciascuna presunzione

Per ciascun orgoglio

Per ciascuna umiltà

Per ciascun passo indietro

e per ciascun passo avanti

Per tutte le volte in cui manca

il coraggio di mettersi da parte

e abbracciare quell’altro

Per ogni azione sospesa

sul filo del dare e avere

Per tutto, si dovrà rendere conto

non nel Giudizio finale

– Perché tanto presumere? –

ma a sé stessi, per tutti gli istanti,

pesanti come secoli bui,

che ci schiantano il cuore

massacrato dal rimpianto,

dalla fine del tempo sprecato,

infinita la pena da scontare.

 

 

©francescorandazzo2019

image by Julian Freud

 

 

La notte

hopper night window

 

 

La notte tutti i corpi divora nel sonno,

ronzano mosconi d’insonnia grigia,

un assiolo pigola come un bambino,

sulla strada risuonano passi sordi

di qualcuno che non sa dove andare.

 

Mi ricordo una vecchia signora

che cantava melodie inventate

e parole di tempi perduti nella nebbia.

 

C’era un cane cieco che dormiva

in cucina, sotto una sedia rotta.

 

Un frigorifero scadente sciorinava

tutti i rumori della dannazione.

 

Ma c’era la luna che pareva sorridere.

Ma c’era la zagara nell’aria e nel vento.

 

Tutti i sogni spalancavano inferni.

Un gatto nero lanciato dal balcone.

Un pulcino verde mangiato dai bambini.

Una canzoncina americana incomprensibile.

Il sorriso della ragazza con le lentiggini,

velato da una tristezza che la rese polvere.

La paura dell’orco e il letto bagnato.

Il respiro affannoso, il rabarbaro dell’ansia,

un televisore sgranato con un uomo sulla luna.

 

A occhi chiusi, si volava su una bicicletta invisibile.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Si cade

falling

 

 

Si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

nell’illusione, nell’abbaglio,

nell’inganno, nella paura,

nell’odio, nel risentimento,

nell’ansia di calce viva,

nella sopraffazione cieca,

nel fosso scuro della mente,

nella barbarie del corpo,

si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

come sassi, come rifiuti,

come scorie radioattive,

come spazzatura del mondo,

come condannati a vita,

come spore di muffa,

come gocce d’acido,

si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

gridando, piangendo,

cantando, ridendo,

sussurrando, tossendo,

in tutte le lingue morte,

in tutti gli idiomi idioti,

in tutti i grammelot infidi,

si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

e ci si schianta sempre.

Chi si rialza è un mostro

che s’arrampica ferocemente,

per ricadere, ricadere sempre.

Pochi, cadendo, riescono

a volare, pochi, troppo pochi,

dispiegano le ali e s’alzano liberi.

Si cade, si cade, si cade,

continuamente, si cade,

e ci s’illude d’essere vivi.

 

 

 

©francescorandazzo2019

La porta e la tigre

La tigre e la porta

 

 

In pieno deserto, apparirà una porta,

tutt’intorno null’altro che sabbia,

eppure dovrai trovare il coraggio

d’aprirla, allora sentirai il grido,

il richiamo ad oltrepassare la soglia,

dove la tigre sta aspettando da secoli,

con saggezza e selvaggia pazienza.

Quando sarai oltre quella porta,

quando accarezzerai quella tigre,

sentirai mura di cristallo crescere

da tutta la sabbia infuocata, viva.

 

Ascolterai la voce dell’Ombra

sopita, risveglierai le pietre sparse,

e sarai la porta, sarai la tigre,

tutto d’improvviso sarà chiarissimo,

spalancherai la bocca per dire solo

un’unica parola che nessuno mai

potrà ascoltare, ma in essa troverai

la spiegazione semplice d’ogni cosa,

non appena saprai, tutto ricomincerà.

