Facardo III

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Ora l’estate del nostro tormento
è resa inferno da questo sole di fuoco,
e tutte le nuvole che incombevano pietose
sulla nostra casa sono evaporate rapide
nell’arso cielo. Ora le nostre fronti sono cinte
di ghirlande di sudore, le nostre mutande zuppe appese
come trofei, le nostre liete passeggiate mutate in braci,
le nostre deliziose danze in tremende marce.
L’estate dal volto grifagno ha spianato i sessi corrugati,
e ora invece di montare come destrieri corazzati,
saltelliamo impauriti sotto le docce fredde, mentre
le signore coi ventagli sventolano sul liuto,
ma io che non fui fatto per tali caldi draghi
io che sono di stampo trasudante m’accascio
e sul pavimento resto boccheggiante,
io che sono privo dell’aria condizionata,
mi deformo, smarmellato, in questo mondo
che non respira, per l’afa che fa, son storpio
e pure i cani m’abbaiano contro quando zoppico al bagno,
ebbene io, in questo vacanziero tempo feroce,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mia ombra nel sole ed essudare
la mia difformità.
Perciò non potendo fare vacanze
per occupare questi giorni bastardi e ardenti, sono
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
osannatori delle spiagge, ho teso trappole, ho scritto
invettive sulle porte dei bus, con sproloqui da ubriaco,
e spingerò tutti a odiarsi mortalmente,
e se questo non è giusto, me ne frego, io sono astuto,
accaldato e trasudante, oggi quello del meteo sarà
licenziato, nessuno uscirà di casa e tutti berremo molto.

 

Tuffatevi miei pensieri nella tazza del cesso. Ecco, doccia.
©francescorandazzo2015

Quelli che

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Quelli che erano un po’ più grandi di me e li vedevo già pronti ad essere adulti, lanciati verso il mondo, gli amori, le università, le professioni, l’amore, il sesso, l’indipendenza, la conquista, pieni di forze, di speranze e con quel tanto di presunzione giovanile che da la spinta all’anima e al corpo, ora sono più che sessantenni, qualcuno ha vinto, qualcuno ha perso, tutti si sono accorti che non ha senso vincere o perdere, ma soltanto lo sguardo che si riesce a mantenere, verso l’orizzonte, non più così lontano, non più meravigliosa meta, ma soltanto linea finale, estremità del crepuscolo.

Quelli che sono morti erano giovani, quelli rimasti vivi sanno che si avvicinano ad incontrarli e forse pensano con invidia a chi ha oltrepassato la vita prima che si spegnesse ogni entusiasmo, ogni soffio di speranza ad ogni alba. Ognuno di loro teme il sonno, si aggira nel giorno come sonnambulo, affronta la notte come una sfida tremenda.

Quelli che ci tradirono hanno attraversato tutto con la sfrontatezza dell’ipocrisia, ma adesso sanno, che non sarà servito a nulla. Si aggrappano alle lenzuola, si svegliano sudati, si fanno radere dal barbiere, passano la cera sulla carrozzeria delle loro automobili, pranzano in ristoranti esclusivi, muti e ingrugniti davanti ai loro consunti coniugi, senza i loro ingrati figli, mentre il fumo sale dalle pietanze come una promessa d’inferno e le posate tintinnano sulle porcellane delle stoviglie come campanelli di lebbrosi a Chartres nel XII secolo.

Quelli che abbiamo tradito, ci hanno dimenticato e questo oblio ci uccide ogni giorno anche se fingiamo di non saperlo.

Quelli che abbiamo lasciato e invece ci ricordano, ci fanno vivi ogni giorno di più grazie al loro risentimento che brucia come torba nera dentro di loro.

©francescorandazzo 2019

Sarà un’estate strana

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Sarà un’estate strana

di rondini impazzite

di droni che precipitano

di bambini annegati

di Traviate insipide

di paraculi rampanti

di leccaculi zelanti

di furiosi e accidiosi

di zinne espanse

di panze pelose

di star strafatte

di bombe e razzi

di grigliate cannibali

di fugaci amorazzi

di cantanti superflui

di rabbie e disperazioni

di vecchi suicidi

di governi infami

di novità ammuffite

mentre il sole brucia

mentre la pioggia travolge

mentre tutto si sfrange

mentre sui divani

si fingono rivoluzioni

e tutto meravigliosamente

precipita nelle discariche

delle nostre coscienze

mummificate e liete.

 

 

©francescorandazzo2019

Ineffabile

cretto

 

Venire al mondo inermi, senza memorie passate,

a graffi e morsi e parole e gesti riscrivere tutto,

senza mai sapere cosa e come diventeremo

e poi di nuovo inermi, smemorare ancora,

dissolversi in un soffio che si spegne,

perdersi e ritrovarsi fuori e nel tempo,

sempre ignari, sempre sperduti, vivere

che termina e ricomincia, finché finalmente

comprendiamo il circolo e il punto insieme,

la vibrazione del distacco totale, ed ecco

siamo tutto senza mai più apparire.

 

Immaginare il nulla come un tutto ineffabile.

 

 

 

©francescorandazzo2019

In questo tempo

ruines

 

 

In questo tempo di assalti e scongiuri

e tutte queste vite in tralice, appannate,

si ascolta l’urlo insultante e la barbarie,

nelle città s’intravedono rovine e deserti,

rotaie attraversate da randagi espulsi

da ogni ragione, tutto vibra in battiti

senza suono, tutto è votato all’abisso,

e l’abisso nemmeno guarda, se ne fotte.

 

 

 

©francescorandazzo2019

Essere punto al centro

Anselm Kiefer

 

Tra le infinite vite sognate

un solo destino si svolge,

tutto sembra intrecciarsi,

invece si scioglie unico,

e sembra poco, fragile

essere quel pochissimo

che crediamo di essere.

 

Per ogni crocevia soltanto

una direzione, pensiamo.

 

Essere punto al centro,

essere strada e vento,

essere il riso della pioggia,

spargersi e saltare

come fosse per sempre,

come fosse mai, istante

irragionevole, perfetto.

 

©francescorandazzo2019

Immagine: Untitled (Heroic Symbols), Anselm Kiefer, 1969. 

Sarabanda

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Sotto la polvere frusciano memorie,

senti il morso del cane volante,

il graffio rapido del gatto impazzito,

infiniti odiosi pappagalli stridono,

e danzano molte scimmie rognose

in salotto, sulle poltrone coperte

da orrori ricamati all’uncinetto.

 

Questo è l’inferno vero, senza fine,

il ricordare l’inutile sgradevole, tic tac.

 

Tutte le infelicità frantumate dentro,

tortuosi dettagli incistati sotto pelle,

emicranie per storie ormai sepolte,

catarri rasposi di spilli d’ansia.

 

Un colpo di pistola senza panico,

in ogni cattedrale della mente,

giusto per far silenzio, dopo,

e respirare, come se niente mai

fosse avvenuto, come niente

nel niente essere di nuovo, vivo.

 

Per poco, solo un poco, poi ancora torna

la scura sarabanda che suona in dissonanza.

 

Tam tadàm. Tam tadàm. Tam tadàm.

 

Il passato è un’orda di pulci

perennemente isteriche.

 

Tam tadàm. Tam tadàm. Tam tadàm.

 

Danza di piedi striscianti,

danza di stupidi saltelli,

danza di tarantole dell’alma.

 

Tam tadàm. Tam tadàm. Tam tadàm.

 

 

©francescorandazzo2019