 

 

©francescorandazzo2019

Tutte le cose

oscar-ghiglia-lo-specchio-1909

 

Le rose iridate di Chateaubriand,

il coltellino d’argento di Mozart,

le nere scarpe consunte di Borges,

il fazzoletto ricamato di Proust,

il dente d’oro scheggiato di Mata Hari,

il rossetto intonso di Madame Curie,

il libro di matematica di Marylin Monroe,

la pietra pomice dell’imperatore Costantino,

la spazzola d’avorio di Cristoforo Colombo,

il cilicio di seta rossa di Lucrezia Borgia,

la saponetta allo zolfo di Albert Einstein,

lo spelacchiato cane di pezza di Goethe,

la pipa calabash di Sarah Bernhardt,

le biglie d’osso colorato di Montezuma,

il ventilatore rotto di Ernest Hemingway,

la dentiera bianchissima di Paolo D’Amato,

la chiave della prima casa di Escher,

l’orologio a pendolo di Luigi Pirandello,

la bambola parlante di Carla Bruni,

il topolino di gomma di Alain Delon,

la limetta per le unghie di Luchino Visconti,

il vaso da notte di ceramica di Rembrandt,

le perle di plastica dura di Elsa Morante,

il parrucchino sintetico di Napoleone III,

la collezione di tappi di Baudelaire,

la sedia rotta di Simone De Beauvoir,

il portasigarette d’oro di John Kennedy,

i fiammiferi svedesi di Sandro Pertini,

la scodella di terracotta di Socrate,

il cane bastardo che seguiva Shakespeare,

la gatta che leccava la mano a Giuseppe Di Martino,

l’arsenico contro i pidocchi di Vittoria Colonna,

l’ampollina di sangue nella tasca di Caravaggio,

i polsini sfilacciati delle camicie di Beethoven,

la crema depilatoria di Amy Winehouse,

i profilattici in budello di Cleopatra,

il barattolo di ceci secchi di Maiakovskji,

la caramella alla carruba di Aristotele Onassis,

i mutandoni enormi di cotone di Magritte,

la caffettiera d’alluminio di Antonio Gramsci,

la carota bianca nella tasca di Stanley Kubrik,

e i denti da latte di Zeus, Budda e Cristo,

e tutta la sabbia tra i capelli dei profeti,

e ogni piccola cosa tra ogni vita perduta,

tutte le cose dimenticate che furono di qualcuno

e sparirono, senza memoria, né importanza,

tutte le minutissime cose che resero vita

e poi non più, non più, eppure per sempre,

anche per noi, per ognuno di noi, sulla Luna,

perdute, invisibili, stanno là e ci ricordano.

 

 

©francescorandazzo2019

Immagine di Oscar Ghiglia

Nell’ultima luce del giorno

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Sulla strada, nell’ultima luce del giorno,

il bambino tenderà la mano al vecchio,

così cammineranno attraverso il tempo,

ogni cosa si trasformerà tutt’intorno,

la pietra sarà acqua, l’asfalto nuvola,

l’aria sarà un prisma di cristallo puro,

il respiro un oceano di sterminato silenzio.

Così arriveranno insieme, alla fine e all’inizio.

Ogni giorno, per millenni, in ogni realtà,

vera o sognata, attraverso, attraverso…

 

 

©francescorandazzo2019

Image by Bill Turner

Yom Kippur

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Sul cuscino di spine che hai posato nel cuore,

si ricamano mille segreti, trine complicate

di rimorsi e abbandoni, arabeschi di ferro,

cattiverie e omissioni, persino un fiore scuro

carico dello stordente profumo infernale

che ti ha tentato, e continua a tentarti, ancora.

Porti la mano sul petto dal gravato respiro,

pianissimo sussurri una canzone dimenticata,

e speri che misericordioso l’angelo dell’oblio

ti baci sugli occhi, sulle labbra, sulla nuca,

come un vento tiepido porti via quella pena

d’essere stato così, come tutti, colpevole

per tutto quel che non hai fatto davvero,

per tutta la noncuranza che in te ha creato

l’irrimediabile intreccio di spine e di chiodi,

la spaventosa ignavia che ormai ha distrutto

tutto di te, del mondo e i sogni trasformato

in un grido senza fine, un respiro senza fiato.

 

 

©francescorandazzo2019

image by Audrey Grant

Masquerade

lampadario-in-ferro-e-cristallo

 

 

Oh la gran festa, la kermesse, l’olimpo,

tutto un brulicare di manine unghiate,

sbaciucchiamenti di labbra al curaro,

cravatte erette come priapi eccitati,

mummie sbendate in gran soirée di tulle,

e quell’infinita schiera di nanetti servili,

alla ricerca di un favore, una prebenda,

un do ut des, un rialzo di tacchi d’oro,

e girandole di profumi al napalm,

un trionfo di raccapricciante pompa,

tra velluti rossi con la pelle d’oca,

e un sipario che per la vergogna

s’apre, per nascondersi e non vedere.

 

Il lampadario oscilla, pericolosamente.

 

 

 

 

©francescorandazzo2019

Noi soli

Kiss Klimt

 

 

Tra queste parole, tra questi silenzi,

su quest’asfalto che brucia nerissimo,

tra questo pianto, tra questo ridere,

sull’altalena del battito cardiaco,

tra questa paura, tra questa incoscienza,

piantate sulla sabbia secca del respiro,

tra queste dita scarne, tra questi polsi,

che fremono come zampe di ragno,

tra questo aprire, tra questo sbarrare,

davanti agli occhi presi a rasoiate,

tra questo canto, tra questo gemito,

trapassato futuro inconciliabile,

scorre tutta l’acqua fredda del mare,

scivola tutta la terra delle montagne,

si spaccano tutte le case disabitate,

tutte le rane grandinano dal cielo,

uova di dinosauro rotolano nei bar,

gatti di Schrödinger volano nei cessi,

le macchine di Hamlet si schiantano,

tutte le equazioni si sfaldano in X=0,

milioni di cellule muoiono e risorgono,

tutto si rincorre incessantemente,

ma noi qui, al centro di tutto, noi soli,

con queste mani intrecciate radici,

noi qui, al centro del Caos, noi soli,

come se niente fosse, tu ed io, salvati.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Achiropita

Assistants_and_George_Frederic_Watts_-_Hope_-_Google_Art_Project

 

 

Achiropita

dipinta senza mani

da Cronos e da Cristo,

seduta come un’icona,

le spalle un poco storte,

il busto eretto nel marmo

friabile delle ossa antiche,

la testa di sbieco ma alto

il mento e gli occhi chiusi

rivolti al cielo che non c’è.

 

Achiropita la bella bizantina

dell’altura che salva anime,

montagna e mare, custodita

dal canto e dalle grate delle Clarisse,

nel nome del padre e della madre,

cresciuta come un fior di cardo

bello e spinoso, Achiropita,

che ora evapora e s’ostina

tra i fumi dei ricordi, troppi,

nel tempo che oramai si sfila,

in mille capi e nodi, sparpagliati.

 

Il bel camice bianco, il negozietto,

le messe rinfrescanti dal sole

soffocante, le strade come lingue

straparlanti, Achiropita ascolta

ogni rumore, quel suono basso

che faceva il mare sempre vivo.

 

“Chi è lei signora?”, chiede ansiosa,

tutt’a un tratto, ma subito si scorda.

Achiropita che non sa più niente

ed ogni giorno è nuova e consumata.

 

Achiropita che non fu mai madre.

Achiropita che sposò le figlie bimbe,

di quel maestro idealista e puro.

Achiropita che restò da sola

su quella roccaforte di leoni,

e crebbe come lupa le bambine,

Achiropita che fu madre tutta.

Achiropita che è tutte le madri.

 

Achiropita nelle foto è bella,

ma il sorriso sfumato tradisce

lo sgomento, il presagio, la sfida,

per questa vita che l’ha attraversata.

 

Stende le braccia, a volte, davanti

a sé, si vede e s’accarezza, non sa più

chi vede nello specchio nebbioso

di sé stessa, eppure sente tutta,

ma tutta la dolcezza rifiutata,

e si commuove sentendola nuova,

oppure si dispera e s’addormenta.

 

Achiropita sogna e non sapremo mai

che cosa o chi o perché, né il quando,

ché il tempo ormai è nebbiosa selva,

questo mistero non ha soluzione.

 

Achiropita, che non conosco, eppure

m’immagino così, mi taglia gli occhi,

come un’icona stanca e incrostata,

di sofferenza, gioia e miracolo,

sullo sfondo d’oro consumato

dell’esistenza, dal nudo legno ormai

solo si staglia quel volto troppo umano,

come un monito e insieme speranza,

come un silenzio abisso spaventoso,

lo struggimento infinito della vita.

©francescorandazzo_2019

Image by George Frederic Watts

L’inferno dei viventi

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E poi arriva il tempo dei bilanci

e ti metti a fare come il governo,

gli fai le pulci agli altri maledetti,

è tutta colpa loro tu non c’entri.

Così il bilancio è negativo certo,

ma tu non hai colpe, manco una,

le responsabilità mai furono tue,

tutto sommato, tu hai fatto bene,

eri destinato al successo sicuro,

alla felicità per tutti i giorni,

all’amore perfetto ed eterno,

alla ricchezza, a fama e gloria,

ma che disdetta, tutto cospirò

e fallì e hai pianto tanto tanto

e ti sei arrabbiato assai assai,

e ti sei chiuso come un riccio

ma poi hai cominciato a pungere,

a consolarti nel rammarico,

a darti il premio del martirio,

la violacea panacea dell’invidia

ti ha pervaso tutto per intero,

e sei rimasto lo stesso imbecille

di sempre, ma più cattivo, roso

e lamentoso, un fungo atomico

di livore che deflagra ogni giorno

e assolve ogni tuo fallimento.

 

Ecco, così io me l’immagino

e lo vedo, in tutti, anche in me,

l’inferno dei viventi, in agguato,

pronto a inghiottirti per sempre,

a far finta di assolverti

mentre precipiti e ti schianti.

 

 

©francescorandazzo2019

image by Scott Eaton

Tristis Thermae

sdraio tufaro

 

 

L’acqua che lacrima e scorre

dal condizionatore difettoso,

ristagna sulla brutta ceramica.

La sedia sdraio desolata, stinta,

fluttua, galleggia e sussurra

lamenti di vite evaporate alle terme,

consunzione di corpi ostinatamente

avvinghiati alla lussuria dell’abitudine.

E lo sguardo si frantuma, specchiandosi

nelle cose opache, nella discarica di Escher

degradata in deprivazione sensoriale

da un dio clochard e irriverente.

Si levano nel silenzio accecato

rasoiate d’urla, salmastre risate,

schegge di respiri amputati volano

verso lo schianto di aramaiche vanità.

 

 

©francescorandazzo2019

Contrattempi

Santa cita

 

 

Tutte le cose che all’improvviso accadono,

cose minute che ci scorrazzano addosso,

velocissime, pizzicanti, brulicano a dispetto,

che non si sa come fuggire, come fermare,

questo assalto di passeri, di vermi, di ragni,

di piume, di mattoncini Lego, di tutto insomma.

 

Finché, tra un sussulto e un altro,

tra uno spostarsi e uno scrollarsi,

si sente quel meraviglioso solletico,

e capiamo che uno stormo d’angeli

giocosi c’ha baciato per smuoverci

dalla pigrizia d’essere sempre gli stessi.

 

©francescorandazzo2019

Per un attimo

mani

 

 

 

Chiudi tra le mani l’aria,

per proteggere il segreto

del respiro. Fermati così,

guardati intorno, sorridi,

E all’improvviso aprile,

come se lanciassi a tutti,

un po’ di vita in più,

il sollievo e la gioia

di stupirsi ingenuamente,

per un attimo di felicità.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Camminavano insieme

corner

 

 

Camminavano insieme

e non si riusciva a capire

se fossero fratelli

o sorelle

o padre e figlio

o madre e figlia

o cugini

o amici

o amanti

o semplicemente

due che si erano trovati.

Ma camminavano insieme,

ed era, evidentemente,

la cosa più importante.

 

Quando girarono l’angolo,

tutti ne ebbero nostalgia.

 

 

©francescorandazzo2019

Su quel foglio di carta

pagina bianca

 

 

Su quel foglio di carta

dormono mille storie,

su quel bianco poroso,

navigano relitti e vele,

calligrafie d’intrecci,

meduse d’inchiostro,

anatemi e parusie,

come colpi di tosse,

che raschiano il petto,

l’aria sembra sparire,

e infine senza sapere

il come e il quando,

si dipinge l’arabesco,

e a voce alta, nella mente,

risuona una lingua nuova,

che viene da lontano,

spinta dalla passione

e dalla repulsione

di Alfeo e Aretusa,

di Eros e Thanatos,

e il cieco canta la visione

tutto rinasce e muore,

come fango plasmato

da sconosciute divinità,

nascoste in ogni corpo.

 

 

©francescorandazzo2019